Riflessioni personali….la natura umana in filosofia!!


 

Da POPULISTI a MORALISTI il passo è breve, già, dopo essere stato inglobato dal SISTEMA ora il  Movimento dei ” falsi rivoluzionari” cerca di distogliere l’attenzione dalle “magagne” della Raggi, della Lombardo e della Taverna con un articolo sulla FIDUCIA!!

Di quale fiducia parlano questi traditori del popolo, quella avuta con nove milioni di voti per scardinare il SISTEMA o quella avuta per ricostruire da zero un paese in mano ai Poteri Internazionali (FMI, BCE, Commmisione Europea)??

Di quale di fiducia parlano questi falsi rivoluzionari, quella che permette loro di riempire il conto in banca in tutta tranquillità??

Per capire il perché del tradimento di questo movimento occorre conoscere il problema della natura umana, dove ipocrisia, sofismo, falsa moralità e persuasione, rendono l’uomo un lupo per altri uomini (T. Hobbes), la STORIA ce lo insegna..

Nico (max weber)

immagine presa dal web
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Il problema della natura umana in filosofia

L’attribuzione di Marx all’uomo di una natura radicalmente sociale può sembrare oggi ovvia, anche se egli non parla esplicitamente di un istinto sociale (che è un riferimento classico del socialismo pre- e post-marxiano), ma prende semplicemente atto che l’uomo è uno zòon politikòn.

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Marx dà per scontato che l’uomo originario non sarebbe sopravvissuto senza l’appartenenza, la partecipazione e la cooperazione di un gruppo. Oggi, acquisita la consapevolezza della neotenia, della sprovvedutezza istintiva e della carenza della specie umana, la cosa può non sorprendere. Ma Marx è arrivato a questa conclusione quasi contemporaneamente a Darwin (i Grundrisse sono stati scritti tra il 1857 e il 1859), in un periodo in cui la borghesia, avviata verso il suo trionfo, aderiva sempre più alla concezione antropologica dell’individuo autonomo come prodotto della natura, concezione avviata da Thomas Hobbes, ripresa dal liberalesimo e culminata, in pieno Novecento, nella teoria pulsionale di Freud.

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Non è forse superfluo ricostruire il retroterra di questa opzione, che tanto ha pesato e pesa sulla civiltà occidentale.

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La specie umana, come oggi sappiamo, è nata circa centomila anni fa. Per un periodo sterminatamente lungo, la cultura umana si è trasmessa oralmente. Solo cinquemila anni fa è stata inventata la scrittura che, tra l’altro, ha consentito la trasmissione documentaria delle riflessioni che gli uomini hanno fatto su se stessi e sul loro passato. In ogni cultura, anche la più primitiva, si danno miti sulle origini, il più noto dei quali fa riferimento all’età dell’oro.

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E’ solo nel XVII secolo, però, che la filosofia esprime un interesse per il cosiddetto stato di natura, vale a dire per la condizione umana prima dell’avvento dello Stato. Su di una base speculativa, si definiscono tre tradizioni filosofiche riconducibili a Hobbes, Rousseau e  Locke.

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Thomas Hobbes (1588-1679) espone la sua teoria della natura umana, della società e dello stato nel Leviatano. Egli immagina uno stato di natura caratterizzato dal fatto che gli individui sono liberi, indipendenti e protesi ad affermare i loro diritti su tutti i beni disponibili. In conseguenza della scarsità dei beni disponibili, gli uomini ingaggiano una guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes) tal che ogni individuo diventa un lupo divoratore per l’altro uomo (homo homini lupus). Per natura, dunque, gli uomini sono egoisti, desiderosi di potere e aggressivi. Questo stato non può durare indefinitamente perché finirebbe con lo sterminio reciproco della specie umana. Per scongiurare tale pericolo, essi stipulano un Patto Sociale fondato sul fatto che ogni individuo rinuncia al proprio diritto originale (su tutto e su tutti) e lo cede a un terzo (il Sovrano) verso il quale è obbediente.

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Il Leviatano rappresenta per Hobbes la forza gigantesca di tutti coloro che hanno sottoscritto il contratto e che formano lo Stato, l’unità corporale di questo. I diritti totali che si avevano nello stato di natura devono essere completamente affidati ad un unico grande sovrano, lo Stato, sotto il cui potere tutti potranno vivere sicuri; le leggi di natura sono quindi i precetti di un’etica razionale della reciprocità, ed il contratto rappresenta la garanzia del loro rispetto.

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In questa ottica, la natura umana è caratterizzata da un cieco egoismo e non già da un bisogno sociale. Essa si piega malvolentieri alle regole della convivenza civile, riconoscendo in esse una necessità che contrasta però perennemente con le pulsioni originarie orientate a soddisfare i propri bisogni. L’istituzione dello Stato è, dunque, un male minore rispetto al bellum omnium contra omnes, che consente agli esseri umani di raggiungere uno stato di sicurezza altrimenti impossibile.

