Étienne de La Boétie….perchè scegliamo di essere servi del potere politico?


 

Lo so, ultimamente per molti di voi i miei articoli possono sembrare pesanti, fuori luogo, tristi e monotoni, sarebbe perciò utile per rallegrarvi che io postassi racconti dolci e teneri, simili alle fiabe, oppure postare racconti di “cazzeggi vari”  visto che va tanto di moda far ridere per sdrammatizzare la situazione che stiamo vivendo, questo si evince facendo un giretto sui vari blog di WP. Invece scelgo ancora dei brani di filosofi che hanno caratterizato profondamente la storia degli ultimi secoli, seguendo quindi il pensiero di Nietzsche e del suo “Eterno ritorno dell’uguale” torno a dire che occorre studiare la storia e le varie filosofie che l’hanno attraversata per cercare di capire questo momento  che stiamo vivendo,  capire perchè stiamo subendo il Potere di una  politica che non abbiamo votato quindi voluto, capire cosa ci blocca dal prendere le decisioni che occorrono per rifondare da zero questo sistema politico travagliato da una profonda crisi etica e morale, che si ripercuote a livello economico su tutti noi. Mi riallaccio quindi ad altri miei articoli che potrete leggere qui ed anche qui.

Per rispondere a queste domande e vedere se essere servi ci è stato inculcato o rappresenta una nostra scelta, propongo uno spaccato dello studio di Étienne de La Boétie, un famoso filosofo,  politico e giurista francese, nel suo “Discorso sulla servitù volontaria”

etienne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Discorso sulla Servitù Volontaria

di Étienne de La Boétie

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Il “ Discorso sulla Servitù Volontaria” costituì un punto di riferimento inizialmente per l’opposizione calvinista alla monarchia cattolica, successivamente per la opposizione contro l’Ancien Régime che scaturì nella Rivoluzione Francese, in seguito per la protesta repubblicana contro la Restaurazione attuata al congresso di Vienna, ed infine per la politica socialista e rivoluzionaria dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, ed in particolare per la sua corrente libertaria.

La carica libertaria del Discorso è stata dunque utilizzata per la critica di regimi tra loro molto diversi, dalla monarchia feudale fino allo stato borghese liberale, testimoniando così di conservare la sua validità in ogni tempo, compreso l’attuale, rivolgendosi contro la tirannia in sé, indipendentemente dalle forme storiche che essa assume.

Come è possibile insomma che gli uomini acconsentano ad un potere sfacciatamente contrario ad ogni loro possibile interesse e spesso addirittura ampiamente nocivo ad essi? Come possono gli uomini innamorarsi delle loro catene? Questa domanda permette lo sviluppo di un interrogazione più generale sulle strutture del dominio, che porta l’autore ad allargare in maniera estrema il concetto di “tirannia”. “Tiranno” è, nella concezione di La Boétie, qualcosa di più che il monarca centralizzatore del XVI secolo e/o i suoi equivalenti funzionali del passato dell’umanità. L’“Uno” di cui si parla nel Discorso sulla Servitù Volontaria non è infatti necessariamente una singola persona, anche se ai tempi di La Boétie tale figura politica coincideva spesso con quella del monarca; essa è piuttosto la funzione politica svolta da chi – singolo o persona giuridica collettiva – riesce ad imporre agli altri la legge della propria volontà individuale. E, da questo punto di vista, conta ben poco il meccanismo politico con il quale il tiranno giunge a governare.

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Esiste quindi per La Boétie una struttura profonda, indipendente dal tempo, dallo spazio e dalle contingenze storiche, in base alla quale si innescano le dinamiche che portano al paradossale fenomeno della “servitù volontaria”: difatti il grande amico di Montaigne può esemplificare la propria analisi con esempi tratti dalla storia antica così come dalla medievale e da quella a lui contemporanea, dalla storia della civiltà europea come da quella africana ed asiatica. Il tentativo di comprendere il fenomeno della tirannia porta così ad allargare l’analisi ai meccanismi universali di formazione del consenso al potere e dell’aggregazione delle oligarchie politiche.

Qualunque governo, ci dice La Boétie, ha bisogno del consenso dei sudditi; e questo tanto più il potere politico è “tirannico” nel senso comune del termine. Per potersi reggere un qualunque governo deve dunque mettere in atto una serie di strategie volte alla creazione di tale consenso; e qui l’analisi di La Boétie si biforca, andando ad analizzare dapprima i meccanismi di formazione/estorsione della “volontà di servire”, poi la ramificazione dell’organizzazione oligarchica che sfrutta tale struttura consensuale.

