Mario Benedetti


 

Ho voluto accompagnare questa bellissima poesia di Benedetti con un brano rappresentatativo di quella che fu l’avanguardia politica degli anni settanta, politica che avrebbe voluto cancellare le diseguaglianze sociali con la forza delle armi, ma che non riuscì a farlo per il tradimento dei sindacati (in particolare la CGIL di Lama) e per colpa di quel Partito Comunista che non ebbe la forza e il coraggio di fare quel “salto” che avrebbe imposto una democrazia proletaria nel nostro Paese. Allo stesso modo con le sue poesie, il “rivoluzinario” Benedetti combattè contro i regimi totalitari fascisti del sud America.

Anche questa è storia!

 

 

Uomo che guarda al cielo

..

Mentre passa la stella cadente
raccolgo in questo desiderio istantaneo
cumuli di desideri profondi e prioritari
per esempio che il dolore non mi spenga la rabbia,
che l’allegria non smonti l’amore mio,
che gli assassini del popolo trangugino
i loro molari canini e incisivi
e si mordano giudiziosamente il fegato
che le sbarre delle celle
diventino di zucchero o si pieghino di pietà,
e i miei fratelli possano fare di nuovo
l’amore e la rivoluzione
che quando affronteremo l’implacabile specchio
non malediciamo né ci malediciamo
che i giusti vadano avanti,
anche se sono imperfetti e feriti
che vadano avanti caparbi come castori,
solidali come api, agguerriti come giaguari
e impugnino tutti i loro no
per insediare la grande affermazione
che la morte perda la sua schifosa puntualità
che quando il cuore uscirà dal petto
possa trovare la via del ritorno
che la morte perda la sua schifosa
e brutale puntualità,
ma se arriva puntuale, che non ci colga
morti di vergogna
che l’aria torni ad essere respirabile e di tutti
e che tu ragazzina
resti allegra e addolorata,
mettendo nei tuoi occhi l’anima
e inoltre la tua mano nella mia mano,

e nient’altro
perché ormai il cielo è di nuovo torvo
e senza stelle
con elicottero e senza dio.

 

 

Hombre que mira al cielo

..

Mientras pasa la estrella fugaz
acopio este deseo instantáneo
montones de deseos hondos y prioritarios
por ejemplo que el dolor no me apague la rabia
que la alegría no desarme mi amor
que los asesinos del pueblo se traguen
sus molares caninos e incisivos
y se muerdan juiciosamente el hígado
que los barrotes de las celdas
se vuelvan de azúcar o se curven de piedad
y mis hermanos puedan hacer de nuevo
el amor y la revolución
que cuando enfrentemos el implacable espejo
no maldigamos ni nos maldigamos
que los justos avancen
aunque estén imperfectos y heridos
que avancen porfiados como castores
solidarios como abejas
aguerridos como jaguares
y empuñen todos sus noes
para instalar la gran afirmación
que la muerte pierda su asquerosa puntualidad
que cuando el corazón se salga del pecho
pueda encontrar el camino de regreso
que la muerte pierda su asquerosa
y brutal puntualidad
pero si llega puntual no nos agarre
muertos de vergüenza
que el aire vuelva a ser respirable y de todos
y que vos muchachita sigas alegre y dolorida
poniendo en tus ojos el alma
y tu mano en mi mano

y nada más
porque el cielo ya está de nuevo torvo
y sin estrellas
con helicóptero y sin dios

Mario Benedetti

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4 pensieri su “Mario Benedetti

  1. ..credo che questa sia la poesia più bella, intensa e vitale di questo uomo straordinario… grazie di cuore Nico, a volte riesci davvero ad elevare la qualità di giornate difficili… grazie lupo, a buon rendere…

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    1. Si, un uomo la cui vita è stata per molti versi fantastica, sia per l’incrollabile fede nella libertà ma anche per il grande coraggio, oggi non molto di moda, di schierarsi e prendere posizione verso tutti i governi totalitari dell’America latina, non a caso subì l’esilio da parte della dittatura del Generale Gregorio Álvarez, pur rifugiandosi in Argentina continuò con incessante vigore a descrivere gli atroci delitti perpetrati in Uruguay ad opera della dittatura militare.

      Un uomo coraggioso che non ebbe paura nemmeno quando ancora in esilio, incontrò insieme ad altri sindacalisti, il capo della polizia di Montevideo per chiedere l’autorizzazione a manifestare per i diritti dei lavoratori, rischiando di essere arrestato.

      Un uomo “rivoluzionario”, amico di Pepe Mujica che aiutò tramite i suoi articoli, a far conoscere le indicibili condizioni di prigionìa dei detenuti nel regime militare.

      Oggi, Mario Benedetti avrebbe novantun anni. Lascio questo splendido pezzo, scritto da un’altra famosa ” rivoluzionaria” nicaraguense che fece parte del Fronte Sandinista di Liberazione, sua carissima amica, Gioconda Belli.
      Buona lettura!