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A Hobbes, come vedremo, farà esplicito riferimento Freud nel formulare, dopo la Grande Guerra, la teoria dell’istinto di morte, secondo la quale la natura umana non comporta alcun bisogno sociale, ma si piega (malvolentieri) alla convivenza civile per effetto dell’angoscia prodotta da quell’istinto.

Anche Rousseau, ne Il discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, muove dal presupposto che allo stato di natura, l’individuo è libero e indipendente, e non avverte alcun bisogno di socialità. A differenza di Hobbes, però, Rousseau ritiene che, in questo stato, l’uomo sia sostanzialmente buono: “I selvaggi non sono cattivi, precisamente perché non sanno che cosa sia l’esser buoni; poiché non lo sviluppo delle conoscenze, né il freno della legge, ma la calma delle passioni e l’ignoranza del vizio impediscono loro di mal fare.”

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“Con passioni così poco attive e con un freno così salutare, gli uomini, più feroci che malvagi, e più preoccupati di garantirsi dal male che potessero ricevere, che non tentati di farne ad altri, non sarebbero soggetti a conflitti molto pericolosi.”

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“[…] errando nella foresta, senza industria, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senz’associazione, senz’alcun bisogno dei suoi simili come senza desiderio di nuocer loro, forse anche senza mai riconoscerne alcuno individualmente, l’uomo selvaggio, soggetto a poche passioni, e bastando a se stesso, non aveva che i sentimenti e le conoscenze adatte a tale stato; non sentiva che i suoi veri bisogni, non considerava che ciò che credeva di aver interesse a vedere, e la sua intelligenza non faceva più progressi che la sua vanità. Non dotato di un istinto sociale, egli, però, è dotato di pietas per cui, vedendo qualche simile soffrire, è spinto ad aiutarlo.

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Nell’ottica di Rousseau, è solo l’istituzione dello stato che, costringendo gli esseri umani a convivere e a rispettare determinate regole, li mette in competizione e li incattivisce:

“Di libero e indipendente che era prima l’uomo, eccolo, da una quantità di nuovi bisogni, assoggettato per così dire a tutta la natura e sopra tutto ai suoi simili, di cui diventa in certo senso lo schiavo, anche diventandone il padrone: ricco, ha bisogno dei loro servigi; povero, ha bisogno dei loro soccorsi; e la mediocrità non lo mette punto in grado di farne a meno. Bisogna dunque che egli cerchi senza posa d’interessarli alla sua sorte e di far loro trovare, in realtà o in apparenza, il loro utile nel lavorar per l’utile suo: ciò che lo rende furbo e artificioso cogli uni, imperioso e duro cogli altri, e lo mette nella necessità di ingannare tutti quelli di cui ha bisogno, quando non possa farsene temere, e non trovi il suo interesse a servirli utilmente. […] In una parola, concorrenza e rivalità da una parte, opposizione d’interessi dall’altra, e sempre il desiderio nascosto di fare l’utile proprio a spese altrui: tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e il corteo inseparabile della disuguaglianza sorgente.”

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John Locke (1632-1704), viceversa, in opposizione a Hobbes, ritiene che l’uomo sia dotato sia di diritti naturali sia di un istinto sociale che lo porta spontaneamente ad aggregarsi. Il passaggio dallo stato di natura allo stato civile o politico (passaggio necessario per poi approdare al governo) è indispensabile proprio per tutelare tutti i diritti che lo stato di natura assegna all’uomo (a partire dalla proprietà).

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Nello Stato di natura tutti gli uomini possono essere uguali e godere di una libertà senza limiti; con l’introduzione del denaro e degli scambi commerciali, tuttavia, l’uomo tende ad accumulare le sue proprietà e a difenderle, escludendone gli altri dal possesso. Sorge a questo punto l’esigenza di uno stato, di una organizzazione politica che assicuri la pace fra gli uomini. A differenza di Hobbes, infatti, Locke non riteneva che gli uomini cedessero al corpo politico tutti i loro diritti, ma solo quello di farsi giustizia da soli. Lo Stato non può perciò negare i diritti naturali, vita, libertà, uguaglianza civile e proprietà coincidente con la cosiddetta property, violando il contratto sociale, ma ha il compito di tutelare i diritti naturali inalienabili propri di tutti gli uomini.

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A Hobbes si contrappone, nel XVIII secolo, anche la scuola di filosofia morale scozzese. Francis Hutcheson (1696-1746) avanza per primo l’ipotesi della simpatia. Hume, influenzato da Butler e Hutcheson, afferma che la benevolenza, necessaria per il nostro benessere, non si esaurisce tuttavia in quest’ultimo, e promuove l’affermazione dell’altra virtù sociale, la giustizia. Infatti i sentimenti di benevolenza ci conducono a condurre vita sociale, ci consentono di comprenderne i vantaggi, ci portano ad apprezzare atti giusti e a compierne noi stessi.

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Neanche le virtù individuali, secondo Hume, possono essere approvate in virtù dell’amor proprio, benché possa sembrare che esse, a differenza delle virtù sociali, non si allontanino dall’ambito dei propri interessi.

