Erri De Luca


 

 

Erri de Luca  web
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da “Il Mattino”, 13 settembre 2002

 

Onore ai poeti che aiutano a vivere

 

Quando c’è poco tempo e bussano alla porta, battono la città con artiglieria, quando brucia, quando sei solo in un letto d’ospedale, quando arrivi troppo tardi, quando ti mancano le parole e il fiato è corto, allora la poesia, una, prende il tuo posto, prende la tua mano che non ci arriva: e arriva.
Negli assedi, nelle prigioni, nelle cantine su pezzi di carta di fortuna si scrivono poesie.
Il partigiano jugoslavo Ante Zemliar ne scriveva durante la guerra in montagna contro i nazifascisti.
Le scriveva su quaderno.
In sua assenza i compagni la trovarono e con la carta fecero sigarette.
Non c’era molto per fumare e Ante sa che anche così le sue poesie hanno avuto respiro.
Il partigiano Zemliar dopo la guerra vinta ha fatto cinque anni di prigionia nella colonia penale di Tito, goli otok, isola nuda.
Anche lì scriveva poesie con un pezzetto di carbone nell’unghia su pezzi di cartone, di nascosto.
Nel ghetto di Lotz nel 1943 Isaia Spiegel scriveva nel suo yiddish braccato: “Il mio corpo è un pane/calato in un calice di sangue”.
Scusate amici, non sto parlando di Leopardi e Virgilio, entrambi napoletani terminali, non sto facendo onore alla poesia.
Parlo di dove essa è all’improvviso indispensabile.
Parlo di dove è urgente anche se in quel momento il poeta è muto e non riesce a scrivere neanche il suo nome sulla porta di casa.
Il mio amico Izet Sarajlic scriveva in Sarajevo versi da tutti ripetuti a mente perché laggiù le poesie stanno sul davanzale delle labbra.
Ecco, Izet durante gli anni dell’assedio scrive poco, non fa più il poeta.
Cosa fa? Sta lì, vive con la città scassata, condivide la fame, le code per l’acqua, per il pane.
Non profitta di inviti a emigrare.
Sta lì, quella è la sua poesia tra i suoi concittadini, e scalda uguale.
Un poeta è responsabile del dolore come della gioia.
Scusate, non sto parlando di Leopardi e Virgilio, ma di amici miei.
Ma se non senti amico all’improvviso un poeta, un suo verso caduto sopra gli occhi a illuminarli, a che serve un poeta?
A prenderti sotto braccio, a metterti le sillabe di una strofa miracolosa, per esempio perfetta di malinconia e puntiglio come questa:

“E fuie tanto arraggiuso ’o primm vaso
ca mocca, mo’ ca n’ato se la sposa
na guccetella e sango n’è rummasa”.

E non vi dico il nome del poeta perché un napoletano deve già saperlo e se no correre per la città e chiedere ad ogni incrocio: sapete chi l’ha scritta, chi l’ha fatta?
E una sera di luglio senza sapere come scavalcare i centimetri tra una donna e me, tirai dallo scaffale le poesie di Hikmet, misi la voce spenta sui suoi versi e tra noi due sparì anche l’ultimo millimetro.
Ma questo non è calcolo o sistema: o è frutto di un momento di improvvisazione oppure è falso.
Perché poesia è una mossa che inventa la verità.
Non la sa prima.
E in tempi di richiamo alle armi, quando la parola guerra gira per i giornali come una ricetta, un vaccino contro l’epidemia febbrile di stagione, allora la poesia serve a stonare.
Infilata nel coro, lo fa stridere, fa per un momento ritornare in silenzio.
Perché dà valore alle parole, usandone poche e ben serrate, perché dà sangue alla parola guerra, le dà sventramento e gas nervino, le dà corpi di donne, bimbi, vecchi, molto più che di poveri fanti.
In tempi di generali, di squilli, di proclami, i poeti, le poesie salvano le orecchie.
No, non salvano il mondo.

 

Erri De Luca

 

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5 pensieri su “Erri De Luca

  1. Adorabile scritto di una meravigliosa riflessione.
    E’ morto il maestro che mi ha avviata all’alfabetizzazione, e rientrava nelle sue tecniche didattiche, il farci imparare a memoria le poesie dei grandi scrittori italiani.
    Avevamo un quaderno dedicato, la pagina sulla destra era dedicata al testo, quella sulla sinistra era dedicata ad un disegno da fare a nostro piacimento dopo aver imparato a memoria la poesia.
    Un maestro contribuisce alla salvezza dei suoi alunni fornendo loro gli strumenti necessari: il mio maestro aveva scelto di offrirci cultura e poesia.
    E ci faceva ripetere la poesia, a memoria, ogni lunedì mattino: chiedeva, perché curava, la nostra interpretazione.
    Ci diceva che in certi passaggi non è la voce che recita, ma il corpo: la voce riproduce il suono, ma il corpo la trasporta.
    Diceva che tutti noi potevamo essere poeti, ma se ci fossero mancate le parole, o il modo di legarle fra loro, e sentivamo il bisogno di catturare un momento, bastava aprire il nostro quaderno delle poesie e recitarle e raccontarle e riviverle: il poeta, ci diceva, ti presta le sue parole quando a te mancano, ma tu, subito dopo, prestale a qualcun altro.
    Un caro saluto!

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    1. Un commento il tuo che fa da giusto corollario alla strordinaria bellezza del brano scritto da de Luca, si Mina, ricordo che anch’io ebbi un una maestra che usava lo stesso metodo, ogni lunedi mattino dovevamo ripetere una poesia a memoria, dal “5 Maggio al Sabato del Villaggio”.
      Mi hai riempito di tenerezza accompagnandomi indietro nel tempo, sei una meravigliosa guida.
      Un abbraccio, ciao cara!

      Liked by 1 persona

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