Dario Bellezza


 

 

 

fiume

Serigrafia materica S. Fiume (mia collezione privata)

 

 

 

 

Prima un bacio

 

 

Diranno che ero un gran depravato:
ma dammi lo stesso prima un bacio
e poi uno schiaffo. Unico sentimento
non furtivo che ancora alberga
nel mio cuore ossidato di cittadino
spento che sogna la campagna
è la pace dei Sensi, la vittoria
Forse unico impegno sublime
è l’ancoraggio ad una stenta
lettura di me stesso, ad una triste
meta di decadenza accidiosa.
Ma un giorno diversamente dall’oggi
fuggimmo per terrestri mondi
desiderando della giovinezza
un profumo allegro e violento
talvolta, fra manifestazioni
e partiti!
Noi fummo la lucente generazione;
le periferie, le borgate furono
il nostro regno, la fortuna ci arrise
come volemmo, fra case contadine
e parrocchie cattoliche solatie.
Siamo qui ora davanti al sonno
che ci prenderà lentamente
per lasciarci in un ultimo gemito
di follia che non vuol dire ancora
ancora di salvezza.

 

 

Dario Bellezza

Pablo Neruda


 

 

 

gauguin

 

 

RICORDI… AMOR MIO…

 
… Ricordi, amor mio,
i nostri primi passi nell’isola?
Le pietre grigie ci riconobbero,
le raffiche della pioggia,
le grida del vento nell’ombra.
Ma il fuoco fu
il nostro unico amico,
vicino ad esso stringemmo
con quattro braccia, nell’inverno,
il dolce amore.
Il fuoco vide crescere nudo il nostro amore
fino a toccare stelle nascoste,
e vide nascere e morire il dolore
come una spada spezzata
contro l’amore invincibile…

 

 

Pablo Neruda

 

Edgar Lee Masters


 

 

lee master

 

 

 

La Collina

 
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia,
il buffone, il beone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì con una febbre,
uno fu arso in una miniera,
uno fu ucciso in una zuffa,
uno morì in una prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per moglie e figli –
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Lizzie e Edith,
il tenero cuore, l’anima semplice, la rumorosa,
l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto vergognoso,
una d’un amore contrastato,
una per mano di un bruto in un bordello,
una d’orgoglio spezzato inseguendo il desiderio del cuore,
una dopo una vita nelle lontane Londra e Parigi
fu riportata al suo angusto spazio vicino a Ella a Kate e a Mag.
Tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il Maggiore Walker che aveva parlato
con uomini venerabili della rivoluzione? –
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono figli morti dalla guerra,
e figlie che la vita aveva schiacciato,
e i loro orfani, in pianto –
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è il vecchio violinista Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, chiassando, non pensando né a moglie né a famiglia,
né all’oro, né all’amore, né al Cielo?
Eccolo Ciancia di pesce fritto di tanto tempo fa,
delle corse di cavalli di tanto tempo fa al Boschetto di Clary,
di quel che Abe Lincoln disse
una volta a Springfield.

 

 

Edgar Lee Masters

 

 

Marguerite Yourcenar


 

 

 

lucioranucci

 

 

 

da: Memorie di Adriano

 
“I cinici e i moralisti si trovano d’accordo nel collocare le voluttà dell’amore tra i piaceri cosiddetti volgari, tra quello del mangiare e quello del bere, pur dichiarandole meno indispensabili, poiché, ci assicurano, se ne può fare a meno. Dal moralista mi aspetto di tutto: ma mi stupisce che s’inganni il cinico. Ammettiamo che gli uni come gli altri abbiano paura dei loro demoni – sia che resistano sia che cedano a essi – e che cerchino con ogni mezzo di avvilire il piacere per cercar di sottrargli la potenza quasi terribile alla quale soccombono, il mistero dal quale si sentono travolti. Accetterò di assimilare l’amore alle gioie puramente fisiche (ammettendo che ve ne siano) quando avrò visto un ghiottone anelare di piacere innanzi alla sua pietanza favorita come un innamorato sulla spalla dell’essere amato.

 
Di tutti i nostri giochi, questo è il solo che rischi di sconvolgere l’anima, il solo altresì nel quale ci si deve abbandonare al delirio dei sensi. Non è necessario per un beone abdicare all’uso della ragione, ma l’innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo demone. In qualsiasi altro caso, l’astinenza o la sregolatezza non impegnano che l’individuo; salvo il caso dio Diogene, le cui privazioni, il cui lucido pessimismo si definiscono da sé, ogni atto sensuale ci pone in presenza dell’Altro, ci coinvolge nelle esigenze e nelle servitù della scelta. Non ne conosco altre ove l’uomo sia spinto a risolversi da motivi più elementari e ineluttabili, ove l’oggetto della scelta venga valutato con maggiore esattezza per il peso di piaceri che offre, ove chi ama il vero abbia maggiori possibilità di giudicare la creatura umana nella sua nudità.

 
Stupisco nel veder formarsi di nuovo ogni volta – nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un’umiltà più assoluta di quella della sconfitta e della preghiera – quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell’Altro, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente. Questo gioco misterioso che va dall’amore di un corpo all’amore d’un essere umano, m’è sembrato tanto bello da consacrarvi tutta una parte della mia vita.

 
Le parole ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie, implica al tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d’intimità dei corpi, e quelli di violenza, d’agonia, di grida. La piccola frase oscena di Poseidonio – che t’ho visto ricopiare sul tuo quaderno di scuola con una diligenza da primo della classe – a proposito dell’attrito di due piccole parti di carne, non definisce il fenomeno dell’amore, così come la corda toccata dal dito non rende conto del miracolo infinito dei suoni. Più ancora che alla voluttà, essa reca ingiuria alla carne, a questo strumento di muscoli, di sangue, di epidermide, a questa rossa nube di cui l’anima è la luce viva dei campi”.

 
Marguerite Yourcenar