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A Hutcheson e a Hume si riconduce, come noto, Adam Smith, il cui pensiero, attraverso la mediazione di Malthus, viene recepito da Darwin. Isolato nella sua dimora di campagna, e in rapporto epistolare solo con alcuni amici e allevatori, Darwin non ha modo di capire l’intima contraddizione che si dà nel liberismo tra i principi elevati e la pratica economica.

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Di fatto, l’affermazione della borghesia comporta un’opzione hobbesiana, sia pure contrastata. La concezione antropologica borghese, come Marx ha intuito, si riconduce alla concezione dell’individuo libero e indipendente, impegnato a concorrere con gli altri per accaparrasi le risorse di cui ha bisogno. La socialità, eccezion fatta per la vita privata, non esiste come espressione di un bisogno primario, bensì della necessità di regolare la competizione reciproca nel rispetto dei diritti altrui.

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Il liberismo è l’espressione propria di tale concezione, che comporta una sorta di scissione tra società politica, ove valgono i diritti umani e la pari dignità delle persone, e società civile, laddove, invece, sulla base delle leggi oggettive di mercato, si afferma tout court la legge del più forte.

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Solo con l’avvento del darwinismo sociale, questa scissione apparirà in tutta la sue evidenza. Marx la coglie anticipatamente mentre essa è in via di realizzazione e ritiene che sia infondata e densa di conseguenze negative. Per ciò, egli ironizza sulle robinsonate liberistiche, che fanno riferimento ad un individuo originariamente libero e indipendente che, per paura (Hobbes) o per utilitarismo (Locke), si piega alla necessità della convivenza sociale.

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Ancora oggi alcuni liberisti sostengono che l’individuo viene prima della società. Secondo Marx, una concezione del genere non fa altro che proiettare sul passato una condizione che si è realizzata solo attraverso un lento e graduale sviluppo della società e della sua organizzazione, e che è, peraltro, più apparente che sostanziale: in altri termini, è una mistificazione ideologica.

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La contestazione di Marx dell’antropologia borghese non riguarda, però, solo la concezione dell’individuo naturalmente libero e indipendente. Essa concerne, con non minore vigore critico, l’inserimento della proprietà privata tra i diritti naturali inviolabili dell’individuo. Riprenderemo ulteriormente questo tema di vitale importanza nell’ottica della progettazione di un mondo non borghese, ma di straordinaria complessità. Per ora basterà dire che anche questo diritto viene ricondotto da Marx ad un processo storico che riconosce, prima di esso, la proprietà comune della terra, vale a dire lo strumento di produzione che ha governato i tre quarti della storia della specie umana.

 

http://www.nilalienum.it

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8 pensieri su “Riflessioni personali….la natura umana in filosofia!!

  1. Direi che in quest a disamina dell’evoluzione del pensiero umano, occorre sottolineare la novità fondamentale introdotta da marz e dal marxismo: l’importanza delle classi sociali nella formazione dell’individuo.
    Quanto afferma Hobbes nel leviatano è conseguente la conoscenza del periodo: avevano davanti agli occhi solamente società fortemente classiste.
    Pur considerando che le conoscenze antropologiche legate a gruppi sociali primevi, a stratificazione orizzontale, sono successive a Marx, questi ha il merito di aver compreso in anteprima l’influenza di una società verticale nella dormazione dell’uomo.

    Ciao Nico

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  2. è sempre estremamente complesso rispondere a questo tuo genere di articoli, perché tendi solitamente ad includere molteplici argomenti, alcuni collegati fra loro ed altri, a volte, addirittura in latente contrasto;
    ciò causa risposte che spesso sono o fuori tema, o parzialmente soffisfacenti l’argomento trattatto, proprio perché offri troppi spunti su cui discutere, e lasci a noi la scelta su cosa ci faccia effettivamente più piacere notare e su cui risponderti…
    non è la prima volta che mi permetto di farti notare ciò, ma la mia natura ed il mio mestiere di “analista” mi portano ad essere ancora più franca in luoghi come questo, dove so che ogni forma di confronto è supportata; prendi pertanto questo mio “appunto” semplicemente come spunto di riflessione, né come una critica né come una censura, ok?

