Pier Paolo Pasolini…..L’alterità come replica dell’identità!!


 

 

La Divina Mimesis di Pier Paolo Pasolini.

È chiaro fino dal principio degli anni ’60 che tra le terzine dantesche di Progetto di opere future, sezione penultima di Poesia in forma di rosa (1964), annunciando una «buriana» sull’Inferno, Pier Paolo Pasolini pensa alla prima cantica di Dante come a un archetipo per la riscrittura in prosa. È inscrive nel «progetto» il termine dell’alterità. Letterario, a leggere nel disegno la forma attualizzata di un libro parallelo, e non finito, dell’Inferno. Autobiografico, a pensare di inscriversi nel testo in forma di doppio personaggio. Storiografico, perseguendo l’alterità nella figura dell’analogia ravvisata tra il Medioevo e il neocapitalismo, quest’ultimo interpretato quale replica revisionata del tempo dantesco. Pertanto il Medioevo di Dante reagisce con lo sfondo storico del testo rigenerandosi in catastrofe epocale. O meglio, l’alterità storica funziona nella Divina Mimesis come un vero e proprio rovesciamento: il neocapitalismo è un Medioevo moderno o nuovo Medioevo.

Un libro, questa Divina Mimesis, è concepito come un «misto di cose fatte e di cose da farsi»

immagine presa dal web
immagine presa dal web

 

 

La Divina Mimesis: do alle stampe oggi queste pagine come un «documento», ma anche per fare dispetto ai miei «nemici»: infatti, offrendo loro una ragione di più per disprezzarmi, offro loro una ragione di più per andare all’Inferno. Iconografia ingiallita: queste pagine vogliono avere la logica, meglio che di una illustrazione, di una (peraltro assai leggibile) «poesia visiva».   (Pier paolo Pasolini, 1975)

 

 

“Intorno ai quarant’anni, mi accorsi di trovarmi in un momento molto oscuro della mia vita. Qualunque cosa facessi, nella «Selva» della realtà del 1963, anno in cui ero giunto, assurdamente impreparato a quell’esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria, c’era un senso di oscurità. Non direi di nausea, o di angoscia: anzi, in quella oscurità, per dire il vero, c’era qualcosa di terribilmente luminoso: la luce della vecchia verità, se vogliamo, quella davanti a cui non c’è più niente da dire.

Oscurità uguale luce. La luce di quella mattinata d’aprile (o maggio, non ricordo bene: i mesi in questa «Selva» passano senza ragione e quindi senza nome), quando arrivai (il lettore non si scandalizzi) davanti al cinema Splendid (o Splendore? o Smeraldo? So di certo che una volta, invece, si chiamava Plinius: ed era uno di quelli dei tempi meravigliosi – e non lo sapevo – quando i mesi erano veri, lunghi mesi, e in ogni mio atto – sia pure arbitrario, puerile o colpevole – era chiaro che stavo facendo esperienza di una forma di vita allo scopo di esprimerla). Una luce che gli uomini conoscono bene, in primavera, quando compaiono i primi – i più allegri, i più cari – dei loro figli con le maglie leggere, senza giacca; e per l’Aurelia Nuova se ne vanno chiotte e leggere – coi musi bassi come topi attratti da loro stupendi odori lontani – le Seicento delle famiglie borghesi di Roma, verso le prime merende sui prati, verso le aie con i recinti di canna e i glicini, giù verso il nebbioso, maculato Appennino…

Una luce felice e cattiva: tra i due portali del cinema, ecco laggiù, appena svoltato con la mia macchina da un lungo viale cui s’era ridotta l’Aurelia – Viale Gregorio , mi sembra – tra una fiera di benzinai radi al sole, e il mercatino coperto, in fondo, con le sue piccole tettoie verdi – ecco laggiù qualcosa di rosso, di molto rosso, un altarino di rose, come quelli che allestiscono mani fedeli di donne vecchie, nei diseredati paesi umbri o friulani o abruzzesi, vecchie come furono vecchie le loro vecchie, volonterose a ripetersi nei secoli. Un altarino goffo, ma a suo modo festoso, un fitto di rose rosse che non saprei descrivere: e, quando fui vicino, tra quelle rose rosse, scorsi il ritratto, doppiamente funereo, perché era quello di un uomo morto due giorni prima, di un loro eroe; di un nostro eroe. Gli occhi a fiore della pelle, sotto la fronte calva (una calvizie piena di dolcezza di adolescente lievitato dal bene della vita). La luce era là, che illuminava rose e ritratto, e bandiere intorno, forse, affastellate, nell’umilissima solennità popolare (opera delle mogli degli iscritti della sezione del Forte Boccea? o degli iscritti stessi, autisti o muratori, con le loro grosse mani intimidite ma ispirate in quell’opera di rose?).

