Una storia poco conosciuta……l’isola di Gorèe!


 

Traggo l’ispirazione per questo articolo da un brano musicale di Nuru Kane messo in rete qualche giorno fa dalla blogger Weeko, un brano dedicato alla piccola isola di Gorèe situata a pochi km dalle coste del Senegal, da questa isola ebbe inizio la tratta degli schiavi che durò per tre secoli.

immagine tratta dal web

 

 

Cosa accadde a Gorèe?

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Ecco a voi due domande sulla storia. Qualcuno sa quello che accadde sull’isola di Gorée? E ad Auschwitz? Scommetto che pochi sapranno rispondere alla prima domanda, mentre tutti alla seconda. Eppure entrambi furono luoghi di schiavitù e di morte. Entrambi ci riportano a una storia difficile da accettare, di odio e disumanità. Anche per questo, entrambi sono tuttora beni protetti dall’UNESCO, patrimonio dell’umanità.

Auschwitz è l’emblema dei campi di concentramento nazisti dove tra il 1940 e il 1945 vennero rinchiusi ebrei, appartenenti a minoranze e perseguitati politici, per il vaneggiante sogno della “soluzione finale” perseguito dall’ideologia nazista.
Ancora oggi il campo di concentramento è meta di visite di studenti di tutto il mondo perché è importante non dimenticare le atrocità dell’Olocausto.
Invece l’isola di Gorée non è nota a tutti, forse molti non sanno neanche dove si trovi e non viene studiata sui libri di scuola. Eppure.. l’Olocausto è durato 12 anni, mentre le vicende legate all’isola di Gorée quasi 3 secoli.
Come mai queste differenze? Forse ci sono tragedie più “narrabili” di altre?

E allora parliamo di Gorée. Per chi non lo sa, Gorée è un´isola del Senegal, a 20 minuti di traghetto da Dakar, la capitale, ed è la parte più occidentale dell’Africa. Ora è un’allegra e colorata isoletta pedonale con tante bancarelle, artisti e turisti, dove si organizzano festival musicali.
Ma un tempo, proprio per la sua posizione occidentale, serviva ai colonizzatori stanziati in Africa come punto di “vendita” degli schiavi africani ai mercanti europei in partenza per il nuovo continente americano. Qui a Gorée infatti, venivano rinchiusi in anguste celle claustrofobiche uomini e donne provenienti da tutte le regioni africane. Erano uomini robusti, forti, che sarebbero potuti servire come schiavi ai mercanti europei, oppure erano belle donne (o peggio bambine) che sarebbero potute diventare perfette “schiave personali” nelle nuove case americane. I colonizzatori mettevano così in vendita tutti questi uomini e donne e li barattavano al posto di fucili, gioielli, chincaglierie varie dai mercanti.

Prima di essere venduti, gli schiavi venivano rinchiusi nelle case dell’isola di Gorée e lì restavano 3 mesi. Les Maison des Eclaves. Si trattava di bellissime case dai tenui colori pastello, affacciate sul mare, con al centro un cortile e una scala a forma di conchiglia dalla quale si godeva una fantastica vista panoramica. A Gorée ce n’è ancora una in piedi che qualche turista visita.
Salendo la scala, al primo piano, i colonizzatori avevano confortevoli stanze e terrazzi sull’oceano. Sotto di loro, nelle celle, stavano gli “schiavi” ovvero donne, uomini e bambini, divisi in scompartimenti in base a sesso ed età. Infatti madri, padri, figli e figlie venivano rapiti dai loro paesi d´origine africani e consegnati ai negrieri (i padroni di quelle belle case dai colori pastello) dai vari capotribù locali in cambio di favori anche “politici”o sotto ricatto. Qui, in questa bellissima isola, le famiglie venivano divise per sempre, e gli individui perdevano la loro identità. Incatenati e costretti nelle celle sovraffollate, sopravvivevano così, finché non venivano venduti. Il baratto o scambio tra uomini e merci avveniva nei cortili delle case. Qui i negrieri, all’arrivo di un mercante europeo in partenza per il nuovo continente, disponevano la “loro” merce umana: quanti braccialetti sarebbe stato disposto a scambiare in cambio di una bellissima bambina? E quanti fucili per questo giovane nigeriano così robusto?