    bene, se dovessi rispondere solo al tuo “capire il perché del tradimento”, dovrei dirti, molto semplicemente, che si tratta di mera convenienza, interesse, il solito “fine giustifica i mezzi”, perché due sono le cose: o a questi non gli è mai fregato niente di cambiare le cose, ma hanno semplicemente cavalcato il malcontento diffuso ed evidente persino ad un cieco, pur di arrivare a Palazzo, oppure sono partiti effettivamente con spirito riformista e solidale, ma non sufficientemente dotati di rettitudine, dote assolutamente incompresa e sottostimata! (la rettitudine implica rigore, disciplina, serietà, fermezza, tenacia, senso del dovere, onore, giustizia ed umiltà, tutte cose mai viste in questo movimento) per mezzo della quale sarebbero stati al riparo dalla corruttibilità, che invece li ha contaminati strisciando con la “sindrome della poltrona”, rendendoli ormai UGUALI A TUTTI GLI ALTRI….
    il fatto che tu ancora ti ci incazzi tanto (scusa il francesismo), indica che non ti sei ancora rassegnato all’evidenza della loro natura falsa e fallace (caratteristiche sostanzialmente umane), ed al fatto che chi li segue ancora non lo fa perché è stupido, ma perché è inconsciamente disperato, e l’uomo ha bisogno di credere che esista qualcosa di meglio di quel che vede per sperare in una vita migliore….. ma qui si entra in un altro ambito filosofico-esistenziale, e finisce che ci metto anche io del mio per creare ulteriori filoni dibattimentali 🙄
    tornando quindi al tuo articolo, sugli opportunismi dei “cinque stelle lusso” io direi di stendere un velo pietoso (ma anche una pietra tombale se si preferisce), perché io non credo affatto che verranno unti dal Signore e rinsaviranno, sono “umani, troppo umani”, per parafrasare un autore a te caro, e del quale ti lascio una illuminante considerazione:
    “”Una vera volpe chiama acerba non solo l’uva che non può raggiungere, ma anche quella che ha colto e portata via agli altri.””

    se invece posso risponderti sul seguito del tuo articolo, mi permetto di fare alcune considerazioni di massima, perché l’argomento è davvero vasto….
    uno dei più imponenti problemi filosofici è quello che riguarda la Natura Umana. da migliaia di anni se ne discute e non si è ancora arrivati ad un punto fermo… cosa significa innazitutto, natura umana? è lo stesso che “essenza” dell’uomo?
    innanzitutto, quando diciamo “natura umana” stiamo circoscrivendo il campo agli Uomini, e questo significa che la proposizione “l’uomo ha delle caratteristiche uniche che lo distinguono dagli altri animali” è analitica, in quanto nella nozione di “natura umana” è già presupposto un attributo che DETERMINA l’umano. Aristotele vedeva nella Razionalità l’attributo fondamentale dell’Uomo, quindi la sua natura; famosissima l’affermazione “l’uomo è un animale razionale”… non v’è dubbio che l’uomo sia un animale tra gli animali, ma è altrettanto chiaro che l’uomo ha delle capacità sovra-sviluppate che nessun animale non-umano potrebbe avere….
    queste capacità superiori dell’Uomo, però, vanno spiegate.
    un darwinista direbbe che il cervello umano, più “plastico” e capace di interagire con l’ambiente in modo più complesso, dà luogo alle “capacità superiori” (linguaggio, ragion pratica, pensiero di pensiero) dell’Uomo, ma una spiegazione tale, in termini biologistico-evoluzionista è conclusiva? dovremmo chiederci infatti, al di là del cervello, cosa fa sì che l’uomo abbia tale capacità di perfettibilità, risalirne alla base…. e qui molti avanzano l’ipotesi rinascimentale (ma anche rousseauiana -ma come cacchio l’ho scritto?? 😯 -): la Natura Umana è la Modificabilità, la capacità di perfezionamento. Dobbiamo in altri termini vedere la Natura Umana come una sostanza spinoziana tale da avere degli attributi essenziali (pensiero e linguaggio, ad esempio) e una serie di modi, ovvero di FORME possibili da attuarsi in base al condizionamento interno ed esterno. L’uomo può essere angelo o bestia, santo o diavolo, ignorante o sapiente, filosofo (che come insegna Platone è il metaxù, l’inter-mediario tra i due…).
    questo vuol dire allora che la Natura Umana in quanto tale è NEUTRA, e può “aderire” a diverse forme generate in parte da se’ e in parte assunte dall’esterno!
    e qui mi ricollego al concetto di Libertà metafisica e morale: la libertà umana è “condizionamento aperto”….
    Spinoza non concedeva alcuno spazio al Libero Arbitrio, relegandolo ad “illusione metafisica”: non c’è libertà ma solo necessità; d’altro canto, in morale, senza Libera Volontà non vi sarebbe alcuna etica, se non un’etica appunto naturalistica-meccanicistica….
    penso, quindi, che si debba tenere distinto un piano metafisico e uno morale; penso che la categoria del CONDIZIONAMENTO sia sottovalutata dal pensiero filosofico…. essa non è solo questione sociologica, ma questione di natura umana! l’uomo è “metafisicamente condizionato”, il condizionamento è interno (opinioni, idee, convinzioni, mentalità, passioni, sensazioni) ed esterno (educazione, regole sociali, cultura, etnia): la natura umana è quindi “natura condizionata”. La libertà, pertanto, non esiste. e lo ammette lo stesso Kant nella dialettica trascendentale, affermando, anzi, che la Libertà non sia “teoreticamente determinabile”…..
    il fatto che in morale invece la libertà sia possibile (altrimenti non ci sarebbe intenzione nè deliberazione), non vuol dire che si possa dire “l’uomo è intrinsecamente libero”, oppure che esista una Libertà come ASSOLUTO libero arbitrio, questo non esisterà mai, e lo si desume dal fatto che, a ben vedere, anche una libera scelta è, paradossalmente, condizionata: condizionata dall’idea di libertà! è l’intentio che è libera, ma non lo è affatto la Volontà, che è condizionata dai mezzi di attuazione e dalle contingenze! (per intenzione libera intendo il fatto che ogni essere umano può e deve agire in base ad intenzioni “pure”, a-priori, altrimenti non farebbe nessuna scelta propria, ma si limiterebbe all’adequatio rei; tuttavia l’intenzione, anche la più pura, è NEL mondo,e perciò condizionata…)
    ricapitolando, vi è una Libertà PARZIALE che si esplicita nell’intenzione in base all’agire, ma la Libertà metafisica, l’Assoluta Libertà, il Libero Arbitrio in quanto tale, non è mai possibile, giacchè la Natura Umana è Condizionata e Condizionante, cioè non solo “è condizionata da”, ma “condiziona”…. non si esce mai fuori dal giogo…..
    la libertà metafisica, la piena e totale libertà sarebbe possibile solo in un mondo di intenzioni senza contingenze, in un mondo di spirito senza materia, in un’esistenza di scelte senza mezzi, e dunque non nel mondo percepito reale come quello nel quale siamo convinti di esistere…

