Riflessioni Personali……Nichilismo e Incomunicabilità!


 

immagine presa dal web
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Nichilismo e Incomunicabilità

Il valore non nasce all’interno di una relazione interpersonale, ma appare come possesso autonomo e solitario dell’individuo. L’indipendenza è di per sé un valore, perché il rapporto con gli altri viene visto non come rapporto personale, da cui scaturisca un confronto ed un arricchimento, ma come rapporto con una folla senza volto. Ecco perché il valore è, per Nietzsche, essenzialmente convenzione che mortifica l’attività e la creatività, e non punto di incontro e motivo di pacifica relazione:

Nobili e prodi che pensano in questo modo sono quanto mai lontani da quella morale che vede precisamente nella pietà o nell’agire altruistico o nel desintéressement l’elemento proprio di ciò che è morale; la fede in se stessi, l’orgoglio di sé, una radicale inimicizia e ironia verso il disinteresse, sono compresi nella morale aristocratica.

Nietzsche ha, in definitiva, dell’altro una percezione concreta e non oggettivante, nel senso che, da categoria generale, momento dello sviluppo dialettico dell’Idea, l’altro tende a identificarsi con chi abbiamo di fronte. Tuttavia l’altro non è concreto nel senso di avere il volto del tu, della persona che ci è di fronte, ma ha la concretezza ancora informe della convenzione sociale, della folla anonima, del costume assorbito passivamente. Proprio per questo l’altro appare sostanzialmente incomprensibile e inassimilabile. La stessa frattura, che il nichilismo interpone fra uomo e realtà e fra uomo e se stesso, appare condizionare, in effetti, i rapporti fra gli uomini, nel senso di renderli distanti fra di loro. Il nulla che è fra noi interrompe la comunicazione, perché rende indecifrabili i messaggi che sono lanciati dagli altri e distorce i nostri stessi moti e sentimenti verso gli altri. La morte di Dio non può che portare alla morte della comunicazione.

La concezione di Jean-Paul Sartre dell’uomo come passione inutile può essere richiamata come esempio ulteriore di questa antropologia dell’incomunicabilità, che se rifiuta ogni rassicurante dominio della ragione soggettiva, riscontra poi l’impossibilità di incontrare l’altro nel nulla totale che circonda il soggetto da tutte le parti. Il reale, inteso come essere in sé, sta davanti al mondo della coscienza come ceppo chiuso, come opacità, alterità irriducibile e ottusa.

Con esso è, perciò, preclusa ogni forma di comunicazione. Anche con l’altro il rapporto è impossibile, perché sotto la violenza dello sguardo l’altro appare al soggetto come sua negazione, come limite della propria libertà, minaccia del proprio possesso. L’altro è in grado di circoscrivere la mobilità della mia coscienza, di dirmi “tu sei così”, di bloccarmi in un’immobile oggettività, di fissarmi in un ruolo. “Con lo sguardo d’altri, la “situazione” mi sfugge, o, per usare un’espressione banale, ma che rende bene il concetto: io non sono più padrone della situazione”.

Ogni relazione con gli altri è, conseguentemente, conflitto ed incomunicabilità, incapacità di attraversare il nulla che abita in entrambi e che si manifesta nelle incomprensioni, nelle reciproche negazioni e negli antagonismi.

 

Ciascuno vuole che l’altro l’ami, senza rendersi conto che amare è voler essere amato e che volendo che l’altro l’ami vuole solamente che l’altro voglia che egli l’ami […]. Il problema del mio essere-per-altri rimane quindi senza soluzione, gli amanti rimangono ciascuno per sé, in una soggettività totale; niente interviene a liberarli dal loro dovere di farsi esistere ciascuno per sé.

L’amore non vince il nulla che, come un verme, rode l’interiorità della coscienza, né attraversa la solitudine a cui l’uomo sembra condannato. L’intero mondo dei rapporti umani e delle relazioni con le cose è segnato e come soffocato all’interno di questo limite insormontabile: l’altro è solo la mia negazione, la negazione della mia libertà e del mio essere.

Si può, in conclusione, osservare che, pur negando la forza fondante del soggetto, il nichilismo resta vicino al razionalismo nel condividerne l’individualismo. L’incomunicabilità sembra destino comune ad entrambi, sia che si esibisca questo individualismo come una conquista sia che se ne esperimentino i limiti angoscianti e destrutturanti. Si comprende, inoltre, che la vocazione comunicativa è un dato strutturale dell’antropologia e non un carattere aggiuntivo.

Se il soggetto è autocoscienza o se il soggetto è inconsistenza, non c’è comunicazione con l’altro autentica. La comunicazione o l’incomunicabilità hanno a che fare con l’essere stesso della persona, con la sua strutturazione ontologica. Per questo ci pare che risultino inutili i tentativi di fondare la solidarietà sui buoni propositi, restando all’interno di un’antropologia individualistica. Certo “buonismo” alla moda ne è forse, nella sua leggerezza e inconsistenza, l’esplicitazione più chiara. Certo pluralismo relativista che fa della tolleranza la sua bandiera ideale si converte, agli effetti pratici, in un intollerante sistema che soffoca ogni identità ed ogni fede.

La comunicazione è, insomma, una forma “debole” che ha bisogno di basi forti. Dico debole nel senso che non è una forma assolutizzante, che porta cioè al dominio dell’identità, alla soppressione del confronto col diverso e all’omologazione. Dico basi forti nel senso che la solidarietà, la comunicazione e, più in generale, la relazione con chi è altro da noi, hanno necessariamente bisogno di un fondamento antropologico, che riscontri all’interno dell’essere stesso dell’uomo l’apertura verso l’altro. E l’altro verso cui ci si rivolge, come per una vocazione che nasce dal profondo di noi stessi e che dilata la nostra coscienza in una dimensione che completa e realizza, non può restare lontano, ma deve farsi prossimo.

 

Prof. Clemente Sparaco

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2 pensieri su “Riflessioni Personali……Nichilismo e Incomunicabilità!

    1. Buongiorno Francesco,
      si hai ragione, il tema in questione è molto complesso e allo stesso modo interessante, i dogmi religiosi sono stati creati per poter “imbrigliare” la Ragione a beneficio del “Credo”, quindi una sorta di gabbia mentale che in un certo modo limita la nostra mente e conseguentemente la libertà del nostro Pensiero.

      Limitare le discussioni in merito al tema esposto nell’articolo, sarebbe come rendere vero ciò di cui non abbiamo prove, sarebbe oltretutto
      una sorta di immobilismo metafisico fossilizzarsi sul filosofismo-religioso tanto caro a Campanella in cui il pensare veniva anteposto all’Essere e quindi fuori dalla logica Cartesiana basata sulla Ragione che sottomette l’Essere, Ragione che secondo Cartesio ha il compito di farci distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
      Sarebbe da aprire un bel dibattito sul tema Metafisica come ricerca delle cause della realtà e sull’Ontologia intesa come studio dei fenomeni collegati dell’Essere.

      Se hai voglia, sarei lieto di leggere il tuo pensiero in merito…
      Buon sabato…

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