Chi veniva scelto, oltrepassava la porta del non-ritorno, un trampolino sull’oceano, e si recava nelle coste Americane, o in Sud America, o ad Haiti, rimanendo schiavo a vita del suo acquirente.
Chi non veniva venduto rimaneva nelle celle per tre mesi: il tempo limite per raggiungere il peso ottimale. Se non raggiungeva un buon peso, o se si ribellava e tentava di fuggire (ma dove poi? L’intera isola era formata da casa dei negrieri) veniva buttato in mare con una catena di 15 chili o rinchiuso nella cella dei ribelli, senza finestre, alta 1 metro.
In quel periodo il mare intorno all’isola era invaso dagli squali , tanto numerosi erano i corpi che venivano gettati in mare.

Questo commercio è durato quasi 3 secoli: dal 1536 al 1848, data dell’abolizione della schiavitù. Per 300 anni quasi 65 milioni di persone – tra l’altro tra le più giovani e robuste – sono state vendute in cambio di fucili e braccialetti. Uomini legati da catene al collo e torturati, donne violentate, bambini stipati in celle, tutti separati dalle loro famiglie, costretti a diventare schiavi in un altro continente.
L’unica possibilità di salvarsi dall’espatrio e dalla morte era riservata alle donne. Le più belle potevano provare a “conquistare” uno dei loro padroni sull’isola e farsi mettere incinta. Solo così, forse, non sarebbero state mandate in America, ma sarebbero rimaste sull’isola a disposizione dei negrieri, per far crescere i loro figli. Figli che poi in futuro sono diventati gli abitanti dell’isola.

Conosciamo tutti l’Olocausto, durato 12 anni, ma Goreé no. Perché?
Ci sono tragedie più “importanti” di altre? O forse semplicemente più “narrabili”? Chi stabilisce che cosa raccontare e cosa no?

Ora l’isola di Gorée è meta di turisti e commercio. Anche nella “Maison des Eclaves” – la casa degli schiavi rimasta in piedi – si organizza qualche visita guidata, ma i turisti affollano maggiormente i banchetti degli artisti di strada.
Anche sul web l’argomento non sembra destare grande interesse: l’unica pagina che Wikipedia (per fare un esempio) riserva a Gorée descrive più le bellezze naturali dell’isola, così caratteristica “con le sue costruzioni in stile coloniale, circondate di bougainvillee, le stradine di sabbia e gli edifici sono in pietra lavica” che la sua triste storia.
In effetti l’isola è molto carina: a quanto pare però anche qui possano succedere tragedie. Ma sul web appare giusto una riga per ricordare che “sull´isola si trova la “Maison des Esclaves”, la casa degli schiavi dalla quale sono transitati milioni di africani strappati alla loro terra d´origine per essere portati, fatti schiavi, nelle Americhe.
E poi: …“L´isola ha un´estensione pari a 36 ettari, è larga circa un chilometro e lunga 300 m. Attualmente l´isola vive prevalentemente di turismo e commercio. Offre un buon numero di strutture ricettive e di ristorazione. Nella zona alta denominata “le castel” si possono ammirare i dipinti dei pittori qui residenti. L´isola si raggiunge con il traghetto da Dakar”.
E questo è tutto.

Francesca Mezzadri – marzo 2011

Riflessioni Personali…..qual’è il vero dio?


 

Esiste un dio buono e un dio cattivo?

foto presa dal web

 

 

 

“Dio non può essere solo di una parte di umanità. Se dio è dio non può aver creato solo i cristiani, ma tutti gli uomini, anche i musulmani e i buddisti, altrimenti sarebbe un dio settario.