    per tornare alla Natura Umana, sembra un paradosso, ma voglio dire che da un lato è OGGETTIVAMENTE condizionata da contingenze esteriori, ma dall’altro le sue intenzioni, le sue volizioni interiori possono “piegare” questi condizionamenti, “aprendoli” a dimensioni non-deterministiche… i condizionamenti esterni oggettivi percepiti dal pensiero umano creano suggestioni dalle quali la mente sceglie, a seconda della convenienza che offrono, di farsi suggestionare o meno…
    in altri termini siamo noi a poter/dover piegare i condizionamenti, e non il contrario! ma resta il fatto che questi condizionamenti possono essere appunto piegati ma non “eliminati”…. essi sono in partenza deterministici, ma noi possiamo aprirli a scelte parzialmente libere, parzialmente perchè pur sempre condizionate (fin quando c’è esperienza, c’è condizionamento) ma essenzialmente libere sul piano morale, perchè “piegate” alla legge morale….

    dunque tutte le posizioni esposte da te, ciò che sia giusto, opportuno o sbagliato considerare (e vale per QUALSIASI argomento), sono comunque da inquadrare nel contesto di Natura Umana tempo per tempo vigente….
    credo di aver confuso abbastanza i neuroni a tutti, anche io dò il meglio della mia essenza a seconda del neurone in servizio attivo… 😀

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    1. Wow..cosa posso dire dopo aver letto questa tua splendida disamina sulla Natura Umana?

      Ok, posso dirti come la penso io..
      Tempo fa scrivesti alcuni articoli di carattere economico con implicazioni antropologiche, sociologiche e filosofiche, questo un piccolo stralcio…

      “Si realizza, pertanto, una contrapposizione di interessi che prende corpo in azioni, compiute dall’uomo, che tendono perennemente al primato, generando così un contesto conflittuale per taluni aspetti inevitabile, basato sulla cultura degli attori di queste vicende, sulla loro sensibilità, sul loro divenire. In altri termini è l’ espressione globale della condizione umana…(..).pertanto è solo sull’ essenza dell’ uomo che si può far leva per cercare quella verità (qui nasce il senso filosofico) che può garantire la sopravvivenza del sistema.”

      Andrea, hai ragione quando dici che il tema della natura umana si presta a una considerazione multidisciplinare che va dalla metafisica e dall’ontologia all’antropologia filosofica, passando per la filosofia morale e la filosofia della scienza, tutto ciò che rende accessibile ad una pur piccola luce di verità è benvenuta, persino il pensiero illuminato dei principali filosofi che nel tempo hanno dato un contributo vastissimo alla scoperta della natura dell’Uomo in relazione al naturale susseguirsi dello spazio temporale e fisico.
      Diverse le interpretazioni a cui anche tu fai cenno, come diversi sono i motivi che hanno indotto la filosofia occidentale e la psicologia ad occuparsi dell’Essenza dell’animo umano rispondendo alle tante domande con il solo uso degli strumenti conosciuti.
      Per me è molto facile spiegare l’essenza dell’animo umano perché corrisponde ad un solo valore, quello della “libertà assoluta”.
      Da sempre l’uomo è stato condizionato da fattori interni ed esterni, ha avuto bisogno di credere in figure soprannaturali a cui chiedere risposte alle tante domande che egli non riusciva ad avere, da questo nacque l’Orfismo, il Sofismo, la Maieutica e lo Stoicismo, tutto riferito alla Trascendenza divina e cioè, a quella realtà che va oltre la “forma di vita conosciuta”, questo concetto di andare “oltre” il conosciuto, insieme ai riti e alle credenze divine, hanno dato luogo alla nascita delle religioni.

