Riflessioni Personali Amore e gelosia!


 

 

nella gelosia c’è più egoismo che amore  (cit.  F. de la rochefoucault )

 

La gelosia (dal latino zelosus, aggettivo di zēlus passando per il greco ζηλoς (zelos), zelo, emulazione, brama, desiderio) è un sentimento umano. Assume nel tempo il significato di timore che un rivale ottenga l’affetto di qualcuno a noi caro. A volte si confonde con l’invidia.

Forse in origine la gelosia non era un evento connesso all’amore, ma un requisito che garantiva le condizioni di sopravvivenza. Attraverso  la gelosia, infatti, il maschio, che ha sempre considerato il corpo della donna come sua proprietà, si tutelava dal rischio di allevare figli non suoi, mentre la donna, grazie alla gelosia del maschio, garantiva per sè e per la sua prole, cibo e sicurezza.

ancora oggi là dove le società sono povere e il mantenimento del nucleo familiare è essenziale in un’economia di sussistenza, la gelosia è un sentimento che volge una difesa oggettiva del gruppo, non turbato da conflitti interpersonali, Là dove la società si fa opulenta e le condizioni di aussistenza dipendono sempre meno dalla solidità dei vincoli familiari, la geloia è vista come un sentimento arretrato che ostacola la libertà e la sincerità dei singoli. ma anche all’interno della società opulenta, ideologie diverse gettano luci contrastanti su questo elementare sentimento, come ad esempio esiste la ben nota ideologia  del matrimonio aperto, secondo cui una molteplicità di relazioni sessuali, garantisce salute e felicità, la cosiddetta mentalità mitteleuropea ;

 

Umberto Galimberti.

 

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Andrée Chedid


Red piano-Andre Kohn- oil canvas

 

L’AUTRE

A force de m’écrire
Je me découvre un peu
Je recherche l’Autre
J’aperçois au loin
La femme que j’ai été
Je descerne ses gestes
Je glisse sur ses défauts
Je pénétre à l’intérieur
D’une conscience évanouie
J’éxplore son regard
Comme ses nuits
Je dépiste et dénude un ciel
Sans réponse et sans voix
Je parcours d’autres domaines
J’invente mon langage
Et m’évade en Poésie
Retombée sur ma Terre
J’y répète à voix basse
Inventions et souvenirs
A force de m’écrire
Je me découvre un peu
Et je retrouve l’Autre.

Andrée Chedid

 

(Traduzione )

L’ALTRA ME.

A forza di scrivermi
mi scopro un po’
Io cerco l’Altra
Da lontano scorgo
La donna che sono stata
Ne spio i gesti
Non mi soffermo sui suoi difetti
Mi faccio strada all’interno
Di una coscienza esanime
Ne esploro lo sguardo
E così le sue notti
Disoriento il cielo e lo denudo
Un cielo che non dà risposte
Ed è anzi privo di voce
Altri sono gli spazi che percorro
Invento il mio linguaggio
E mi sublimo in Poesia
Tornata coi piedi in terra
mi crogiolo a bassa voce
nelle fantasie e nei ricordi
A furia di scrivere di me
Di me scopro un qualcosa
E finalmente ritrovo l’Altra

 

traduzione di  Armando Saveriano

Friedrich Hölderlin


la sofferenza umana  non avrà mai fine perchè  come recita un famoso detto latino, l’uomo è lupo per l’altro uomo.

 

“…ma a noi è dato
in nessun luogo posare;
scompaion, cadono
soffrendo gli uomini
ciecamente
di ora in ora,
com’acqua da masso
a masso lanciata
senza mai fine, giù nell’ignoto….”
.
Friedrich Hölderlin

Riflessioni Personali……..io ero, dunque sono stato me stesso.


 da molto tempo cerco qualcosa che non esiste o forse esiste solo nella proiezione di quella alterità che tutti vedono tranne me. io mi vedo e non mi riconosco. com’è possibile tanta distanza tra reale e immaginario? perchè così tanta teoria assiomatica non mi dà nessuna risposta?

Nico Max weber

“Sento di star divenendo diverso, dunque io ero, dunque sono stato me stesso!”

«Il problema non è mai stato nella natura di tale o talaltro gruppo (d’appartenenza) esclusivo, ma nelle relazioni trasversali dove gli effetti prodotti da tale o talaltra cosa (omosessualità, droga, ecc.) possono sempre essere prodotti in maniera diversa. Contro quelli che pensano “io sono questo, io sono quello”, e che pensano ancora così in maniera psicanalitica (in riferimento al loro passato o al loro futuro), bisogna pensare in termini incerti, improbabili: io non so cosa sono, nonostante tutte le ricerche e i tentativi compiuti, non-narcisistici, non-edipici – nessun pederasta potrà mai dire con certezza “io sono un pederasta”. Il problema non è quello di essere in questo o in quell’umano modo, ma piuttosto di diventare inumano, anomalo: non diventare come una bestia, ma disfare l’organizzazione umana dei corpi, attraversare tale o talaltra zona d’intensità dei corpi, ricoprendo ciascuno le proprie zone, e i gruppi, le popolazioni, le specie che li abitano. Perché mai non dovrei parlare di medicina, pur non essendo medico, se ne parlo come un cane? Perché mai non dovrei parlare di droga, pur non essendo drogato, se ne parlo come un uccellino? E perché non dovrei inventarmi un discorso su una qualunque cosa, anche se questo discorso è completamente irreale e artificiale, senza che qualcuno mi domandi a che titolo lo tengo? La droga porta al delirio, perché io non potrei delirare sulla droga? Cosa ve ne fate della vostra “realtà”? Piatto realismo, il vostro».

(Gilles Deleuze, «Lettera ad un critico severo» in Pourparler)