L’estrema plasmabilità del carattere umano mercé quella forma dell’educazione che è la vita sociale risulta essere il fondamento dell’acquiescenza popolare alla tirannia:

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(…)Vi sono tre tipi di tiranni: gli uni ottengono il regno attraverso l’elezione del popolo, gli altri con la forza delle armi, e gli altri ancora per successione ereditaria.

“Chi lo ha acquisito per diritto di guerra si comporta in modo tale da far capire che si trova, diciamo così, in terra di conquista. Coloro che nascono sovrani non sono di solito molto migliori (…)

Chi ha ricevuto il potere dello Stato dal popolo dovrebbe essere, forse, più sopportabile e lo sarebbe, penso, sennonché appena si vede innalzato al di sopra degli altri (…) è strano di quanto superi gli altri tiranni in ogni genere di vizio e perfino di crudeltà (…) A dire il vero, quindi, esiste tra loro qualche differenza, ma non ne vedo affatto una possibilità di scelta; e per quanto i metodi per arrivare al potere siano diversi, il modo di regnare è quasi sempre simile (…) la prima ragione della servitù volontaria è l’abitudine: come i più bravi destrieri che prima mordono il freno e poi ne gioiscono, e mentre prima recalcitravano contro la sella, ora si addobbano coi finimenti e tutti fieri si pavoneggiano sotto la bardatura. Dicono che sono sempre stati sottomessi, che i loro padri hanno vissuto così. Pensano di essere tenuti a sopportare il male e lasciano che gli si dia ad intendere con l’esempio, basando sull’estensione del tempo il potere di coloro che li tiranneggiano.

Ma a dire il vero, gli anni non danno mai il diritto di fare il male, anzi ingigantiscono l’offesa. …I tiranni elargivano un quarto di grano, un mezzo litro di vino ed un sesterzio; e allora faceva pietà sentir gridare: “Viva il re!” Gli zoticoni non si accorgevano che non facevano altro che recuperare un parte del loro, e che quello che recuperavano, il tiranno non avrebbe potuto dargliela, se prima non l’avesse presa a loro stessi. Chi avesse raccattato oggi un sesterzio, e si fosse rimpinzato al pubblico festino, benedicendo Tiberio e Nerone e la loro bella generosità, l’indomani, costretto ad abbandonare i suoi beni alla loro avarizia, i propri figli alla lussuria, il suo stesso sangue alla crudeltà di quei magnifici imperatori, non avrebbe detto una parola più di una pietra.”

Ma come fa il potere politico ad instillare così profondamente nella società l’accettazione di tali meccanismi ideologici? Come è possibile che l’ideologia dell’interesse dell’“Uno” come interesse pubblico, il culto della sua personalità spinto talvolta fino alla semidivinizzazione, ecc. vengano così favorevolmente accolti dalla maggior parte dei sudditi? Ancora una volta il grande amico di Montaigne precorre una serie di indagini contemporanee di Psicologia Sociale volte ad evidenziare come il consenso, spesso, si configuri come una risposta selettiva alle pressioni alla conformità di gruppo spesso, si configuri come una risposta selettiva alle pressioni alla conformità di gruppo.

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Ma c’è di più. Il potere tirannico tende ad atomizzare la società, fa di tutto per impedire qualunque forma di aggregazione e comunicazione sociale e politica che non abbia a proprio fondamento l’obbedienza servile allo Stato. In questo senso il potere tirannico si presenta a sua volta come un privato, come per l’appunto l’“Uno”; ma quest’Uno è il privato più forte, talmente forte da controllare i flussi della comunicazione sociale e da riuscire a imporre ideologicamente i propri interessi privati come “bene comune”, “utilità pubblica”. Il tiranno, infatti, nel momento in cui porta avanti i propri interessi, non trascura di creare consenso intorno alla propria politica presentando i suoi interessi particolari come “interesse generale della società”

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L’altro strumento di creazione del consenso – dell’abitudine alla servitù volontaria nel linguaggio di La Boétie – è la creazione di quella che nella storia politica del XX secolo verrà detto il “culto della personalità” del tiranno. Intorno alla figura del tiranno, viene detto, si sono in tutti i tempi impostati una serie di meccanismi della comunicazione politica volti ad offrire di esso, coerentemente con la sua rappresentazione politica come del privato più forte (l’“Uno”), un’immagine superoministica. Il tiranno, in altri termini, cerca di presentare al popolo la sua superiorità politica come il frutto di una originaria e particolarmente accentuata superiorità gerarchica a base naturalistica: egli “non è un uomo come tutti gli altri”.