Il papa crede più nell’uomo che in dio, e non legittima l’evidente conflitto di civiltà per non attribuire più considerazione all’uomo che a dio.

Può sembrare un paradosso, ma solo chi crede ciecamente può uccidere in nome di dio, e in tal modo ne riconosce i limiti.

Come puoi allora uccidere l’uomo che hai creato, soltanto perchè esso sbaglia? Nella storia degli altri, nessuno parla del nostro dio, se non per indicare uomini che si dichiarano fedeli al loro dio.

Perchè allora dovrebbero credere nel nostro, e perchè dovrebbero essere chiamati infedeli e ancor più, nemici?” (Vittorio Sgarbi)

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Qual’è il vero dio e quale quello falso?

I Nomadi……Contro!


 

(..) Contro chi fa credere la guerra un dovere

contro chi vuole dominio e potere

contro le medaglia all’onore, alla santità

per tutta la gente che grida libertà (…)

 

Un bellissimo ma poco conosciuto brano dei Nomadi, Contro…tutti i tipi di potere, contro la reticenza delle stragi di Stato, contro l’ipocrisia Umana, contro tutti i dogmi religiosi, contro questo genere di Progresso e contro il Capitalismo cinico, causa di tutte le sofferenze Umane.

“Gli uomini, per essere liberi, è necessario prima di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno.”
(Sandro Pertini)

 

 

 

Contro

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Contro i fucili, carri armati e bombe

contro le giunte militari, le tombe

contro il cielo che ormai è pieno, di tanti ordigni

nucleari

contro tutti i capi al potere che non sono ignari.

Contro i massacri di Sabra e Chatila

contro i folli martiri dell’Ira

contro inique sanzioni, crociate americane

per tutta la gente che soffre, e che muore di fame.

Contro chi tiene la gente col fuoco

contro chi comanda e ha in mano il gioco

contro chi parla di fratellanza, amore, libertà

e poi finanzia guerre e atrocità.

Contro il razzismo sudafricano

contro la destra del governo israeliano

conto chi ha commesso stragi, pagato ancora non ha

per tutta la gente ormai stanca che vuole verità.

Contro tutte le intolleranze

contro chi soffoca le speranze

contro antichi fondamentalismi e nuovi imperialismi

contro la poca memoria della storia.

Contro chi fa credere la guerra un dovere

contro chi vuole dominio e potere

contro le medaglia all’onore, alla santità

per tutta la gente che grida libertà.

 

I Nomadi

 

Riflessioni Personali…..la bellezza e la crudeltà del mare!!


 

Proprio l’altro giorno, in un post che trattava della crisi economica, ho scritto della bellezza del mare e dell’incanto del navigarlo in barca a vela, emozioni intense e talmente meravigliose che è quasi impossibile descrivere, occorre solo provarle.

Cioran scrisse che il mare profuma le strade dell’isola, oggi: il maestrale apre i pori della pelle, lava la faccia alle case, spacca le onde e la rotta. A terra, aspettando che la forza del vento si consumi.

n.b. Il video sotto da l’idea di cosa significa affrontare il mare forza 7, video che mi è stato recapitato dall’amico Franco, ospite di alcuni suoi amici skipper professionisti.

 

Il mare è anche un ottimo ricostituente per il fisico ma soprattutto per la nostra mente così come descritto con le meravigliose parole di questo studio scientifico,

“Se almeno una volta si è vissuta l’esperienza di andare ad ammirare l’orizzonte, a qualsiasi ora del giorno, è impossibile negare la sensazione di pace interiore che si prova di fronte a uno scenario tanto perfetto. L’odore di salsedine, il senso di immensità e il rumore delle onde creano un’armonia perfetta che, oltretutto, fa bene al cervello. Uno dei motivi scientifici che spiegano questo fenomeno è davvero molto semplice. Ogni colore ha una sua caratteristica e quella del blu è di emettere onde elettromagnetiche che regolano il nostro stato emozionale, un altro effetto terapeutico lo fornisce il rumore delle onde. Esso influisce a regolare la dopamina e la serotonina, entrambi neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale che controllano gli impulsi nervosi. ” (cit.)