      “Non si sarebbe detto che Mario Benedetti era un poeta. Era un uomo di statura media, la schiena un po’ ricurva, il viso calmo e osservatore, i baffi, forse, erano i soli a rivelare che si trattava di una persona con una particolare percezione di sé . Nelle riunioni non era il più vivace, né il più rumoroso. Guardava tutto quanto con occhi da gran conoscitore, ma senza mai vantarsi della sua profondità o della sua saggezza.
      Sorrideva con quella malinconia propria della gente del sud, gente che ha sofferto e che vive l’allegria e il riso con parsimonia, senza sminuire l’importanza di coloro che sanno far ridere gli altri.
      Alle riunioni era una presenza gradevole, senza un minimo di arroganza né smania di attirare l’attenzione. Accompagnava lo spirito del gruppo senza perdere il suo baricentro, gli occhietti da lepre attenti al movimento: un uomo profondo che si abbeverava al mondo in silenzio e senza strepito.

      Quando lo conobbi all’Avana nel 1981, nel suo ufficio alla Casa delle Americhe, volli dirgli, e credo gli dissi, quanto mi avesse accompagnato.
      Durante il mio esilio in Messico e in Costa Rica ricordavo intere notti passate a leggerlo avidamente. La sua poesia mi faceva riappacificare con me stessa. Gli dissi che i suoi poemi erano come il grilletto di una pistola che mi esplodeva dentro e mi riempiva di parole, di echi. Non c’era volta che lo leggessi senza farmi possedere dal desiderio di scrivere poemi anche io. Mi apriva la strada verso un’intimità che mi rivelava cose di me stessa che ignoravo prima di leggerlo. Lui sorrise mentre mi ascoltava, mi ringraziò per il complimento con un lieve movimento del capo e continuò a parlare del suo lavoro alla Casa delle Americhe dove coordinava il Premio cubano della cui giuria feci parte quell’anno.

      Vidi Mario tante altre volte. Divenne un amico, una presenza vicina, uno di quei privilegi che la vita ci concede con la sua misteriosa generosità. Venne in Nicaragua durante la rivoluzione, parlando come era solito fare, con un’umiltà dolce e vera che lo rendeva ancora più adorabile, perché sapendo di chi si trattava, ci si meravigliava di vedere quell’essere il cui nome in America Latina stava sulla bocca di tutti comportarsi con quella semplicità. La semplicità che lo rendeva esattamente il poeta che era, trasparente, senza artifici, un cittadino della vita consapevole che il suo compito era vivere e raccontare.

      Andai a visitarlo a Montevideo nel 2008. Mi sembrò un guscio di noce, raggrinzito e fragile nella poltrona dove mi accolse a casa sua. Era già molto malato. Sua moglie Luz era già morta, la solitudine e la tristezza circondavano la sua intimità di passeggero che non riusciva a mettersi comodo neanche in vecchiaia, neanche a ridosso della morte. I suoi occhi vivaci continuavano a brillare. Se possibile brillavano ancora di più rispetto ad alcuni anni addietro quando viveva di più la sua vita. Parlammo di poesia, di Nicaragua. Mi raccontò della sua ingrata stanchezza, ma anche dei suoi progetti, dei libri che continuava a scrivere. E piansi quando me ne andai, quando la porta del suo appartamento si chiuse dietro di me e di Hortensia Campanella con la quale ero andata a visitarlo. Sapevo che non lo avrei più rivisto. Era chiaro che si stava spegnendo come un cero che emana il suo ultimo bagliore. E la certezza che si sarebbe spento, che quella parola si sarebbe diluita nel tempo e nella pioggia, mi riempì di tristezza e di insofferenza.

      Ora Mario ha lasciato il suo appartamento. Non tornerà ai suoi libri, alla sua poltrona accanto alla finestra. Non scriverà più i suoi versi con la mano tremolante. Il vuoto lasciato dallo spazio che occupava è una tacca dolente nell’albero della poesia viva dell’America Latina. Se ne è andato nel cielo dei poeti e credo sarà uno di quelli che più si affacceranno alle finestre della notte stellata. Così placido e dolce come era, ho la certezza che sarà uno di quelli a cui più mancherà stare qui, ascoltare il suono degli altri, catturare il movimento del sole sul marciapiede, il trascorrere dei pomeriggi, il mormorio delle coppie nei parchi, perché nessuno come lui era capace di creare quel silenzio interiore che si richiede per ascoltare, per essere attenti, per catturare il battito altrui, quello che rendeva la sua poesia così nostra, come se la scrivesse da un cuore che prestava a chiunque e che restituiva arricchito”

      Notte serena, bella Andrea 🙂

      Liked by 3 people

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