Carlo Michelstaedter…..La Retorica.


 

 

La retorica è l’arte di parlar bene (in greco antico ῥητορικὴ τέχνη, traslitterato in rhetorikè téchne, «arte del dire»). Essa è la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare la lingua naturale (non simbolica) secondo un criterio per il quale a una proposizione segua una conclusione. Sotto questo aspetto essa è un metalinguaggio, in quanto cioè un «discorso sul discorso».

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“Lo scopo della retorica è la persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio”.

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Da un lato, la persuasione consiste in un fenomeno emotivo di assenso psicologico; per altro verso ha una base epistemologica: lo studio dei fondamenti della persuasione è studio degli elementi che, connettendo diverse proposizioni tra loro, portano a una conclusione condivisa, quindi dei modi di disvelamento della verità nello specifico campo del discorso.
da: wikipedia

 

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 04-05-2012 Roma Politica Cerimonia per il 151mo anniversario della costituzione dell'Esercito italiano Nella foto Un momento della cerimonia Photo Roberto Monaldo / LaPresse 04-05-2012 Rome Ceremony for the 151th anniversary of the Italian Army In the photo A moment of the ceremony
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

 

retorica-militarista-senza-fine-3

(retorica militaristica senza fine)

 

 

Con l’avvento della società, poiché ha ceduto la propria individualità in cambio della sicurezza, ogni uomo ha rinunciato alla lotta, all’affinamento delle proprie capacità, a distinguersi dagli altri esseri umani. Soccombendo a riti, diritti, doveri, modi di dire («Abituarsi a una parola è come prendere un vizio»), avviene una riduzione della persona . L’uomo è costretto a dipendere da altri, non ha più la forza e le risorse necessarie per provvedere alla propria persona da sé medesimo. Tuttavia, la trama della società fa sì che lo schiavo e il padrone siano saldamente vincolati l’uno all’altro; anche il padrone ha bisogni e utilizza lo schiavo per soddisfarli. La società tiene legati servo e padrone.

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(..) l’individuo stabile arresta il tempo e ogni suo attimo è un secolo per gli altri, finché egli faccia di sé fiamma e si fermi nell’ultimo istante: allora sarà persuaso e nella Persuasione avrà la pace.

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Il Peso della propria esistenza e delle proprie scelte….(siamo persuasi di quello che facciamo, punto)

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La vita sarebbe, se non vi fossero un tempo e uno spazio infiniti che allontanano l’essere sempre al prossimo istante. Ma chi può dire di essere, di avere vita, dato che essa non è stabile, ma è un continuo movimento? La volontà è tale rispetto a qualcosa, e dato che non si può consistere e che non si ha la Persuasione, non si può possedere alcuna cosa, non ci si può compenetrare, si è solo in relazione con qualcosa: ogni cosa ha, se è avuta. Solo nella Persuasione, cioè nell’atto stabile, che è insieme potenza e atto, si potrebbe avere qualcosa; nella vita normale si può solo entrare in relazione con gli altri.
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Non c’è una via preparata, non c’è un metodo o una lingua già fatte da altri: ognuno per arrivare alla Persuasione deve creare da sé e la lingua, e il metodo e la strada: non basta imitare, la via non ha segni o indicazioni, ognuno deve cercarla da solo, e non può sperare aiuto che in sé stesso.
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Nessuna cosa vale per sé, ma solo in relazione a qualche altra. La vita è una infinita correlatività di coscienza: se si isolasse una sola determinazione di volontà, soddisfatta quella l’organismo morrebbe.
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Ma anche se due diversi organismi si volessero, unendosi morrebbero come tali, la loro vita è il suicidio. Il loro amore è odio, la loro vita è la loro morte. La correlatività loro non abbisogna di tempo e di luogo per avvenire, le sono indifferenti l’avvenire o meno, e comprendono in sé già il passato e il futuro: come per il cloro e l’idrogeno la vita è stata dolore mortale causa la mancanza dell’altro elemento e viceversa, ma il piacere sublime del loro amplesso è la loro morte. Nel tempo fra la loro nascita e la loro morte però il cloro si annoia, non avendo di che fare. La volontà elimina però la noia collegandosi ad altri complessi, maggiori o diversi: dirigendo la volontà su altro. Il complesso maggiore vuole qualcosa non in sé stessa ma per ottenere altro tramite essa, il complesso minore vuole solo l’oggetto in sé.

