Riflessioni Personali…..la contesa sull’origine della Vita (diatriba tra sessi)!


Arte e Cultura.

 

L’ Origine della guerra

 

L’oggetto del desiderio – secondo le più banali descrizioni c’è questo al centro del quadro di Courbet “l’origine del mondo”, e l’opera che (oltre un secolo dopo) completa il quadro, rappresenta, potremmo dire, il desiderio in sé: il suo titolo è l’ “origine della guerra”.

 

 

L’ atto desiderante è qui  evocato dall’impercettibile tensione dell’inizio di un’erezione; ma – soprattutto – al centro c’è il sesso maschile.

 

 

 

Cioè il soggetto desiderante per eccellenza, che nell’immaginario patriarcale evoca potere e conquista (soggetto). Il sesso femminile, secondo lo stesso vocabolario, evoca invece la terra di conquista (oggetto).
Ma in verità non si può evitare che evochi anche la generazione, dunque il (vero) soggetto agente per eccellenza, a dispetto di tutti volonterosi oggettivizzatori. Qualcosa di tale potenza da far tremare i polsi, qualcosa, appunto, che (da quell’altro che il potere ha avocato interamente a sé) esige costantemente di essere represso e incatenato. Mentre la generazione, a sua volta, dà luogo a nuove infinite battaglie di predazione e ancora di conquista.
Vi proponiamo l’accostamento fra questi due quadri come fonte di ispirazione: per una riflessione quanto mai necessaria e irrimandabile.

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Ognuno/a si abbandoni alle proprie associazioni di idee e tiri – se crede – le sue conclusioni. Da dovunque si parta, è ora di iniziare a parlarne.
Nel 2013 l’origine della guerra è stato incluso nella mostra parigina Masculin/masculin, dedicata alla nudità maschile nell’arte. Ecco come ne parla l’autrice, Orlan:

L’origine del mondo è stato fin dall’inizio fonte di scandalo e dopo oltre un secolo continua ad esserlo; lo stesso capita all’origine della guerra:

Nel 2014 è stato esposto alla 10° Nuit des musés a Besançon, ad esempio; ma l’organizzazione ha ritenuto di non doverne fornire l’immagine alla stampa.

 

Ma – in entrambi i casi – lo “scandalo”, dov’è??
Il quadro di Courbet è del 1866; l’opera di Orlan è del 1989. Del 2014 è una performance


Je suis l’origine
Je suis toutes les femmes
Tu ne m’as pas vue
Je veux que tu me reconnaisses
Vierge comme l’eau
Créatrice du sperme

Debora de Robertis, con lacrime dorate dipinte sul viso, si è messa ai piedi de l’origine du monde e ha aperto le gambe esponendo il sesso; sullo sfondo l’Ave Maria di Schubert e le parole, ripetute ad libitum: Sono io l’origine / io sono tutte le donne / tu non mi hai vista / io voglio che tu mi riconosca / Vergine come l’acqua / creatrice di sperma.
Messa in scena il 29 maggio, nel giorno dell’ascensione del Cristo, l’origine du monde 2.0 (dal titolo  Miroir de l’origine) non aveva certo intenti blasfemi, crediamo: ma – semmai – intenti di verità. Qui, il nesso con il sacro e con la sua distorsione da parte del maschile patriarcale.

 

Da: politica femminile.it

 

 

 

 

 

Riflessioni Personali……Estetica, percezione o conoscenza?


 

Estetica: Dal gr. αἴσϑησις «sensazione», «percezione», «capacità di sentire», «sensibilità». Ciò che tale termine innanzitutto indica è quel particolare tipo di esperienza che ci capita di fare quando giudichiamo ‘bello’ qualcosa, per esempio un’opera d’arte, ma anche un oggetto, un individuo, un paesaggio naturale. Questa possibilità di determinare con esattezza e rigore l’ambito disciplinare specifico e l’oggetto dello studio che stiamo affrontando, non vale quando parliamo di estetica dal momento che questa, lungi dal presentarsi come una dimensione perfettamente omogenea e trasparente, appare caratterizzata invece da una indeterminatezza di fondo. Abbiamo quindi a che fare con una nozione i cui confini non sono mai dati una volta per tutte ma, al contrario, tendono a spostarsi, a estendersi, a trasformarsi continuamente. Il risultato è, evidentemente, l’impossibilità di definire tale nozione di estetica in modo univoco, sulla base cioè di criteri oggettivi, validi in modo universale e necessario.

