Lylitu Il Pensiero, la Cultura, la Scelta


 

posto un bellissimo commento scritto da un’altra meravigliosa blogger, lylitu.

 

 

 

 

cultura1

 

 

 

Il Pensiero, la Cultura, la Scelta

 
Se le parole hanno un peso specifico ed un significato intrinseco che non sempre è quello che comunemente tendiamo a considerare, vorrei che rivedessimo i termini della questione che trattiamo, per affondare ancor meglio le radici del nostro agire in una corretta comprensione..
dici che senza cultura non c’è pensiero, e senza pensiero non c’è scelta…
direi, invece, che se non c’è pensiero non c’è cultura, e senza cultura non c’è scelta intrinseca…
il pensiero nell’uomo è una dote naturale che l’evoluzione ci ha regalato, e di cui quindi disponiamo dalla nascita… è la capacità di collegare fra loro le informazioni, operazione semplicemente straordinaria e straordinariamente sottovalutata (dai più)… gli stimoli (invero orripilanti ed annichilenti) che riceviamo dall’esterno (giornali, radio, ma soprattutto la televisione, che con la sua diffusione capillare e incontrastata ha di fatto condizionato la maggior parte delle menti umane senza che nessuno abbia alzato o alzi un dito per impedirlo), vengono assorbiti e rielaborati dal pensiero, che li cataloga secondo due cose : la propria struttura personale (sensibilità, valori, inclinazioni), e i comportamenti sociali circostanti, intendendo per “società” tutto il tessuto, dalla famiglia (cellula embrionale semplice) fino ai continenti (cellule complessissime e multifunzionali), non escludendo nessuno dei passaggi intermedi (scuola, circoli, amicizie, lavoro, istituzioni, ecc. e la cultura?

 

 
..molteplici e in continua evoluzione sono le definizioni di cultura…
La prima definizione antropologica di cultura che si allontana sia dall’universalismo illuminista sia dalla visione etnocentrica della prima antropologia e sottolinea il carattere relativo della cultura è quella di Tylor, che nel 1871 definisce la cultura come il complesso che include le conoscenze, le credenze, la morale, le abitudini e gli oggetti materiali di una comunità.
i successivi sviluppi dell’antropologia, con Malinowski, Mauss e Levy-Strauss, affermano ancora di più la dimensione relativista : essi evidenziano la necessità di immergersi nel tessuto culturale della comunità studiata per comprenderne i suoi significati.
al centro del significato antropologico di cultura trova così sempre più spazio l’idea di quotidiano (i ruoli, le aspettative, le credenze, i miti, i riti e tutte le pratiche che strutturano l’agire quotidiano) e di strumento prescrittivo per dare significato al mondo (ridurre incertezza) e al noi (identità)…. dunque è con il pensiero che esercitiamo nel vivere quotidiano che definiamo la cultura…
a questo punto, si genera un circolo virtuoso, per cui il pensiero definisce la cultura che stimola il pensiero, e così via, producendo in questo modo, in maniera intrinseca ed automatica la scelta : se una cosa funziona, la tengo, vivo meglio (la cultura genera anche la vivibilità), penso meglio e, di nuovo, vivo meglio, ecc.ecc., mentre se non funziona, la cambio, e mi rimetto nel circolo virtuoso….

