Riflessioni Personali… il Tempo, una riflessione tra Kant e Heidegger.


 

Martin_Heidegger

 

 

 

 

L’implicazione del tempo nella metafisica moderna: una riflessione tra Kante Hedigger
1. L’ambiguità originaria della metafisica

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Quando uno sente parlare di metafisica, scriveva Hegel in un breve scritto satirico, si affretta a fuggir via come se si trovasse di fronte a un appestato. Il motivo è che la metafisica tradizionale non sarebbe altro che un pensiero astratto e ciò che è astratto costituisce una vera e propria malattia perché, mentre tenta di elevare (astrarre appunto) un contenuto per renderlo universale, non fa altro invece che dividere e lacerare il tessuto tanto del pensiero da cui si era partiti che della realtà a cui intendeva pervenire.
Tuttavia la metafisica non ha un significato univoco né può essere ascritta ad un unico periodo della storia del pensiero. Il termine ha subito una torsione decisiva nell’era moderna, a partire dalle indagini di Cartesio, Leibniz, Spinoza e in modo sicuramente sistematico e radicale da Kant, il quale lo estraesse dalle lamiere prodotte dallo scontro fra dogmatismo e scetticismo, per dargli nuova dignità. Non a caso, lo stesso Hegel utilizzerà il termine in un senso diverso e propulsivo.

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La metafisica dunque non ha un significato univoco, proprio perché, costituendosi come scienza delle scienze o come filosofia prima, non possiede un territorio certo di riferimento da cui poter partire con sicurezza – o da cui poter far iniziare l’avventura del pensiero; da qui il problema del rapporto, in un certo senso originario, tra metafisica e metodo, tra il moto del pensiero e il suo inizio orientato.
Essa infatti non è un edificio già costruito, la sua architettura è incerta così come le fondazioni non sono ancora definite, eppure si tratta di qualcosa di reale, diceva Kant, perché riguarda una disposizione naturale di tutti gli uomini.
Che cos’è che infatti noi chiamiamo metafisica? “Se vi fosse realmente una metafisica che potesse affermarsi come scienza, se si potesse dire: eccovi la metafisica, studiatela ed essa vi persuaderà irresistibilmente e per sempre delle sue verità, questa domanda non avrebbe ragion d’essere” scriveva Kant. Purtroppo però non è così. giacché “non si può indicare nessun libro, come si indicherebbe l’Euclide, e dire: questa è la metafisica”.

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In questo senso, gli scritti di Aristotele cui alcuni discepoli diedero il nome di Metafisica, non possono certo rappresentare ciò che gli Elementi di Euclide hanno rappresentato per la matematica, sia perché il destino del pensiero metafisico era stato tracciato in precedenza in modo sistematico già da Platone, sia perché gli scritti Aristotelici stessi che si collocano dopo la Fisica o al di sopra di essa, conservano una molteplicità di direzioni che hanno dato luogo a dispute di difficile soluzione teoretica.
La Metafisica, già a partire dalla sua espressione artistotelica,rappresenta, secondo Heidegger, “uno stato di fondamentale imbarazzo filosofico”. Tale imbarazzo indica una irriducibile ambiguità o sdoppiamento del senso insito nel senso originario della metafisica. Metafisica infatti designa sia la conoscenza dell’ente in quanto ente, sia la conoscenza più eminente dell’ente a partire dal quale si determina l’ente nella sua totalità.

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Tale ambiguità è probabilmente già racchiusa nella locuzione “ente in quanto ente”: ente significa infatti essente, ciò che è, vale a dire il participio presente del verbo essere. Tuttavia dire l’ente in quanto ente significa voler rapportare ciò che è – un participio presente – con ciò che designerebbe l’«ente» in generale, l’«ente» in sé, ovvero l’«ente» astratto, formale o puramente nominale. Sulla scia di Tommaso, Suarez, nello sforzo di rielaborare il problema posto da Aristotele affermava in questo senso che l’ente “a volte è preso come participio del verbo essere, e in questo senso significa l’atto d’essere, in quanto esercitato ed è lo stesso che esistente in atto; altre volte è preso come nome, e significa in senso formale, l’essenza di una cosa che possiede o può possedere l’essere e si può dire che significhi lo stesso essere non in quanto esercitato in atto, bensì in potenza o per attitudine al modo in cui il vivente, come participio significa l’esercizio attuale della vita, mentre come nome significa solo ciò che possiede una natura”.

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In pratica, la metafisica secondo il primo versante, riguarderebbe la conoscenza di ciò che esiste ora e che dunque si manifesta come qualcosa di presente (dunque la conoscenza dell’essenza di questa cosa particolare e della ragione per cui questa cosa esiste nella sua particolarità); nel secondo versante significherebbe però la conoscenza di ciò che è nell’eternità e nella totalità di questo presente, nella misura in cui ciò che è, è nella totalità dell’ente, nella sua generalità, nella sua formalità e costituisce pertanto una inseparata frazione dell’intero: l’ente è cioè qui participio nella misura in cui partecipa appunto in senso logico e analogico, a ciò che è nella sua totalità, ovvero all’ente supremo da cui principierebbero tutte le cose.
Questa divaricazione, che ha dato luogo a molteplici teorie e accesi contrasti, e dalle cui macerie è sorta in qualche modo l’accezione moderna della metafisica, probabilmente ha cambiato nome, orizzonte e proporzioni ma non ha cessato di produrre quell’imbarazzo radicale di cui parlava Heidegger.

tratto da: lesso.it

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