Ma, il mare va rispettato e non sfidato, se poi ti trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato non devi avere paura, non devi lasciar andare il tuo coraggio ma usare il cervello e il tuo bagaglio di esperienza, e se non hai nemmeno questo, beh! hai fatto male a prendere il largo!

La tragedia del naufragio di ieri presso il porto di Rimini di un Bavaria 49, una spettacolare barca a vela di 15 metri governata da “medici, cardiologi e notai” prestati alla professione di velisti, è la testimonianza dell’incauta leggerezza con cui si affronta il mare in tempesta, il risultato è di 4 persone decedute e 2 ferite in gravi condizioni.

Su questa vicenda, oggi qualcuno ha scritto…..”Se sono partiti uscendo in mare senza sentire il meteomar e senza aver parlato con la Capitaneria di Porto di Ravenna, allora il comandante della barca è stato un incosciente…anche ad essere un espertissimo velista, non si puo’ giustificare di aver messo a rischio della vita se stesso e le persone ospitate a bordo della propria barca. E forse, senza aver verificato, prima di partire, la perfetta efficienza del motore ausiliario…del resto, per i velisti, il motore viene considerato quasi una zavorra inutile… moltissimi neanche lo fanno periodicamente funzionare per essere certi che quando gli serve non si blocchi… purtroppo, quando il mare si e’ ingrossato ed il vento ha cominciato a spingere vrso terra la barca, si sono combinati tutti gli ingredienti per un disastro che poteva essere evitato utilizzando la prudenza, il buon senso e l’ esperienza.”

Questa è la dura legge del mare, non sfidarlo se non hai competenza, cuore e coraggio per farlo!

Barca a vela capovolta -Porto di Rimini-
Tragedia in barca a vela 18/04/2017
Rimini -tragedia in barca a vela-

 

 

 

 

Riflessioni Personali……Auguro una vera Rinascita ad ognuno di Voi.


 

“Quando un uomo giunge alla convinzione fondamentale che a lui devono essere impartiti ordini, diventa «credente»; inversamente, si potrebbe pensare un piacere e un’energia dell’autodeterminazione, una libertà del volere, in cui uno spirito prende congedo da ogni fede, da ogni desiderio di certezza, adusato come è a sapersi tenere su corde leggere e su leggere possibilità, a danzare perfino sugli abissi. Un tale spirito sarebbe lo spirito libero par excellence.” ( F. Nietzsche)

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Il 21 aprile di quarant’anni fa, iniziarono gli scontri nel quartiere S.Lorenzo a Roma tra gli Autonomi e i Servi del Potere, scontri che portarono il giorno dopo al divieto assoluto di manifestare nelle piazze, divieto impartito dall’allora ministro degli interni Cossiga, uno dei più temuti Boiardi di Stato. Fu cosi che in quel 22 Aprile del 1977 si dette inizio al vero “Stato di Polizia” e alla fine di ogni nostro diritto di Libertà.

Per non dimenticare quell’inizio della fine, vi offro una bellissima poesia di Alekos Panagulis sulla Libertà, Auguri per una Rinascita che vi consenta di essere davvero Liberi.

Nico (max weber)

Polizia in assetto antisommossa (1977)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio

Viaggio per inesplorate acque su una nave
che, come milioni di altre simili, peregrina
per oceani e mari
su rotte regolari
E altre ancora
(molte, davvero molte anche queste)
gettano l'ancora nei porti.

Per anni ho caricato questa nave
Con tutto quello che mi davano 
e che prendevo con enorme gioia
E poi
(lo ricordo come fosse oggi)
la dipingevo a tinte sgargianti
e stavo attento
che non si macchiasse in nessun punto
La volevo bella per il mio viaggio
E dopo avere atteso tanto -proprio tanto
Giunse alla fine il momento di salpare 
E salpai...

