Thorstein Veblen


 

 

Veblen

 

 

 
da: le Origini della proprietà

 

 

Andando un po’ indietro nella storia culturale del nostro passato, arriviamo ad una situazione in cui si afferma che una persona che venga impegnata nel settore industriale, è la prova che non può possedere proprio nulla. Nell’epoca della schiavitù e della servitù chi lavora non può possedere, e chi possiede non può lavorare. Anche di recente – culturalmente parlando – non vi era alcun dubbio che il lavoro delle donne, nella famiglia patriarcale, non costituisse nessun diritto a possedere i prodotti del suo lavoro. Più indietro, nella cultura barbarica, quando la famiglia patriarcale era in migliore stato di conservazione di quanto sia oggi, questa posizione era accettata con la fede più incondizionata.

Solo il capofamiglia poteva possedere, ed inoltre la portata di questa proprietà era molto qualificata se egli aveva un superiore feudale. Il diritto di proprietà è un diritto proveniente dalla prodezza, da un lato, e dall’incarico di un superiore che comporta sofferenza, d’altra parte. Il ricorso alla prodezza come base del mandato definitivo diventa più immediato e più abituale più indietro si risale, fino alle prime culture barbariche; fino a quando, ai livelli inferiori della barbarie o a quelli superiori di saggezza, prevale “il solito schema”, appena un po’ attenuato. Ci sono sempre delle convenzioni, una certa visione di quali siano le legittime condizioni e circostanze che circondano la proprietà e la sua trasmissione, tra le quali la principale è l’abituale accettazione.

Ciò che è stato accettato come lo status quo del momento, è giusto e buono fino a quando non si imbatte nella sfida di una forza irresistibile. I diritti di proprietà sanciti dagli usi ancestrali sono inviolabili, tranne che di fronte allo spossessamento con la forza. Ma il sequestro e la ritenzione con la forza molto presto guadagno la loro legittimazione, e la conseguente permanenza in carica diventa inviolabile per mezzo dell’assuefazione.

(…) non solo il lavoro produttivo del proprietario è oggi il fondamento definitivo della proprietà, ma l’origine dell’istituzione della proprietà è rintracciata nel lavoro produttivo di quell’ipotetico cacciatore selvaggio che ha prodotto due cervi o un castoro o dodici pesci. La storia congetturale dell’origine della proprietà, così come fino ad oggi descritta dagli economisti, è stato costruita sulla base dei presupposti del Diritto Naturale e di un vincolante Ordine Naturale.
A chiunque si avvicini al problema della proprietà con un interesse marginale per la sua soluzione (come accade agli economisti classici, pre-evolutivi), e sia ben radicato nel diritto naturale, tutto questo sembra semplice. Dà conto abbastanza bene dell’istituzione, sia dal punto di vista della deduzione logica, sia da quello dello sviluppo storico. Il proprietario “naturale” è la persona che ha prodotto un bene, oppure chi, con una spesa costruttivamente equivalente di forza produttiva, ha trovato e si è appropriato dell’oggetto. Si concepisce che tale persona diviene il proprietario dell’oggetto in virtù dell’inclusione logica ed immediata dell’idea di proprietà sotto l’idea di industria produttiva.

 

 

Thornstein Veblen

 

 

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