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L’animale (la vita animale) tende tutta verso qualcosa, in maniera ordinata, e vuole ottenere l’assoluta Persuasione in quella; ma nel momento che l’ha ottenuta, il dio benevolo fa brillare lontana la luce di qualcos’altro, e la vita dell’animale è tutta in questo eterno inseguimento di una cosa singola dopo l’altra, per sempre.

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Il benevolo dio è l’amore della vita, la luce il piacere. Piacere che per l’animale è dato dal sapore della cosa, sapore che lo guida a cercarla, ma non ad abusarne. E nella gioia della sua affermazione è la sua vita, e dice “io sono”: si sente infatti sempre lo stesso, pur fra cose e tempi diversi. E tutte le cose intorno a lui esistono nella loro realtà, essendo stabili in rapporto a lui: non dice “questo è per me”, ma “questo è”, non “questo mi piace” ma “questo è buono”. L’io per cui una cosa è o è buona è la sua coscienza, il suo piacere o la sua attualità, che per lui è fuori dal mondo ed è stabile e reale. E tutto per lui tende a un fine, perfettamente chiaro e sicuro, così ciò che vive si persuade che la vita è ciò che sta vivendo.
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Ma ciò è persuasione illusoria.
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Il fine non è altro che la volontà di veder tutto secondo la propria misura e di perpetuarsi nel futuro.
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Ma egli manca nel presente, non possiede sé stesso, e non può quindi aversi nel futuro, preoccupato com’è a dar valore e coscienza alle cose intorno a lui. Il suo orizzonte è limitato come lui e non può così arrivare al possesso di sé stesso, cioè alla Persuasione. Così l’uomo, mentre gioisce della sua affermazione, intuisce altre infinite volontà al di fuori di lui, e il suo piacere è contaminato da un profondo dolore, per alleviare il quale hanno creato un dio trascendente, che se ne occupi. Ma il terrore torna talvolta, più frequente nei bambini (paura del buio), più lontano ma talvolta sovrastante negli adulti. Questo dolore accomuna tutte le cose che vivono temendo la morte, e che non hanno in sé la vita perché non possiedono la Persuasione. Il dolore prende vari nomi: rimorso, noia, paura, ira, tutti dolori causati dallo scoprire i limiti delle proprie illusioni. Anche la “gioia troppo forte” è un dolore, perché mette improvvisamente nel presente ciò per cui si viveva pensandolo nel futuro, e toglie così le ragioni di vita. Tutto ciò toglie il velo della propria illusione, portando dal “tu sei” del piacere al “tu non sei” del dolore.
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Ogni persona, ogni cosa hanno la loro causa, e ad essa giunge un giusto effetto. Ognuno crede che qualcosa sia giusto perché è giusto per lui, ma ciò facendo lo rende ingiusto per gli altri: nessuno è giusto e nessuno fa il bene.
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Ogni persona senza Persuasione è disonesta, perché i suoi atti sono il frutto di un’individualità illusoria, contaminata dalla paura della morte. Anche l’uomo persuaso per tendere alla vita deve tutto dare e niente chiedere, ed essere infinita attività: questo è il dovere.
Il dare è in sé, non per ricevere, beneficare per ottenere gratitudine è chiedere. Può dare, fare o beneficare solo chi ha, è o sa. Perciò non si devono dare i mezzi per insegnare la paura della morte, ma per sradicarla, e dare la vita, ora, tutta e qui. Dare è fare l’impossibile, dare è avere. L’uomo deve persuadersi per persuadere, essere un tutt’uno con il mondo. Non si può esaudire il particolare, si commetterebbe un’ingiustizia verso gli altri. Non ci sono soste verso la via della Persuasione, mai accontentarsi, mai dire “ho tentato”. Anche se gli altri uomini non vogliono, si deve continuare fino a che anche i ciechi possano vedere ciò che lui ha visto.
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Il mondo è il mio mondo, e se lo posseggo posseggo anche me stesso. E allora il dolore muto e cieco che è in tutte le cose che non sono e vogliono essere parlerà con lui, e lui vedrà che gli uomini non soffrono per qualcosa, ma soffrono per il vuoto che è sempre in loro. Egli potrà allora dimostrare che il loro dolore non è dolore, la miseria e la malattia non sono tali senza la paura, e che senza i bisogni la vita sarà più vasta e completa. L’uomo sulla via della Persuasione è equilibrato e vive in ogni punto, perché sa di essere insufficiente di fronte all’infinita potestas dell’atto e non desiderando le cose le ottiene.”
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dalla tesi di laurea di : Carlo Michelstaedter