(Nave io e capitano
ed equipaggio per trovarti
fammi a pezzi
ma non farmi sanguinare il corpo)

Quando mi trovai in mare aperto
onde immense mi travolsero
e mi straziarono per rivelarmi
amare verità che ignoravo
Verità che dovevo imparare
Nell'abbraccio dell'oceano
con un lungo furente fragore
la solitudine
divenne per me faro del pensiero
indicando strade nuove

Il tempo passava e io
iniziavo a tracciare la rotta
ma non come mi avevano insegnato al porto
(anche se la mia nave mi sembrava diversa allora)
Così il mio viaggio
ora lo vedevo diverso
senza più pensare a porti e commerci
Il carico mi appariva ormai superfluo
Ma continuavo a viaggiare
conoscendo il valore della nave
conoscendo il valore della merce

E continuo ancora il viaggio
che scricchiolino incessantemente le giunzioni
sperando che non si spezzino
perché sono legni marci da anni
(secoli dovrei dire)
verniciati di recente ma senza 
una forza nuova che li tenga uniti
la rotta sempre contro il tempo
nella stiva solo zavorra
Zavorra che mi dissero
merce preziosa, come quella
che di solito si compra nei porti
Ma se dicessi che mi hanno ingannato
non sarei onesto
osservo la bussola
senza sosta
con accanto la mappa
su cui studio la rotta
lontano dai porti che segnalano il passaggio
Quando poi succede che splendano
(che istanti difficili!)
all'orizzonte i porti della terra
l'equipaggio guarda le luci
(luci sirene
che promettono molto
che anche il cuore e la carne pretendono)
sempre aspettando che dica
al timoniere di far virare la nave
E attraccare almeno un poco
Mentre l'ora trascorre e io
osservo silenzioso la carta
tutt'intorno cresce il tumulto
Proposte subdole
vestite con idee
idee vendute che vogliono sempre
aornare l'inazione con le parole
e minacce
che vogliono passare per consigli
e promesse 
che tentano la bestia e la risvegliano...
Quelle sono ore difficili
Perché da ognuna di loro 
Dipende l'intero viaggio
E continuo ancora il viaggio
Desideri radicati nell'anima
sono diventati bussola per la mia nave
la mia mappa
altrettanto misteriosa
Ci sono ore in cui credo
che sia stata fatta 
per chi non voglia approdare in nessun porto
e altre ore in cui confido
che il viaggio avvenga perché
su questa carta bisogna trovare 
qualche cosa che manca
Così vado alla ricerca
guardando la mappa la bussola il cielo
in cielo, rintracciare segnali
nuove prove che dimostrino
che la bussola non sbaglia nel segnare
Non stupirti, questo non significa 
che io abbia dei dubbi sulla mia bussola
E' solo un'abitudine- una vecchia abitudine
che per secoli accompagnava l'anima
questa compagna
preziosa per i tempi bui
quando c'erano soltanto i semi nell'anima
degli amori che ora sono fioriti

E vado alla ricerca
Guardando la mappa la bussola il cielo
Le onde immense sembra che cerchino
di fare il gioco di chi vuole
che attracchi da qualche parte per un po'
E' ognuna
di quelle onde un Golgota
e pensa
che la tempesta imperversa ininterrotta
Ma mentre aumenta
temo sempre più
che la spaventosa furia del mare
mi conduca ad avvistare
porti là sulla costa
porti che la mia mappa non indica
Sono ostacoli e momenti difficili
l'abbiamo detto
l'equipaggio comincerà a ribollire
quando quei porti appariranno sulla costa

E continuo il viaggio
alla ricerca ancora
pur sapendo di essere
nell'infinito del tempo un istante
nell'abisso dello spazio un puntino

E continuo il viaggio
anche se sono tenebra
e tutto attorno a me è tenebra
e la tempesta lo rende più spaventoso

E continuo il viaggio
e mi basta 
che io tenebra
abbia amato la luce

Alekos Panagulis






 

Riflessioni Personali…..affrontare la crisi, come andar per mare!