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L’utilizzo della religione come instrumentum regni è in effetti, nell’analisi che fa La Boétie di tale meccanismo politico, strettamente collegato all’immagine superoministica che il politico vuole dare di sé; proprio perché non è un uomo comune, ma è qualcosa di “più di un uomo”, che egli ha un rapporto particolare con il “divino” – è un “Unto dal Signore”. La tesi della legittimità divina del potere monarchico, che recupera ed attualizza a favore del potere monarchico degli Stati accentrati l’ideologia imperiale tardoantica e medievale, viene da La Boétie impietosamente smontata e ricondotta nella sua essenza ad un meccanismo ideologico volto alla creazione dell’abitudine alla servitù volontaria.

È per questo che il tiranno non è mai amato né ama. L’amicizia è una cosa sacra, e si stabilisce solo fra brave persone, e con una stima reciproca. Essa si coltiva non tanto con i favori quanto con la vita retta. Quello che rende un amico certo dell’altro, è la conoscenza che ha della sua integrità: le garanzie che ne ha, sono la sua bontà naturale, la fede e la costanza.

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Non può esservi amicizia laddove c’è la crudeltà, laddove c’è la slealtà, laddove c’è l’ingiustizia. E fra i disonesti, quando si associano, c’è un complotto, non una compagnia; non si amano vicendevolmente, ma si temono l’un l’altro; non sono amici, ma sono complici.

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“In primo luogo, credo che sia fuori dubbio che, se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e secondo gli insegnamenti che ci rivolge, saremmo naturalmente obbedienti ai genitori, seguaci della ragione e servi di nessuno”.

(Étienne de La Boétie, Discorso sulla Servitù Volontaria)

 

 

da: Étienne de La Boétie, Discorso sulla Servitù Volontaria

traduzione a cura di Vincenzo Papa

 

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7 pensieri su “Étienne de La Boétie….perchè scegliamo di essere servi del potere politico?

  1. Un discorso ed una logica più che mai attuali.Come attuali sono certi istinti che fanno dell’essere umano un esempio di conformismo e servilismo, pur in presenza di un regime che, per definizione, si usa dire democratico. Conformismo e servilismo innaturale che prima informa complici e poi succubi. Un istinto che oserei dire naturale, non fosse per quelle capacità critiche che dovrebbero invece essere punto di forza per un rifiuto della dimensione arcaico feudale…
    Grazie infinite per la condivisione ed un più che caro abbraccio con l’augurio per un fine settimana sereno.

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    1. Carissimo Silviatico è indubbio che per uscire dalla sottomissione del servilismo occorre parlare di rivoluzione, non quella violenta ma quella Culturale che implica una necessaria analisi di critica dell’intelletto, cioè delle capacità conoscitive dell’uomo per stabilire quali argomenti egli possa portare a soluzione, e quali invece gli siano esclusi accontentandosi cosi della semplice permanenza in uno stato di ignoranza. Diversi filosofi, da Bacone a Cartesio, si erano posti il problema dell’erudire l’intelletto umano cercando una risposta, il primo tramite l’empirismo, il secondo tramite la ragion pura, ma ambedue d’accordo che la soluzione stesse nell’adozione di un metodo, le cui regole, se osservate, potevano portare a conoscenze assolute, a verità indiscutibili, in ogni campo del sapere.

      Una rivoluzione culturale ha bisogno di intellettuali, di artisti, di mezzi di comunicazione, che in un contesto di vero cambiamento, (riuscendo a liberare l’uomo dalla pigrizia intellettuale a cui è abituato), possano dar luogo alla nascita di un nuovo Illuminismo culturale

      Non a caso la più importante rivoluzione non politica, quella giovanile del ’68, ebbe un grandissimo impatto sulla cultura influenzando la musica, la televisione, il cinema, la letteratura e l’arte, furono cambiamenti epocali, ed infatti l’eredità di quella rivoluzione la possiamo osservare nella cultura contemporanea sotto una miriade di forme, dalla salute alimentare, al modo di comunicare interagendo con strumenti tecnologici.
      Fra i tanti filosofi, uno in particolare mi ha colpito perché descrive perfettamente la pigrizia intellettuale umana che è alla base del servilismo e quindi alla sottomissione.

      E’ per me un piacere postare dopo de La Boétie, il pensiero di un altro grande filosofo britannico che descrive alla perfezione la cultura del servilismo.