 
Quando tu dici che la cultura “…agisca anche sul nostro carattere facendo venir fuori il vero temperamento, quindi la cultura è l’equivalente di un forte stimolo all’azione, la sotto-cultura al contrario, agisce invece da agente soporifero”, io dico che la cultura genera consapevolezza, ben oltre il mero temperamento, quest’ultimo spesso soggetto alla Natura dell’uomo, ed è quindi la consapevolezza, figlia di un processo logico e razionale, che induce l’agire, perché consapevolmente si sceglie di cambiare ciò che non funziona (si ritorna al circolo virtuoso di prima); mentre la sotto-cultura genera immobilismo ed incertezza…
ma allora, se abbiamo TUTTI il dono del pensiero dalla nascita, cosa c’è che non funziona? ..gli stimoli che riceviamo, la base fondante ed imprescindibile su cui ci formiamo, ecco cosa…
gli stimoli per l’uso del pensiero altro non sono se non informazioni, di qualsiasi tipo ed a qualsiasi livello, quindi è vitale la corretta gestione della diffusione delle informazioni…e chi diamine decide io cosa devo pensare?? degli infami disgraziati, che, per rispetto a te che mi ospiti, evito di apostrofare con epiteti ancora peggiori, ma comunque mai abbastanza rappresentativi delle loro “qualità”…

 
Chi gestisce le informazioni gestisce il mondo, è una verità che è stata per troppo tempo occhieggiata si, ma grandemente sottovalutata, si è lasciato che con il tempo acquisisse un tale potere occulto, ma reale!, sui nostri pensieri di ogni giorno, da toglierci qualsiasi impulso alla scelta, non la scelta, proprio l’impulso a pensare di poter scegliere!
anche la religione, seppur con le sue mistificazioni funzionali a mantenere l’uomo nella paura dell’inconoscibile ed incomprensibile divino, contempla il concetto di libero arbitrio; i “gestori” delle informazioni ci hanno tolto anche quel concetto, fallace e discutibile quanto vogliamo, ma pur sempre espressione di pensiero, cultura e consapevolezza…
quindi, in questo caso, non me la prendo con la religione più di tanto, in fondo “fa il suo mestiere”, e se io so usare il cervello, penso e scelgo consapevolmente ciò che ritengo più giusto per me…
ma il bene comune, il corretto funzionamento della civiltà, è demandato alla politica, come ben spiegato in queste brevi righe…
“l’etimo della parola, e la sua stessa struttura, racchiudono il significato della politica e mostrano il segno dell’ambito cui essa specificamente afferisce: la sfera pubblica e comune. Politica deriva dall’aggettivo greco πολιτικός, a sua volta derivato da πόλις, città. Era il termine in uso per designare ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, dunque allo Stato (πόλις) e al cittadino (πολίτης). Centro e insieme oggetto della politica è la πόλις, la vita nella città e della città; τά πολιτικά è l’espressione che indica, in generale, le questioni politiche. Quasi tutte le espressioni in uso per designare le questioni pubbliche, il governo, l’amministrazione, il sistema politico sono derivate da πόλις. La città è il luogo dei «molti» (οἵ πολλοί), è anche il luogo che fa di tali molti un insieme, una «comunità» (κοινωνία). Non stupisce allora che la parola πολιτικός («politico») e la parola πόλις («città») condividano la medesima radice πολ- della parola che dice «i molti» (οἵ πολλοί).”

(definizione base di politica dell’enciclopedia Treccani)

 
Ora, non per voler essere piccosa o puntigliosa su una questione di lana caprina, come scriveva Orazio, ma qualcuno potrebbe cortesemente indicarmi in quali comportamenti dovrei evincere il reale impegno politico in questi “governanti”? e il dubbio, sempre più strisciante, è che persino costoro ed il loro sistema (mi rifiuto di chiamare politica una gestione arrivista ed affarista della società) siano influenzati da chi gestisce le informazioni, perché più su ancora della politica, è l’economia, la finanza, ed è assolutamente verosimile che siano loro a gestire le informazioni… ma qui entriamo in un altro discorso che, scusandomi già per il lunghissimo ed articolato intervento, converrebbe fare in un altro momento, magari con un post apposito, se lo desideri, lupo…
quindi, per concludere (posso udire il vostro sospiro di sollievo a distanza 😉 ), direi che sia la mala gestione dei governanti, che la subdola prevaricazione ecclesiale, sono esse stesse figlie di una gestione delle informazioni che lobotomizza l’impulso all’uso del pensiero…

 

Lylitu

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