      Perchè ti scrivo questo? Perché l’uomo è un essere animale che si è trasformato in umano quando ebbe acquisito la consapevolezza di Se stesso, ed è proprio in questo momento che perderà per sempre la Libertà intesa come comportamento che nasce dal proprio istinto animale, non a caso Nietzsche scrisse che l’uomo desto e cosciente in questa circostanza avrebbe detto: “Io sono corpo e null’altro all’infuori di ciò, e l’anima è solo una parola per qualche cosa di corpo”.
      Aver perso la libertà dell’istinto animale è stata la più grande sciagura per l’Uomo, egli stesso dette nel tempo dei limiti alla propria libertà, con le religioni, con le regole e le leggi della convivenza sociale, con la negazione del libero arbitrio, ma soprattutto con il fatto che potesse esprimere ed agire un proprio Pensiero, sconvolgendo in questo modo la famosa “logica entropica”, cioè quel normale disordine della natura che ci ospita.
      Già, possiamo parlare di Libertà in molti termini, metafisici, filosofici, ontologici, senza mai arrivare al vero concetto di libertà assoluta che è quella che viene data dalla mancanza di “ragione umana”.

      Sono convinto, la vera libertà che esprime l’essenza umana è data proprio dalla mancanza di intelletto, quindi meno ragione si possiede, più si è liberi.

      Grazie di cuore per il tuo illuminante e lucido commento che dona lustro al mio blog..

      Ancora grazie Andrea 😉

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  3. ti ringrazio Nico, ma non credo di meritare nessuna menzione particolare, sia perché il mio è un modestissimo contributo, dello stesso valore di quelli di qualsiasi altro tuo ospite intervenga, sia perché non sono dotata delle Arti della Bellezza, quelle che donano davvero lustro al tuo spazio, e che sono sì grandemente espresse da altri soggetti di cui posti gli scritti… io mi fermo tranquillamente al piano dei comuni mortali, esprimendo dubbi e contraddizioni, nonostante qualcuno abbia avuto a definirmi -e trattarmi di conseguenza- come una macchina…

    per tornare a noi, tutto ciò che posso risponderti, è che la tua affermazione “meno ragione si possiede, più si è liberi” è vera solo se diamo un significato particolare alla ragione, non è sufficiente assumere che “meno ragione=più istinto=più libertà”, perché sarebbe come annullare il passaggio evolutivo da animale a uomo, e quindi rinnegare i fondamenti dell’evoluzione stessa, e bada che non ne faccio assolutamente un mero discorso fisicista, ma includo anche considerazioni inerenti -scusa la banalizzazione- il cosiddetto “senso della vita”…
    meno ragione=meno consapevolezza=meno domande=meno desideri, e allora sì che regge il tuo pensiero, altrimenti mi risulta decisamente poco convincente… vuoi un esempio banale ma chiarificatore?
    uno degli istinti primari fondamentali per gli animali è quello riproduttivo dei propri caratteri genetici, e si comportano in modo efficacemente istintivo per il raggiungimento del loro scopo, includendo il superamento di prove di ogni ordine e grado per acquisire il diritto di esercizio alla riproduzione; nell’uomo, il medesimo istinto primario alla riproduzione, nonstante includa comunque il superamento di “prove” selettive -credo sia superfluo specificare come e quali, mentre i maschi debbano adoperarsi per conquistare quella che è considerata la femmina più ambita-, è condizionato da un altro desiderio, quello dell’esclusività, che ha veramente poco a che vedere con le sovrastrutture culturali o religiose, perché è stato riscontrato, prima o dopo, in tutti i rapporti evoluti, e rappresenta un desiderio, una necessità, assolutamente intima e poco ragionata, credimi… tu potresti dirmi che l’anatema religioso o la convenienza pratica -soprattutto per i nobili e/o i ricchi- sia indiscutibile, ma avresti parzialmente ragione, perché tale carattere si esplica anche fra i più semplici, poveri ed ignoranti, nonché atei, evidenziando così una trasversalità che marca il carattere assolutamente umano ed intimo di questo aspetto, tanto da farci molto volentieri rinunciare alla libertà di “entrare in ogni tana” possibile….
    quanto puoi asserire che questa scelta sia frutto di un ragionamento, e quanto di un istinto? ..io non riesco a farlo, e credo che sia sufficiente perché io rimetta in discussione la posizione di cui tu sei così sicuro…
    è un esempio banale, ma ce ne sono molti altri…