      “Il fatto che gli uomini abbiano trovato alcune proposizioni generali, che una volta comprese, non possono essere sottoposte a dubbio, fu io ritengo, una breve via per concludere che erano innate. Una volta accettata tale conclusione, liberò i pigri dalle fatiche della ricerca e impedì a chi aveva dubbi, concernenti tutto ciò che una volta per tutte, era stato considerato come innato, di condurre avanti la propria ricerca. Ed era un vantaggio non piccolo per quelli che si presentavano come maestri ed insegnanti, considerare questo come il principio di tutti i princìpi: i princìpi non devono mai, essere messi in discussione.

      Infatti, una volta stabilita la tesi che esistono princìpi innati, poneva i suoi seguaci nella necessità di accogliere alcune dottrine, appunto come innate, il che voleva dire, privarli dell’uso della propria ragione e del proprio giudizio e porli nella condizione di credere ed accettare quelle dottrine, sulla base della fiducia, senza ulteriore esame. Messi in questa posizione di cieca credulità, potevano essere più facilmente governati e diventavano più utili per una certa specie di uomini, che avevano l’abilità e il compito di dettar loro i principi, e di guidarli.”

      John Locke (1632-1704)

      Questo in sintesi, è il concetto che occorre cambiare per rendere cosciente l’essere umano del proprio ed inalienabile pensiero cognitivo e rieducarlo alla proposizione di idee, fattibili alla creazione di una nuova e vera democrazia esercitata in modo diretto.
      I tuoi commenti sono sempre indice di opportune riflessioni, grazie per la tua presenza
      Un abbraccio fraterno, ti auguro un fine settimana di serenità e…poesia

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    1. Vero Giuliana, siamo esseri a cui non interessa più pensare con spirito critico, accettiamo tutto come fossero certezze inoppugnabili, è cosi che si diventa servili.
      Buon sabato sera cara… 🙂

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      1. forse servili no ma obnubilati mentalmente senz’altro. Siamo arrivati in un momento storico in cui finalmente incominciamo, se pur con ritardo, a farci delle domande. Questo e’ gia’ un inizio, segno che la gente incomincia a ragionare sulle cose. Ognuno nel suo piccolo deve fare qualcosa affinche’ questo inizio di risveglio progredisca in qualcosa di piu’ concreto. Buona serata

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  2. Mi scuso del mio modesto, limitato approccio.
    La servitu’ credo, nasca da un senso di dipendenza.
    Mai dipesi dal Papa’, dalla Mamma.
    Fui sempre una Spina nel fianco, loro, una bestiola difficile da domare.

    Giovane promessa, lasciai di stucco il Prete, alla recita, incapace di profferire: Oh, mio Pastore!
    Non ribellione, ma incapacita’ ad accettare Perversioni della realta’.
    Proseguii una vita di Coruzione, della carne e nello Spirito.
    Sono , lo ammetto, una Montagna di cacca andata a male, ma ad osservar Renzi, Grillo ed i Profeti in voga, la Nausea monta.
    Non mi curo di Politica, se non a Scansarla, come si usa con la Merda dei Piccioni.

    Io, Anton Lemonov, comandante in Capo della nave a propulsione Nucleare Leniniska , mi offro Volontario per riparare i guasti della Centrale di Chernobil.
    Dopo due anni di lavoro Disperato, possiamo esprimere la Soddisfazione di aver contenuto il Magma del Reattore numero quattro, entro un sarcofago costato la Vita all’intera squadra.
    Io sono vivo, per Piangere e testimoniare l’Amore per l’Individuo.
    Ovviamente, l’accezione individualistica dell’Umano, è spesso contaminata da Scorie di Negativita’ assoluta.
    Eppure, nonostante la scarsita’ di mezzi, esimi fisici, pensavano al nostro Nutrimento.
    Voi non sapete che i funghi, crescevano affetti da Rigoglioso, florido Gigantismo.
    Ebbene, enucleati, ridotti, costituivano il nostro Alimento, in situazioni di Penuria.
    Pare strano, ma lo Stato, non puo’ Provvedere a Tutto.
    Sono morti, i miei Compagni.
    Io Sopravvivo, ma non è una Grazia.

    Oggi, mia Figlia si Unisce in Matrimonio, con un Italiano, lontano mille anni dalla nostra Katastrofe.
    Voi, non mi credete, ma è tutto Vero.
    La Liberta’, è un Comandamento scritto nel Cuore.

    Di Scegliere come e quando Morire per gli Altri.

    Piango per voi Italiani.

    Anton Lemonov.

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