 

Buon viaggio a tutti!

 

 

 

In certi periodi, per molti di noi non sempre è facile ottenere il massimo risultato con il minimo disponibile, basterebbe aumentare quel minino direte voi, ma se quel minimo è il massimo che abbiamo a disposizione come potremmo aspirare ad ottenere il meglio?

Beh! Un modo ci sarebbe ed è quello di andare contro corrente aggredendo la crisi, un po’ come si fa quando si è in mare e si vorrebbe andare nella direzione opposta a quella del vento, anche in barca a vela infatti è impossibile navigare contro-vento però è possibile risalirlo bordeggiando, in modo da compiere un percorso costituito da una linea spezzata simile ad uno zig-zag, ciò significa risalirlo con un’ andatura di bolina e per far questo occorre eseguire un angolo di navigazione che sia il più stretto possibile con la direzione del vento stesso, avendo però le vele “cazzate” cioè tirate, è così che in mare si sfrutta  la forte brezza  anche per seguire una rotta contraria, facendo un esempio è  come salire una scala: si fa più fatica e si va (in genere) più lenti che in altre andature (traverso, lasco, poppa), ma comunque si sale.
Molti di voi pensano che il mare sia in piano ma non è così quando c’è vento, esistono le salite quando si naviga di bolina, e le discese quando si discende con il vento in poppa (lasco).

Proviamo ad aggredire la crisi, scopriremo così anche l’infinita bellezza di una veleggiata.
Buon vento a tutti!!

 

Nico (max weber)

Riflessioni Personali……la provocazione!!


 

Ogni tanto è meglio lasciare da parte i sogni e tornare alla realtà, quella realtà che per poche persone significa continuare a sognare e per tutte le altre invece, significa fare i conti ogni fine mese con la crisi economica.

Voglio scuotere le vostre coscienze con una provocazione, per farlo scelgo il personaggio che più incarna il denaro e il suo sperpero, spero vi faccia riflettere le parole di quest’uomo che tutti vorrebbero come migliore amico e le donne ahimè, come amante!

Nico (max weber)

Lui è Flavio Briatore e questo il suo pensiero sulla povertà!

immagine presa dal web

 

 

 

 

Flavio Briatore: “Non so come si possa vivere con 1300 euro al mese. Al Sud sono rimasti solo gli sfaticati”

Da che mondo è mondo, ci sono sempre stati i ricchi e i poveri, anticamente la vita di un povero oscillava intorno ai quaranta anni. Con il trascorrere dei secoli i poveri hanno fatto gli anticorpi, si sono irrobustiti, con grande disperazione dell’INPS, adesso possono anche arrivare a ottanta anni e passa.
Ma poi cos’è un povero?
Per me è povero chi rovista negli scarti dei supermercati, tra i bidoni dell’immondizia.
Per chi possiede un piccolo appartamento e una macchina di media cilindrata, è povero nei confronti di quello che ha il SUV e casa di 120 metri quadri e così via, a salire.

Domanda: secondo Briatore, che è ricco e basta, chi è il povero?

Sicuramente chi ha una rosticceria, un piccolo bar o una qualunque attività artigianale. Lui che ha il culto dei soldi, ha criticato la Liguria perché non era come la costa Smeralda, perchè se non hai locali costosi la gente non viene”, senza pensare che nei locali costosi vanno solo i paperoni, e che non è che siano un’infinità.
Quindi, fai dieci locali chic, in cui lavorano cento persone, contro le centinaia di attività attuali in cui, al contrario, lavora una moltitudine biblica di gente.
Ma lui è fatto così, con il prosciutto fa gli involtini per i cani, e lo champagne lo USA per fargli fare il ruttino.