Tutto ciò tra i portali di questo cinema Splendid: scintillanti, la sera, ora impoveriti dalla luce, da questa luce. Miseri portali di vetro e metallo: ed ecco la millesima, la miliardesima stretta al cuore, l’intenerimento, l’illanguidimento, la lacrima. Anche la constatazione della miseria del poco lusso, aveva il potere di straziarmi.

Ed essi erano là, ad attendere me, con un vecchio senatore, con un nuovo candidato alla Camera: neri e scuri, come i contadini che vengono in città per gli affari, e si radunano tutti in una piazza, che nereggia, della loro solennità, in quell’accecante vuoto che l’estate imminente sta preparando tra palazzi e vicoli.

E i saluti, le strette di mano, gli sguardi di intesa e pretesa.

E adesso erano raccolti, nelle file della platea, che, anch’essa, stringeva il cuore, in quella luce mattutina (la luce dei magazzini, dei solai, dei viali, non dei cinema) in quella sala dallo splendido nome – e che era lo splendido ritrovo del loro angolo di quartiere, nella lunga serie di notti in cui marcia, senza bandiere, la vita.

Dava a tutti loro, a tutti noi, allegrezza, intanto, il fatto che diciotto nuovi ragazzi si erano iscritti, dopo un comizio del partito al governo, al nostro partito: quell’allegrezza che è come quella delle bevute in comune, un’allusione al verificarsi, fatale, di certi fatti il cui accadere era stato insieme sperato e insieme seguito, e ora insieme salutato come un successo: e quel successo mi stringeva il cuore.

La cerchia era rivolta al centro di se stessa, escludeva il mondo. (Che era là, fuori, come la calotta semiaperta sul soffitto dello Splendid dimostrava con chiarezza

lampante: un azzurro di seta, appenninico, con aria di mare.)

Il palco degli anni quaranta; le bandiere degli anni quaranta; il microfono degli anni quaranta: tutto traballante, di legno vecchio, di magazzino, inchiodato con quattro colpi di martello, e ricoperto di povera stoffa rossa. Che stringeva il cuore!

Oscurità su oscurità. Io ero lì, di fronte a degli operai: vestiti a festa, di scuro i padri, i figli con magliette chiare – del rosso melograno, del giallo canarino, dell’arancio dorato, che erano di moda quell’anno –: ecco là la faccia dello sdentato, deputato alle certezze come un tifoso col suo cucciariello; la nota umoristica che rende quotidiana la fede: il suo posto è al centro della platea, e la sua sedia sembra la più alta di tutte. Quando batte le mani, con la bocca sdentata che si apre in un tradizionale sorriso, è il segno che si deve battere le mani: e allegramente.

La cerchia è rivolta verso quel suo centro pieno di certezza: il mondo è fuori, radioso e indifferente. E il cuore è straziato.

Sono qui, dunque: a annoverare come unico dato buono del mondo in cui storicamente sperimento il fatto di vivere – l’esistenza di questi operai (che stringe il cuore).

Ah, non so dire, bene, quando è incominciata: forse da sempre. Chi può segnare il momento in cui la ragione comincia a dormire, o meglio a desiderare la propria fine? Chi può determinare le circostanze in cui essa comincia a uscire, o a tornare là dove non era ragione, abbandonando la strada che per tanti anni aveva creduto giusta, per passione, per ingenuità, per conformismo?”.    ( segue)….

 

fonte: Web

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4 pensieri su “Pier Paolo Pasolini…..L’alterità come replica dell’identità!!

        1. Ahiaiai!!…allora le previsioni del mio amico Lupo di mare non sono valide per te….però potresti scendere verso la riviera ligure, ad esempio Portofino, lì sarai un pochino più al caldo. 😀

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