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15 pensieri su “Carlo Michelstaedter…..La Retorica.

  1. “…e lui vedrà che gli uomini non soffrono per qualcosa, ma soffrono per il vuoto che è sempre in loro.”
    Stupende frasi profonde, alle quali mi permetterei soltanto di aggiungere umilmente che: si soffre per il vuoto interiore, perchè non si ha consapevolezza del fatto che il vuoto non esiste. Tanto è vero che esso può essere ricolmo di rabbia e odio oppure di curiosità e vitalità, sempre a seconda di come lo si possa guardare o percepire…
    Un carissimo saluto……..

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    1. Abbiamo la stessa visione delle cose caro Silviatico…….poi vorrei aggiungere anche….

      qui il punto è uno solo, se siamo persuasi , qualsiasi cosa noi facessimo la faremmo bene, però, ciò non ci da il diritto di fare retorica per convincere gli altri della nostra persuasione.
      E’ cosi che funziona, un signore che mi ha censurato alcuni commenti sul suo blog, anche questa mattina sta tentando di persuadere tramite una splendida retorica, alcuni “agglomerati di cellule cerebrali” che la guerra è giusta, ma non solo, la colpa della stessa è nostra in quanto cittadini di un Stato il cui governo ha deciso di occupare altri paesi, ci corre l’obbligo morale quindi, di assumercene la responsabilità.

      Non so se vi rendete conto di quello che scrive questo signore, spero di si, altrimenti non ci sarà differenza fra coloro che si ostinano disperatamente di far capire che le guerre sono inutili, con quelli che deliberatamente sparano per uccidere.
      NO, questo non mi sta bene perché io sono contro questo Governo fasullo e sono contro la guerra preventiva, quindi non voglio assolutamente ritenermi responsabile di ciò che fanno i nostri miltari all’estero.

      Ciao Silviatico… 🙂

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          1. Oltre che retorica, oserei definirla logica stringente: ho sentito anche altre persone fare di questi discorsi. Ma mai con una logica tanto stringente e ben argomentata. Il che fa onore al suo autore. Dove casca l’asino, a mio modestissimo parere, è nell’uso quasi pedissequo di una filosofia che, oserei definire di stampo beckettiano: siete al mondo, non c’è più niente da fare. Dunque l’adesione tout court ai meccanismi della società, con quella sorta di conformismo che non è scevra di onestà intellettuale e rettitudine morale… Che dire? Trovo la cosa alquanto stucchevole, poichè la realtà è meno definita di quel che si può leggere dalle sue righe. Certo che non si può sfuggire al fatto di essere nati in questo Paese e che quindi non ci si può rifiutare di aderire a quelle responsabilità di cui si sente di doversi fare carico. Però è anche vero che non ci si può rifugiare in questo senso di responsabilità per leggere una realtà tanto disumana, quanto quella delineata dalle cosiddette”missioni umanitarie all’estero”.Ciò vuol dire ignorare e bypassare quelle che sono le premesse fondamentali delle tragedie mondiali. E’ un po’ come il discorso dei missionari di tutte le religioni: siccome il mondo è pieno di cattivi, noi andiamo in giro per alleviare le sofferenze. Ignorando il fatto che, se davvero volessero alleviare le sofferenze altrui, la prima cosa sarebbe quella di provare ad incidere sulla politica del proprio Paese d’origine e dei suoi alleati. Se non si fa questo, hai voglia a vantare la moralità di certe scelte di peace keeping, poichè ci si ritroverà sempre a mettere delle toppe peggio dei buchi che si vuole ricoprire. E questo è proprio anche di certi militari”democratici”. In definitiva, mi ricorda molto certi discorsi praticati ai tempi della guerra umanitaria, per celare gli intenti più inconfessabili legati all’aggressione, senza se e senza ma, di uno stato sovrano come la Serbia…….
            Un carissimo saluto……..