Nico (max weber)

 

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Nascita dell’estetica nell’età moderna: la centralità del sentimento e della soggettività.

È il filosofo tedesco Baumgarten che per primo usa il termine Estetica nell’accezione moderna. Secondo Baumgarten, infatti, l’Estetica è, sì, conoscenza, ma conoscenza propriamente «intuitiva» e «sensibile». Questo significa che per Baumgarten, accanto alla verità espressa dalla matematica e dalla filosofia, c’è posto per un altro tipo di verità: quella storica, poetica e retorica. Si tratta appunto della verità estetica, cioè della verità conosciuta in modo sensibile. Con la nascita dell’estetica l’arte viene vista in modo assolutamente nuovo e la stessa bellezza non è più giudicata come raggiungimento di una perfezione misurata in base a canoni o norme precostituiti. Ciò che caratterizza la riflessione estetica moderna è il riconoscimento che l’arte e il bello sono nozioni individuali e storiche, e in quanto tali fanno appello non all’intelletto e alle sue regole bensì al sentimento. Il riconoscimento della connessione inscindibile tra estetica e sentimento è centrale nel dibattito filosofico settecentesco, da Hume a Rousseau.

È quanto troviamo, per esempio, in Shaftesbury, che, descrivendo la facoltà della percezione estetica come una «sensazione corporea, immediata, non riflessiva, senza ‘principi’ e definitiva», identifica il sentimento con la fonte stessa della valutazione estetica. Sempre a partire dal 17° sec., nella riflessione estetica accanto alla nozione di sentimento viene maturando anche quella di ‘gusto’; si tratta di una nozione che, lungi dall’essere riconducibile a regole fissate una volta per tutte e valide dunque a priori (in modo cioè universale e necessario), appare caratterizzata da una vaghezza di fondo, da una irriducibile indeterminatezza. Ma se l’estetica si basa su nozioni soggettive quali appunto il sentimento e il gusto, sembra allora che si perda quella dimensione universale che dovrebbe caratterizzare il nostro giudizio quando definiamo bello qualcosa.

 

La Critica della facoltà di giudizio di Kant. È questo il problema affrontato da Kant con la Critica della facoltà di giudizio (o Critica del giudizio, 1790). Fondamentale, nella riflessione estetica elaborata da Kant, è la distinzione tra «giudizio determinante» e «giudizio riflettente»: se, nel primo caso, che è il caso della conoscenza scientifica, l’universale (ossia la regola, il principio, la legge) è qualcosa di già dato e se il giudizio, da questo punto di vista, consiste nella mera sussunzione del particolare (il dato empirico) sotto l’universale, al contrario, nel secondo caso – quello del giudizio riflettente, sul quale secondo Kant si fonda la possibilità stessa dei giudizi estetici –, ciò che è dato è non l’universale bensì il particolare.

Nel caso dei giudizi estetici infatti l’universale, lungi dal costituire una norma predeterminata, è qualcosa che deve essere ‘trovato’, non indipendentemente dalla contingenza dell’empiria, ma appunto al suo stesso interno, ossia nella concretezza e nella determinatezza del particolare. Ora, se è vero che quello propriamente estetico è un giudizio pronunciato non sulla base di una definizione logica, bensì sulla base di un sentimento, allora il problema che si pone è come conciliare la soggettività di tale giudizio con quella necessaria intersoggettività e dunque universalità che si manifesta nel momento stesso in cui il soggetto pronuncia un tale giudizio, giacché con esso si pretende il «consenso di ognuno». In questo senso, secondo Kant, i giudizi estetici sono «soggettivamente universali». Questo significa che in un giudizio estetico ciò che propriamente viene alla luce è un «senso comune», ossia un senso o sentimento condiviso, qualcosa insomma di universalmente comunicabile.

 

fonte: web

Friedrich Nietzsche……il simbolismo delle parole!


 

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“IN TEMPO DI PACE L’UOMO GUERRIERO S’ACCANISCE CONTRO SE STESSO.”

Friedrich Nietzsche

 

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Non commento di solito gli aforismi ma questo merita una riflessione.

Riportiamo sul piano storico il valore simbolico di queste parole.