Non meraviglia la dotta esternazione in cui, riferendosi alla flax tax, dice che: ” In Italia ci sono anche troppi poveri, e i poveri non hanno mai dato lavoro a nessuno
Come concetto di base non significa proprio niente, ma fa girare lo stesso le scatole.
Il povero proprietario della rosticceria davanti casa mia, dà lavoro a tre persone. Il povero proprietario del bar a due, e gli artigiani molto spesso si uniscono formando piccole cooperative con dipendenti.

Sghignazza Briatore sui poveracci che possono fallire in qualunque momento, vuoi mettere con l’attività di un paperone?
Opperbacco, potrebbe aver ragione, certo, un banchiere è tutt’altra cosa.
Oh ma dimenticavo il MPS, se tutto fila liscio butterà sul lastrico tre o quattromila famiglie.
Briatore appartiene a quella vasta schiera di miracolati che ancora non hanno capito quanto il silenzio sia importante, vale oro.

 

p.s  Il piccolo Nathan Falco di sei anni, riceve da papà Flavio una “paghetta” di 1.300 euro a settimana. (fonte corsera)

 

fonte web

Riflessioni Personali…….ritorna l’incubo dell’eroina!!


 

Eroina, l’incubo è già tornato!

I giovanissimi si “bucano” come in passato: è boom di consumi. Siringhe usate, spaccio, degrado: ogni giorno 500 persone, quattordicenni e adulti, entrano in questo supermarket a cielo aperto.

di Claudio Monici

immagine presa dal web

 

 

 

 

 

Quattro avanti, due indietro. Dai, che dopo il cimitero delle siringhe usate, sei arrivato. Altri quattro passi avanti e due che tornano indietro. Ci sei quasi: i rifiuti sparsi a terra in via Giorgio Orwell, a Rogoredo, ti dicono che sei sulla strada giusta. Si ferma, cerca un equilibrio su gambe che non vogliono ubbidire. E ancora quattro passi avanti e due indietro. Dai che lo spacciatore ti aspetta, non ha fretta, non ha paura. L’uomo avanza che pare una nave in piena tempesta. Eroina si chiama il suo supplizio. Una età sotto i trent’anni, incalza la strada per raggiungere il più grande e noto supermarket a cielo aperto dello spaccio di droghe a Milano.

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Attivo dall’alba al tramonto, con il suo fluire di passi sospettosi, teste basse, nascoste nei cappucci di felpe senza colore, ma anche giacche e cravatte, che varcano la sbarra di ferro, dove ad attendere c’è la mano spalancata del diavolo. Sì, perché non può che essere così, quando c’è chi ti propone il veleno; non può che essere l’ispiratore del male chi ti prenderà i soldi in cambio della tua vita. Dietro a un folto intrico di vegetazione e abbandono, sotto un grigio cavalcavia di Rogoredo, a fianco della ferrovia, periferia sud-est di Milano, il tempo sembra avere fatto un terribile salto nel passato. Via Giorgio Orwell è un tuffo dentro l’antro oscuro della vita fragile, dove l’essere umano può toccare i livelli più bassi del proprio degrado. Dove chi arranca per una ‘sniffata’, una ‘fumata’ in una saccoccia tiene un pugno di euro, mentre chi ci viene per il suo ‘buco’ nell’altra tiene una ‘spada’, la siringa. Ma è dentro al proprio corpo che si nasconde il nero male che avvelena il sangue, e che lentamente intossica l’anima. Pron- ta a sporcarsi di tutto, quando si diventa degli schiavi, inginocchiati all’eroina.  Anche quando si ha ‘solo’ quattordici anni.