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            1. Io invece la definirei logica surrealista alla Adamov, una sorta di impazzimento collettivo che va in scena come un bel dramma dell’assurdo.
              Silviatico caro, oggi tutto è relativo, è relativa la politica, quella politica che fa credere di essere fuori dalla crisi (lo fanno ininterrottamente dal 2011 con Monti), pur sapendo che da questa crisi non si torna indietro, è relativa la morale dei politici che prima si fanno corrompere, poi legiferano leggi per salvarsi la pelle rimanendo cosi al loro posto, è relativa la libertà di espressione, poi accusano Erri de Luca per aver espresso le proprie idee, è relativa anche la libertà di scegliersi un governo con il voto, poi arriva a governare una persona che non è stata eletta da nessuno ma voluta dalla Troika, è relativa la libertà di movimento, perché se per sbaglio una sera, mentre passeggi tranquillo vieni fermato dalle forze dell’ordine, può succederti quello che è successo a queste persone:

              Riccardo Rasman, 34 anni, muore il 27 ottobre 2006, nel suo appartamento a Trieste: ammanettato a terra, prono, con le caviglie legate da un fil di ferro, ha un arresto respiratorio. La polizia era intervenuta a seguito della segnalazione di alcuni vicini perché Riccardo teneva il volume della musica troppo alto e aveva lanciato due petardi nella corte interna dello stabile;

              Giulio Comuzzi, 24 anni, muore suicida il 28 febbraio 2007 in un Centro di riabilitazione mentale di Trieste. Secondo il padre, parte di responsabilità per il gesto del figlio sarebbero imputabili ai medici che lo avevano in cura per un problema psichiatrico;

              Federico Aldrovandi,  studente ferrarese di 18 anni. Il 25 Settembre 2005 una volante sarebbe stata avvertita da una donna  preoccupata dalla presenza di un ragazzo che, forse, camminava in modo strano, forse cantando.Quando arrivò la volante seguì una collutazione. All’arrivo sul posto il personale del 118 trovava il paziente “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena, era incosciente e non rispondeva”. Il giovane morì sul posto. Secondo un’indagine medico–legale dall’esame autoptico la causa ultima di morte sarebbe stata “un’anossia posturale”, dovuta al caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti durante l’immobilizzazione;

              Manuel Eliantonio, 22 anni, muore il 25 luglio 2008, nel carcere Marassi di Genova, coperto di lividi e di segni di violenze, ufficialmente dopo aver inalato del gas butano. Stava scontando una condanna a 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. La sua pena avrebbe dovuto terminare il 4 settembre;

              Marcello Lonzi, 29 anni, muore l’11 luglio 2003 nel carcere di Livorno: sarebbe deceduto per collasso cardiaco, dopo essere caduto battendo la testa. La madre non crede a questa ricostruzione e sospetta si sia trattato di un omicidio, anche perché il corpo del figlio era coperto di lividi;

              Stefano Cucchi, 31 anni, muore il 22 ottobre 2009 nel reparto detentivo dell’Ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dopo essere passato per il Tribunale, il carcere di Regina Coeli e l’Ospedale Fatebenefratelli. Otto giorni fatali durante i quali la famiglia ha tentato invano di mettersi in contatto con il proprio caro e con i medici che lo avevano in cura;

              Aldo Bianzino, 44 anni, muore il 14 ottobre 2007, nel carcere “Capanne” di Perugia, dove era detenuto da meno di 48 ore. L’autopsia fa risalire le cause della morte a un aneurisma cerebrale. Incensurato, pacifista, di professione falegname, lascia la moglie, anch’essa imputata e che morirà di lì a poco, e un figlio, Rudra, ora diciassettenne, senza più una famiglia;

