Riflessioni Personali …..Hans Jürgen Krahl


 

 

Hans Jürgen Krahl, forse il più brillante teorico del Sessantotto europeo, anticipa nelle sue analisi del capitalismo maturo e del ruolo produttivo del sapere molti tratti decisivi della società contemporanea. Le sue “tesi sull’intellighenzia tecnico-scientifica” costituiscono un vero e proprio manifesto politico per il lavoro immateriale e l’intellettualità di massa. Durante il movimento del ’77, gli scritti di Krahl offrirono un prezioso punto di riferimento a una generazione di militanti. Attuali sembrano ancora oggi le critiche che egli rivolse ai filosofi della “scuola di Francoforte”e in particolare a Jürgen Habermas.

Lotta di classe - attualità dlla rivoluzione  (foto tratta dal web)
Lotta di classe – attualità dlla rivoluzione (foto tratta dal web)

 

 

 

Attualità della rivoluzione …..

 

Hans Jürgen Krahl sarebbe morto in un incidente d’auto all’indomani della rivolta studentesca, nel febbraio del 1970. I testi che ci ha lasciato, in larga parte frammentari, contengono una infinità di spunti e di sollecitazioni, di indicazioni e azzardi, di tentativi analitici incompiuti, spesso risolti in un cortocircuito immediato con le contingenze dello scontro sociale. I passaggi dell’argomentare appaiono a volte congestionati o oscuri, le affermazioni perentorie o sospese, il confronto serrato con i maestri della teoria critica, (Horkheimer, Adorno, Habermas, Marcuse), visibilmente e volutamente legato all’attrito del movimento con il ruolo pubblico di autorità intellettuali che essi svolgevano in quegli anni, talvolta schematico e restrittivo, ma sempre rigoroso e accuratamente mirato a un preciso svolgimento politico.

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La rilettura critica della grande filosofia classica tedesca, che sostanzia e articola questo confronto, si presenta come un formidabile armamentario di “citazioni di fronte al nemico”, di forme e concetti trascinati a viva forza al cospetto di una materialità presente, la consistenza sensibile-sovrasensibile del “tardocapitalismo”, per dirla nello stile di Krahl, e i bisogni teorici e pratici di un movimento in lotta. Tutto questo, proprio perché moralmente obbligato alle urgenze del presente, rivela un rigore concettuale e una capacità di costruire spazio pubblico e confronto politico di cui lo scialbo galateo delle dispute contemporanee ha perso ormai ogni barlume di memoria.

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Forse proprio questa concitazione pragmatica, la necessità di riferirsi a un movimento, di contrastarne la sclerosi e scovare rapidamente nuovi strumenti di pronto impiego, la contingenza, insomma, del lavoro di Krahl, conferiscono durata e valore di modello conoscitivo alla sua breve parabola intellettuale. Krahl è, in una parola, uno di quei pochi intellettuali che si pone con rigore, senza adagiarsi nella tradizione, il problema del comunismo come problema del suo presente e, cioè, né come riedizione di storia passata, o come “filosofia del libro”: compimento pratico di una dottrina teoricamente compiuta; né come grande affresco metaforico da disciogliere accademicamente nei suoi “universali” valori antropologici.

E si troverà di fronte, da una parte, un movimento studentesco sempre più ipnotizzato dai modelli organizzativi del passato e avido di certezze dogmatiche, dall’altra una intellighenzia critica spaventata dalle sue stesse previsioni catastrofiche e combattuta tra eticità tragica e aggiustamenti riformistici e la Realpolitik del movimento operaio organizzato, che ha ormai incluso nei parametri della sua dottrina teleologico-oggettivistica le compatibilità dell’economia di mercato.

 

Di fronte a questa tenaglia, Krahl non raffazzonerà i contorni di una qualche terza via prêt-à-porter, da iscrivere magari sulle bandiere dell’ennesimo partitino, ma proporrà una ambiziosa agenda di questioni teoriche e un percorso di ricerca intrecciato con la pratica politica, un “andare a vedere” con occhi nuovi la società tedesca del dopoguerra, i soggetti che la popolano e le contraddizioni che li attraversano, un processo di conoscenza né contemplativo, né tecnocraticamente classificatorio e posto al servizio di nuove ingegnerie sociali. Processo che si propone la delimitazione di uno spazio pubblico liberato, capace di aprire possibilità di trasformazione nel momento stesso in cui le sperimenta.

 

Ai nostalgici in maschera della Comune di Parigi e ai partitini di quadri che vanno rievocando la rivoluzione del ’17 come un gioco di società, Krahl nega l’aiuto di Marx. Per Marx, che si riferisce all’esperienza storica della Francia ottocentesca, scrive Krahl, le rivoluzioni non sono una creazione del proletariato, ma sempre già date come rivoluzioni borghesi: «è la borghesia che le produce e il proletariato che le deve trasformare». Poi, dopo il 1871, sull’argomento Marx tace. La Critica del programma di Gotha parla d’altro. Ora, questo modello di insorgenza e “riuso” proletario non può più riaffacciarsi sulla scena della storia dopo il dissolvimento dell’individuo borghese e di quella specifica sfera di eticità, delimitata dal capitalismo concorrenziale, entro cui esso operava.

