Fabrizio de Andrè


 

poesia in musica

 
Dedicata a tutti coloro che hanno respirato il gas dei lacrimogeni , l’odore di benzina delle molotov, la durezza dei manganelli e il buon profumo d’inchiostro del “ciclostile”……altro che generazione incazzata!!!

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Qualcosa su questo brano…

“Coda di Lupo” è un brano dell’album Rimini. Nel testo della canzone si parte “da lontano” e si usa un artificio, parlando della storia italiana che dal dopo-guerra arriva al 1977 guardandola in quello specchio che sono i nativi americani. Il facile riferimento sono gli “indiani metropolitani”. Come in un immenso giro, dagli indiani si parte e agli indiani si arriva!
De André parla, in questa canzone scritta nel 1978, del vero e ultimo conflitto che ha segnato la storia della società italiana: quello fra un’estrema sinistra antagonista ed il più grande partito comunista d’Europa, assolutamente incapace, nella sua grettezza, di comprendere l’impulso al cambiamento reale. Incapace di sfruttare perfino la vittoria elettorale del 1975, occupato com’era a far professione di moralismo e di austerità. L’accusa è la stessa rivolta dal giovane Sofri al vecchio Togliatti. L’accusa non era quella di non aver fatto la rivoluzione, in Italia. Ma di averla impedita!

 

 

 
Coda di Lupo

 

Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei sui fatti tuoi

e al dio degli inglesi non credere mai.

E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in “Coda di lupo”
cambiai il mio pony con un cavallo muto

e al loro dio perdente non credere mai

E fu nella notte della lunga stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema

e al loro dio goloso non credere mai.

E forse avevo diciott’anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai

e al dio della scala non credere mai.

Poi tornammo in Brianza per l’apertura della caccia al bisonte
ci fecero l’esame dell’alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
– Per la caccia al bisonte – disse – Il numero è chiuso.

E a un Dio a lieto fine non credere mai.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all’università
dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace

e a un dio fatti il culo non credere mai.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria

e a un dio senza fiato non credere mai.

 

Fabrizio de Andrè

 

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3 pensieri su “Fabrizio de Andrè

  1. Grazie per la dedica. Ne ho prese di manganellate. A un certo punto non si capiva più chi le menava. La Celere, gli avanguardisti, i katanga. Tutti menavano tutti. Però è stato un bel costruire. Ciao Nico.

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    1. Grande Faber, ha accompagnato con i suoi testi, la storia di questo paese, delle realtà sociali che si sono accavallate nel tempo, del degrado dei Valori, dell’incipiente arrivo del liberismo sfrenato, delle lotte di classe, del diritto allo studio, tutto è raccolto nelle sue bellissime canzoni.
      Un Grande de Andrè…..con tutti i ricordi che ritornano alla luce, ascoltando i suoi testi.
      Ciao Piero 🙂

      Liked by 1 persona

..dimmi ciò che pensi.

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