              Stefano Consiglio, 16 anni, il 16 aprile 1989 fu ucciso da un colpo di Beretta 92F esploso da un poliziotto che lo aveva inseguito le vie di Brancaccio (quartiere di Palermo), dopo averlo visto rubare un’autoradio.Colpito con un colpo a bruciapelo alla testa, morirà tre giorni dopo in ospedale;

              Gabriele Sandri, 28 anni, muore l’11 novembre 2007 in un Autogrill dell’autostrada A1, dove, dopo un accenno di rissa tra tifoserie opposte, la polizia stradale interviene e un agente spara due colpi di pistola a grande distanza colpendo Gabriele al collo mentre si trova all’interno di un’auto;

              Stefano Frapporti, 50 anni muore suicida il 21 luglio 2009 nel carcere di Rovereto (TN). Era un muratore provetto e stimato. Con la legge non aveva mai avuto problemi, fino a quando una pattuglia di Carabinieri lo ferma, contestandogli una manovra errata in bicicletta. Gli perquisiscono la casa, dove gli trovano dell’hashish e lo arrestano. Il giorno stesso viene rinvenuto morto, impiccato in cella;
              Simone La Penna, 32 anni, muore il 25 novembre 2009 nel carcere di Regina Coeli (Rm). Era in carcere per reati legati alla droga e soffriva di un’anoressia nervosa che gli aveva fatto perdere oltre 20 chili di peso in due mesi. A Regina Coeli, dove non poteva essere curato, era arrivato dal reparto medico per detenuti dell’ospedale “Belcolle” di Viterbo;
              ..e mi fermo qui.

              Anche i nostri pensieri sono relativi, sempre pressati dalla retorica del potere per essere persuasi del fatto che essendo cittadini, concorriamo moralmente alle nefandezze della Guerra.

              No caro amico, non ci sto a questo gioco al massacro in cui il Potere fa ricadere la sua inettitudine nel governare sulle nostre spalle, IO NON ho votato questo governo e la Guerra Non è fatta anche in mio nome, NO.
              Non posso stimare chi, prima spara e poi dica che la guerra è sofferenza, non posso stimare chi senza dignità non sa dare un “senso” a quello che fa, non posso stimare chi tenta di estranersi dalle proprie responsabilità cercando solidarietà sul web, come non posso stimare chi dice che la colpa è del governo che li comanda, un governo votato da noi, sapendo che questo non è assolutamente vero perché dal 2011 hanno governato persone non elette.

              Stringerò i denti per cercare di fare il possibile per aiutare a capire che viviamo in una finzione della realtà, cercherò di far capire che tutto è relativo perché non esistono più i Valori, cercherò di far capire che lo stato sociale fondato sul principio di uguaglianza viene continuamente e volontariamente calpestato, cercherò di far capire che non abbiamo più diritti ma doveri, ecco, se dopo tutte le energie profuse in questa attività di informazione mi accorgerò che sono state energie spese invano, beh! mi arrenderò sapendo almeno di aver combattuto.

              Tante volte mi chiedo perché faccio tutto questo, quando potrei benissimo andare in un altro paese e vivere serenamente il resto della vita che mi rimane da vivere, potrei farlo già da domani 28 settembre.

              Un caro abbraccio….

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    1. Eccerto viki, la retorica serve a convincere gli altri che il loro comportamento sia legittimo, scaricando in questo modo sulla coscienza degli altri le loro colpe.
      Non hanno ancora capito che nessuno di noi vuole che ci siano guerre preventive, perché preventive o meno, la guerra è sempre sinonimo di morte.
      Ma la politica non aveva promesso il rimpratrio del nostro esercito? cosa ci facciamo ancora laggiù?
      Ciao ciao…

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        1. si la conosco …..ma allora, le guerre preventive oltre a far occupare posizioni strategiche sullo scacchiere internazionale, servono anche alle industrie belliche che producono armi….eh! si viki, dico io, come si fa a credere che servono a combattere il terrorismo…..ma di quale terrorismo parliamo, quello che hanno finanziato ed ora combattono?
          Lo puoi vedere con i tuoi occhi ed anche dai commmenti, cosa può fare la retorica agita attraverso i media, il bello è che sono in molti a crederci….

          Liked by 1 persona

..dimmi ciò che pensi.

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