L’uomo guerriero è l’individuo indomito, colui che per indole non si lascia sottomettere ed è pronto a combattere per affermare la dignità della propria esistenza, in una visione generale di giustizia per sé e per gli altri.

Il nostro però è un tempo di pace ma solo nel significato di assenza di guerra propriamente detta.

Il paradosso è che c’è conflitto, ovvero contraddizione e sofferenza, ma non c’è lotta.

Questo è il tempo presente: conflitto senza lotta.

La passività totale del soggetto rispetto alla storia.

In che senso allora l’uomo guerriero s’accanisce contro se stesso?

Il guerriero non è mai un nichilista e quindi è immune da ogni tentazione coscientemente autodistruttiva.

Questo però non basta a salvarlo.

L’uomo guerriero tenderà a mentire a se stesso lottando in una guerra simulata, una lotta fittizia e inventata dove però i colpi feriscono realmente ma non c’è nessun bottino da conquistare né per sé né per gli altri.

E’ la negazione della tragedia in cui si salva solo il dolore.

Spettacolo oscuro popolato da fantasmi dove l’ottimismo della volontà recita un ruolo improbabile sotto lo sguardo sarcastico del pessimismo della ragione.

La sconfitta è un epilogo tragico, persino sublime nella vitalità morente.
La sconfitta può venire solo dalla lotta.
Ma non aver combattuto è come non aver vissuto.
È il nihil. ..
Lode a chi vive dunque, pur conoscendo il suo destino

 

Franz Altomare

 

Cecilia Meireles


 

Cecília Meireles (Rio de Janeiro 1901-1964), una della più grandi voci poetiche della lingua portoghese, brasiliana dalle ascendenze portoghesi e azzorriane, ebbe un’infanzia precocemente segnata dalle perdite: all’età di tre anni era l’unica sopravvissuta tra madre, padre e tre fratelli. Fu cresciuta dalla nonna materna, figura leggendaria nel suo immaginario poetico, e si abituò sin dall’infanzia all’esercizio della solitudine. Questa infanzia di orfana diede alla poetessa, secondo quello che lei stessa più volte affermò, due cose che sembrano negative ma che per lei furono sempre positive: il silenzio e la solitudine. In questo clima si sviluppò tutta la sua arte.

Elementi della sua poesia sono il mare, declinato in tutte le sue versioni, il tempo, nel suo disfarsi, e la solitudine, sotto forma di assenza.
La sua poesia risulta delicatamente femminile e audacemente intellettuale.
Aderì, in forma indipendente e personalissima, all’ala spiritualista del Modernismo brasiliano, risentendo sempre molto l’influenza del pensiero orientale, veicolato dalla lettura di Tagore.
La sua poetica fu sempre di unione, sia dal punto di vista dell’eterogeneità delle influenze e dell’indipendenza da scuole, che da quello contenutistico. Creò ponti e stabilì legami, tra uomo e uomo, tra uomo e mondo, con la complicità di un’atmosfera inconfondibile, spesso piena di tristezza e saudade.
Dal punto di vista formale la sua poesia, fortemente musicale, si caratterizza per ricchezza di ritmo e di lessico e per la felice modulazione di metri brevi, a cui spesso dà preferenza.

 

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SAUDADE

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La natura della saudade è ambigua: associa sentimenti di solitudine e tristezza, – ma, illuminata dalla memoria, guadagna contorno e espressione di felicità. Quando Garrett l’ha definita come “delicioso pungir de acerbo espinho”, stava realizzando la fusione di questi due aspetti opposti nella formula felice di un verso romantico.
In generale, si vede nella saudade il sentimento di separazione e distanza da quello che si ama e non si ha. Ma tutti gli istanti della nostra vita non vanno ad essere perdita, separazione, distanza? Il nostro presente, appena raggiunge il futuro subito lo trasforma in passato. La vita è un costante perdere. La vita è perciò, una costante saudade.
C’è una saudade risentita. Quella che desidererebbe trattenere, fissare, possedere. C’è una saudade saggia, che lascia le cose passare, come se non passassero. Liberandole dal tempo, salvando la loro essenza di eternità. E’ l’unica maniera, del resto, di dare loro permanenza: renderle immortali nell’amore. Il vero amore è, paradossalmente, una saudade costante, senza nessun egoismo.

 

Cecilia Meireles