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Un fenomeno sempre più diffuso, il ritorno dell’eroina, che non ‘intossica’ soltanto la Grande Milano. «Mi occupo di dipendenze ormai da vent’anni e confesso che non immaginavo di andare a toccare con mano una realtà così forte. Di impattare nel consumo di eroina per vena, e non di altre sostanze come la cannabis, in età così giovane», gelano il sangue le parole di Rita Gallizi, responsabile interventi aree dipendenze per la ‘Cooperativa lotta contro l’emarginazione’, che ha sede a Sesto San Giovanni, mentre ti racconta di una «situazione preoccupante, per l’incredibile disinvoltura con cui i ragazzini di oggi consumano sostanze stupefacenti pesanti, e anche per l’assoluta mancanza di attenzione alle misure di prevenzione propria». E di come la promiscuità sessuale sia vissuta in completa leggerezza, «senza alcuna informazione sui pericoli, come l’Hiv». Sono storie che raccontano di una ragazzina di 15 anni, incontrata all’ingresso di una nota discoteca alla periferia di Milano, «in compagnia della madre e di una sua amica. Quando le è stato chiesto se faceva uso di droga, ha risposto: ‘Eroina’. E poi ha indicato la mamma». È un amaro tuffo nel passato. Un inaspettato salto indietro di decenni quello che si compie andando a guardare nelle piaghe di via Giorgio Orwell. C’è chi ci viene da Piacenza, Cremona, Reggio Emilia, non solo da Milano. Ogni giorno si stimano tra le 400 e le 500 persone che oltrepassano quel ‘confine’, poco oltre la sottostazione elettrica delle Ferrovie dello Stato, in cerca del loro ‘viaggio’.

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Che costa poco, solo 7 euro per un ‘punto’ di eroina. «Giovani, molto giovani. Circa un anno fa, improvvisamente ci accorgiamo che non abbiamo più a che fare con il tossicodipendente noto – racconta la dottoressa Gallizi –. Accade quando un nostro team aggancia un gruppo compatto di dieci giovani, età tra i 14 e i 22 anni, maschi e femmine. Ci dichiarano di fare uso di eroina per endovena. In questi anni l’eroina si è consumata o inalata o fumata: impattare nel ritorno della siringa, con tutto ciò che comporta, non ce lo aspettavamo. Ci ha fatto tracollare. Due di quelle ragazze le abbiamo dovute indirizzare al servizio sanitario ‘Mts’ (Malattie trasmissibili sessualmente, ndr), tanto erano messe male, per via del loro comportamento sessuale ad altissimo rischio». Nei primi 10 mesi del 2015, su 148 soggetti, dichiaranti consumatori di eroina e cocaina, prevalentemente italiani, intervistati per strada dalle unità mobili della della ‘Cooperativa’, una attività delicata e non semplice, 7 giovani, tra i 14 e i 19 anni, 5 femmine, 2 maschi, affermavano di assumere eroina per ago. «Sono casi numericamente isolati, ma abbiamo alzato il livello di guardia.

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Oggi, rispetto al passato, chi fa uso di droghe pesanti è capace di mantenere il proprio autocontrollo. Sono soggetti che hanno un lavoro e una vita integrata. È un approccio di tipo medicalizzato. Non ancora nella fase di totale dipendenza. Ci vogliono anni, certo. Ma il fenomeno che sta sotto i nostri occhi non lo possiamo sottovalutare», avverte Rita Gallizi. È un impressionante, preoccupante tappeto di siringhe usate, gettate a manciate di centinaia e centinaia, quello su cui si cammina in fondo a via Orwell. «C’è un problema di sanità pubblica. Noi e Amsa, facciamo il possibile per raccoglierle. L’assessorato alla sicurezza del Comune ha un occhio attento. Per sopperire a questo aspetto forniamo siringhe nuove a chi ci porta quelle usate – conclude Rita Gallizi –. Milano, fino al 2007, aveva 15 distributori scambia siringhe, proprio per impedire la dispersione sul territorio, ma sono stati smantellati dalla giunta Moratti ». L’altra mattina a Rogoredo, una mamma dopo avere dato un bacio al suo bambino che entrava in una scuola, sì è chinata per raccoglierne quattro, davanti ai suoi piedi.

 

tratto da: avvenire.it