    tre o quattro anni fa, si è svolto un confronto -di cui ometto i riferimenti a posizioni ovvie e banali- fra Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia teoretica all’Università degli studi Federico II di Napoli e Costantino Esposito, docente di Storia della filosofia all’Università degli studi di Bari. moderato da Carmine Di Martino, docente di Filosofia teoretica all’Università degli studi di Milano, il nocciolo della questione verteva su quetse domande: “si può ancora dare per scontato il concetto di natura umana? come si è evoluto e si sta evolvendo?”.
    Mazzarella, senza tralasciare riferimenti alle origini (Aristotele), giunge al problema del riduzionismo fisicista, che pretende di spiegare la natura umana partendo da basi fisiologiche; spiega come questo modello mostri i suoi limiti nello spiegare la relazione tra fisicità e interiorità e nel descrivere i concetti di dovere e di coscienza; si sofferma quindi sul concetto di artificialità, cioè l’azione di costruire e manipolare la realtà, spiegando che “l’artificialità umana è diversa da quella del castoro, poiché essa è consapevole, non istintiva”.
    Esposito, da storico della filosofia, descrive come nel XVII secolo Cartesio, individuando e separando nell’uomo la “res cogitans”, la parte immateriale, dal corpo, nel tentativo di descrivere l’uomo abbia posto un problema che avrebbe coinvolto i filosofi delle successive generazioni….
    dagli anni Ottanta in poi, con il rapido sviluppo delle neuroscienze, si è tentato di risolvere il problema riconducendo anche la parte immateriale dell’uomo a quella fisica: la natura umana, quindi, non è altro che il frutto e il culmine di una “evoluzione straordinariamente sofisticata”, ma non è “speciale”, cioè non gode di un rango diverso rispetto alle forme evolutive precedenti.
    all’ultima domanda, “Quale è la natura dell’uomo, la nostra natura? A cosa bisogna guardare per rispondere?” Mazzarella, come studioso, annota che fin dalle origini ci sono tre istituzioni che manifestano un legame tra l’uomo e l’infinito: le nozze, le sepolture e la presenza di luoghi di culto. questi elementi manifestano un’apertura all’infinito, una specie di ammissione di incompletezza da parte dell’uomo; quindi nella definizione di natura umana non si può tralasciare la dimensione di infinito.
    anche Esposito individua tre fenomeni in cui la natura umana si rivela irriducibile: primo, siamo esseri che domandano inesauribilmente il perché delle cose; secondo, siamo esseri bisognosi quasi di tutto, ma anche quando riusciamo a soddisfare i nostri bisogni, rimaniamo comunque insoddisfatti. “Non siamo solo bisognosi, ma anche desideranti”; terzo: sperimentiamo lo stupore per l’esistenza delle cose, siamo capaci di immaginarci che le cose potrebbero anche non esserci. queste tre cose parlano di un rapporto con l’infinito e indicano che “forse il nostro cervello è stato fatto per intendere cose più grandi di sé”.
    in conclusione, per i due filosofi il metodo per rispondere alla domanda ‘chi sono io?’ è l’osservazione, la fonte ultima è l’esperienza e ciò che in essa si rende evidente e indispensabile….

    come vedi, ti ho fornito ancora altri punti di vista, altre considerazioni, tutte plausibili o discutibili; l’importante, a mio avviso, è che, di qualunque natura siamo fatti, ci resti, sempre e comunque, il Pensiero…

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    1. …Nel senso della Vita, Adler si soffermò sul fatto che la condotta umana viene considerata come una proiezione del Sé nel futuro piuttosto che come esito di eventi preesistenti, in queste poche righe si evince che l’Uomo è alla costante ricerca di cose materiali e immateriali per soddisfare i suoi desideri, denaro, successo, ambizione, sesso, potere e quant’altro possa affermare la sua superiorità sui suoi simili.

      Distinguere necessità da desiderio è invenzione della “ragione” umana, se ci pensi bene, senza “res cogitans” noi non avremmo desiderio nè aspettative, ma anche nessuna sofferenza nè gioia, insomma, qualunque proposito possa interessare il soddisfacimento dei desideri verrebbe meno e con esso non esisterebbero più la superbia, l’invidia, l’egoismo, l’inganno, non esisterebbero più quelle condizioni per cui oggi si uccidono persone innocenti in Siria o in qualsiasi parte del mondo, non avremmo più eventi delittuosi come rapine, furti, truffe e altro, insomma, avremmo la libertà assoluta di noi stessi senza intaccare quella di altri.

      Certo, in tutto questo è rilevante il fatto che allo stesso modo, senza “ragione”, non avremmo ricerca scientifica, medica, non avremmo le tecnologie che ci permettono di essere in contatto con l’altra parte del mondo, non avremmo avuto gli aerei, i tunnel, i ponti, vivremmo sicuramente di meno senza l’invenzione delle medicine, non avremmo i cinema a 4K, le auto di lusso, i SUV, la Finanza, insomma non esisterebbe il POTERE dell’Uomo sull’Uomo.
      Secondo te, quale di queste due visioni ti sembra più interessante?