 

Dal passato non può dunque provenire più alcun insegnamento su “come si fanno le rivoluzioni”. Ma vi è un aspetto ancor più sostanziale. Questo modello comporta una conseguenza rilevante sull’idea che Marx si fa della coscienza di classe, tema dominante nella riflessione di Krahl. Poiché la rivoluzione si presenta come una sorta di sfondo ‘naturale’ dato, «la coscienza di classe si afferma come ‘spontaneità’ naturale dietro le spalle e sopra le teste dei proletari. La coscienza di classe si forma, per così dire, secondo la logica metafisica dello spirito del mondo».

 

La critica ad Habermas..

Qui entra in gioco l’interlocutore e il bersaglio polemico più rilevante per il presente e gli sviluppi teorici futuri: Jürgen Habermas. Abbandonato, per amore o per forza, il terreno delle grandi leggi oggettive dello sviluppo storico si ritorna sul terreno della prassi. E il problema del rapporto tra prassi e coscienza resterebbe irrisolto in Marx, anche perché – questa l’obiezione del meno “tragico” e più pacificato tra i francofortesi – egli si sarebbe attenuto a un’idea povera e restrittiva di prassi, avendola ridotta al solo momento del lavoro, che Habermas concepisce secondo la logica dell’agire strumentale e al quale, come è noto, contrappone l’interazione, o, come è stato chiamato in seguito, l’agire comunicativo. In quest’ultimo sarebbe racchiuso l’universo relazionale, la coscienza politica e dunque anche ogni possibile prassi rivoluzionaria. Tuttavia, racchiusa in questo garbato contenitore discorsivo – questo il centro della critica di Krahl – essa cesserebbe di rivestire ogni carattere rivoluzionario e la stessa natura di prassi finirebbe col divenire piuttosto evanescente.

Era necessario che la coscienza culturale tradizionale finisse macinata negli ingranaggi della produzione, che l’interazione astratta sperimentasse la sua materialità nella produzione di ricchezza sul terreno della valorizzazione del capitale o, per dirla con Krahl, che il materialismo storico si ricongiungesse con la critica dell’economia politica. Di qui, da questa possibilità non garantita, dalla sequela di ambivalenze e decorsi antitetici che la accompagnano, la centralità delle tre domande che aprivano le Tesi, che oggi formuleremmo probabilmente in modo assai diverso (come costruire una “sfera pubblica non statuale”, come organizzare i “soviet dell’intellettualità di massa”, e così via per successive approssimazioni a quelle che potrebbero essere le forme di autorganizzazione di una cooperazione sociale ad “alta intensità” di cultura), ma che indicano comunque una direzione di ricerca, pratica e teorica, tanto determinante quanto ancora largamente impercorsa.

Nulla è oggi impopolare e sconveniente quanto la teoria della rivoluzione.

 

da: manifestolibri.com

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13 pensieri su “Riflessioni Personali …..Hans Jürgen Krahl

  1. Proprio Marx ed Engels sostenevano che il Proletariato doveva emanciparsi da solo. Tesi appoggiata poi da Bakunin.
    Per quanto queste teorie facciano paura al potere (tutt’ora, in quanto attuali), i proletari oggi non esistono. Le classi meno abbienti odierne sono simili alla servitù della gleba, ecco perchè in pochi vogliono ribellarsi. Non c’è Coscienza, o meglio, quel tipo di Coscienza di Classe che spinge una classe sociale a rovesciare il potere. I proletari dell’800 e del ‘900 erano poverissimi ma al contrario dei poveri di oggi, non se la facevano pesare la povertà perchè avevano ambizioni e lotte giuste. Oggi un povero vede come nemico l’immigrato (in qualsiasi Paese) e vuole sentirsi padrone di casa…da quando l’individuo ha ucciso la collettività, è nata una mentalità aberrante che ha contaminato non so quanta gente.

    Io la vorrei la Rivoluzione, magari ispirandomi a chi si è fatto il mazzo per la gente ed ha gettato le basi giuste di una Società migliore per tutti ma verrei preso per pazzo e non da chi sta bene ma da quelli che si lamentano del fatto che non arrivano a fine mese…
    Si vive di paradossi ahahaha

    L’importante è non arrendersi, gli esempi giusti ci sono stati e di certo non si può continuare così. Il punto di rottura arriva sempre…prima o poi!

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  2. Condivido in toto la tua presentazione.
    Non vorrei passare per complottista, ma … uno sparo a Rudi Dutschke, un incidente d’auto a lui … Non dimentichiamo che qualcuno qualche anno dopo, in una prigione tedesca, si sarebbe suicidato sparandosi alla nuca ;).
    Divagazioni …
    Buona giornata.

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    1. Tanti dovrebbero essere approfonditi ma in un Paese becero come l’Italia (che manca poco arriveremo a dire che Matteotti fu vittima dei comunisti e che i Partigiani erano peggiori dei fascisti), secondo me saranno sempre i soliti a leggere e farsi una Cultura di un certo tipo 🙂

      Se scoppia una Rivoluzione giusta in Italia, difficile immaginare quanti meritano di essere messi al muro 😀

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    2. Se vuoi leggere roba simile sul mio blog, sei il benvenuto.
      Adesso ho una pausa sui miei soliti argomenti (storia, politica, ecc) ma sto preparando in brutta roba che farà il botto. Piano piano scrivo tutto quello che c’è da sapere su certi temi delicati e difficili.

      Di blog insulsi se ne trovano da benedire e santificare…

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..dimmi ciò che pensi.

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