      Nella mia visone di Libertà, forse con un accento anarchico, avere il solo istinto animale rappresenterebbe la vera Libertà assoluta, nessuna guerra per il predomio sull’altro ma solo uno scontro per avere in “esclusiva” la femmina più bella o per accaparrarsi il migliore pezzo di “carne” per sfamarsi, nessuna invidia ma solo protezione del proprio territorio.
      Il tuo rapporto…meno ragione=meno consapevolezza=meno domande=meno desideri, è quello che esprime meglio il mio sentire, se dovessi scegliere tra istinto animale e intelletto Umano, sceglierei sicuramente il primo, questo per non vedere mai più “quello di cui è capace l’Uomo nei confronti dei suoi simili”, la povertà non sarebbe più la conseguenza di azioni Umane volte al predominio su altri uomini, ma soltanto uno stato naturale dei più deboli.

      Un famoso filosofo a te molto caro, ebbe della Vita umana una visione tragica, che viene dominata soltanto da una forza irrazionale come la Volontà, la realtà stessa non è collegata alla ragione ma alla Volontà, sempre Schopenhauer afferma: La volontà non può mai soddisfare pienamente se stessa, quindi la nostra vita è essenzialmente dolore, poiché è mossa da un perenne stato di insoddisfazione. Quando un desiderio viene soddisfatto, si consegue uno stato di appagamento e di piacere, che non è altro un momento di breve durata e non uno stato stabile. Il piacere viene inteso quindi come cessazione del dolore. Quando un desiderio viene poi appagata termina con esso anche il piacere, e sorge dunque la noia, che è peggiore del dolore stesso.
      I desideri umani non possono mai essere esauditi del tutto, perché dopo il primo ne verrà un altro e poi un altro ancora, questo perchè siamo Esseri finiti, mentre la Volontà appartiene all’infinito.

      Scusa per gli eventuali errori, ma ho scritto in dieci minuti, spero comunque di averti dato la mia visione di Libertà assoluta e di quella “relativa” che è frutto del nostro possesso di “ragione”.

      Un abbraccio… 🙂

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      1. mi dispiace, ma resto in disaccordo, oltre che per la tendenziosità latente del tuo giudizio, anche per il semplice fatto che tu “semplicemente” ometti di considerare che senza ragione, o res cogitans, non ci sarebbe più neanche la parte migliore dell’uomo, non rispetto al manifestarsi del POTERE dell’Uomo sull’Uomo -sai benissimo cosa io pensi in proposito e quanto ferocemente biasimi l’abuso ed il maluso che gli uomini ne fanno!-, ma in quei sentimenti assolutamente encomiabili come la solidarietà, la tolleranza, la condivisione, la cura, la protezione e lo stesso AMORE verso altri da noi…
        tu vedi solo l’aspetto negativo dell’evoluzione, probabilmente perché non hai fiducia nel genere umano e sai che la parte animale -quella sostenuta dal tuo prezioso istinto- è spesso più forte e violentemente presente rispetto a quella nobile del Pensiero; dimentichi che moltissime altre volte, in altre sedi, mi hai sentito esprimere ferocemente e duramente la mia scarsissima considerazione per il genere umano, dunque non è questo che ci differenzia, bensì il fatto che tu veda lo schifo umano (perdona quest’altro francesismo) come unica espressione dell’Uomo, mentre io so che c’è anche dell’altro… e tu stesso ne sei un esempio Nico!
        sei un individuo assolutamente solidale e generoso, e se tu pensi che questo sia il tuo istinto animale, conosci poco te stesso, perché è istinto superiore, è istinto ragionato e “condizionato” dalla tua sensibilità, per cui operi ogni azione in tuo possesso per soddisfare questo tuo istinto “sociale”, che come vedi non ha nulla a che vedere né con lo schifo umano di cui sopra, né con il mero istinto animale di sopravvivenza… dimmi, ti senti per caso limitato nella tua “Libertà assoluta” quando agisci la solidarietà?
        il Pensiero, se ci pensi bene, sarebbe dovuto servire all’uomo proprio per mitigare gli aspetti più animaleschi del suo istinto e volgerli ad un naturale e diffuso benessere condiviso; invece deleteri condizionamenti interni ed esterni ne hanno traviato completamente il fine…. ma questo è ancora un altro argomento Nico, lo comprendi e non ti offendi se mi fermo qui…

        anche Schopenhauer, se vogliamo essere lucidi fino in fondo, non aveva fatto i conti con una variabile essenziale nel suo ragionamento: il Tempo!
        nella teoria il suo discorso fila, ma nella vita reale, il Tempo che l’uomo ha a disposizione per ripiombare sistematicamente nella noia post soddisfazione è pressoché nullo, in quanto è già tanto se nell’arco della sua intera esistenza riesce a soddisfare pienamente più di una manciatina di desideri!
        ..se me lo permetti, al di là di ogni considerazione filosofica dottrinale, vorrei dirti ciò che penso terra terra: è solo il buon senso, capacità che non è né degli animali né delle macchine, ma solo dell’Uomo, che ci permette di trovare l’ideale applicazione di istinto animale e pensiero ragionato nelle giuste proporzioni, volta per volta… che poi non lo faccia quasi nessuno, è un altro discorso…
        un abbraccio
        (scusa tu errori e strafalcioni, non mi rileggo 😉 )

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..dimmi ciò che pensi.

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