Riflessioni Personali……Estetica, percezione o conoscenza?


 

Estetica: Dal gr. αἴσϑησις «sensazione», «percezione», «capacità di sentire», «sensibilità». Ciò che tale termine innanzitutto indica è quel particolare tipo di esperienza che ci capita di fare quando giudichiamo ‘bello’ qualcosa, per esempio un’opera d’arte, ma anche un oggetto, un individuo, un paesaggio naturale. Questa possibilità di determinare con esattezza e rigore l’ambito disciplinare specifico e l’oggetto dello studio che stiamo affrontando, non vale quando parliamo di estetica dal momento che questa, lungi dal presentarsi come una dimensione perfettamente omogenea e trasparente, appare caratterizzata invece da una indeterminatezza di fondo. Abbiamo quindi a che fare con una nozione i cui confini non sono mai dati una volta per tutte ma, al contrario, tendono a spostarsi, a estendersi, a trasformarsi continuamente. Il risultato è, evidentemente, l’impossibilità di definire tale nozione di estetica in modo univoco, sulla base cioè di criteri oggettivi, validi in modo universale e necessario.

Nico (max weber)

 

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Nascita dell’estetica nell’età moderna: la centralità del sentimento e della soggettività.

È il filosofo tedesco Baumgarten che per primo usa il termine Estetica nell’accezione moderna. Secondo Baumgarten, infatti, l’Estetica è, sì, conoscenza, ma conoscenza propriamente «intuitiva» e «sensibile». Questo significa che per Baumgarten, accanto alla verità espressa dalla matematica e dalla filosofia, c’è posto per un altro tipo di verità: quella storica, poetica e retorica. Si tratta appunto della verità estetica, cioè della verità conosciuta in modo sensibile. Con la nascita dell’estetica l’arte viene vista in modo assolutamente nuovo e la stessa bellezza non è più giudicata come raggiungimento di una perfezione misurata in base a canoni o norme precostituiti. Ciò che caratterizza la riflessione estetica moderna è il riconoscimento che l’arte e il bello sono nozioni individuali e storiche, e in quanto tali fanno appello non all’intelletto e alle sue regole bensì al sentimento. Il riconoscimento della connessione inscindibile tra estetica e sentimento è centrale nel dibattito filosofico settecentesco, da Hume a Rousseau.

È quanto troviamo, per esempio, in Shaftesbury, che, descrivendo la facoltà della percezione estetica come una «sensazione corporea, immediata, non riflessiva, senza ‘principi’ e definitiva», identifica il sentimento con la fonte stessa della valutazione estetica. Sempre a partire dal 17° sec., nella riflessione estetica accanto alla nozione di sentimento viene maturando anche quella di ‘gusto’; si tratta di una nozione che, lungi dall’essere riconducibile a regole fissate una volta per tutte e valide dunque a priori (in modo cioè universale e necessario), appare caratterizzata da una vaghezza di fondo, da una irriducibile indeterminatezza. Ma se l’estetica si basa su nozioni soggettive quali appunto il sentimento e il gusto, sembra allora che si perda quella dimensione universale che dovrebbe caratterizzare il nostro giudizio quando definiamo bello qualcosa.

 

La Critica della facoltà di giudizio di Kant. È questo il problema affrontato da Kant con la Critica della facoltà di giudizio (o Critica del giudizio, 1790). Fondamentale, nella riflessione estetica elaborata da Kant, è la distinzione tra «giudizio determinante» e «giudizio riflettente»: se, nel primo caso, che è il caso della conoscenza scientifica, l’universale (ossia la regola, il principio, la legge) è qualcosa di già dato e se il giudizio, da questo punto di vista, consiste nella mera sussunzione del particolare (il dato empirico) sotto l’universale, al contrario, nel secondo caso – quello del giudizio riflettente, sul quale secondo Kant si fonda la possibilità stessa dei giudizi estetici –, ciò che è dato è non l’universale bensì il particolare.

Nel caso dei giudizi estetici infatti l’universale, lungi dal costituire una norma predeterminata, è qualcosa che deve essere ‘trovato’, non indipendentemente dalla contingenza dell’empiria, ma appunto al suo stesso interno, ossia nella concretezza e nella determinatezza del particolare. Ora, se è vero che quello propriamente estetico è un giudizio pronunciato non sulla base di una definizione logica, bensì sulla base di un sentimento, allora il problema che si pone è come conciliare la soggettività di tale giudizio con quella necessaria intersoggettività e dunque universalità che si manifesta nel momento stesso in cui il soggetto pronuncia un tale giudizio, giacché con esso si pretende il «consenso di ognuno». In questo senso, secondo Kant, i giudizi estetici sono «soggettivamente universali». Questo significa che in un giudizio estetico ciò che propriamente viene alla luce è un «senso comune», ossia un senso o sentimento condiviso, qualcosa insomma di universalmente comunicabile.

 

fonte: web

Friedrich Nietzsche……il simbolismo delle parole!


 

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“IN TEMPO DI PACE L’UOMO GUERRIERO S’ACCANISCE CONTRO SE STESSO.”

Friedrich Nietzsche

 

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Non commento di solito gli aforismi ma questo merita una riflessione.

Riportiamo sul piano storico il valore simbolico di queste parole.

L’uomo guerriero è l’individuo indomito, colui che per indole non si lascia sottomettere ed è pronto a combattere per affermare la dignità della propria esistenza, in una visione generale di giustizia per sé e per gli altri.

Il nostro però è un tempo di pace ma solo nel significato di assenza di guerra propriamente detta.

Il paradosso è che c’è conflitto, ovvero contraddizione e sofferenza, ma non c’è lotta.

Questo è il tempo presente: conflitto senza lotta.

La passività totale del soggetto rispetto alla storia.

In che senso allora l’uomo guerriero s’accanisce contro se stesso?

Il guerriero non è mai un nichilista e quindi è immune da ogni tentazione coscientemente autodistruttiva.

Questo però non basta a salvarlo.

L’uomo guerriero tenderà a mentire a se stesso lottando in una guerra simulata, una lotta fittizia e inventata dove però i colpi feriscono realmente ma non c’è nessun bottino da conquistare né per sé né per gli altri.

E’ la negazione della tragedia in cui si salva solo il dolore.

Spettacolo oscuro popolato da fantasmi dove l’ottimismo della volontà recita un ruolo improbabile sotto lo sguardo sarcastico del pessimismo della ragione.

La sconfitta è un epilogo tragico, persino sublime nella vitalità morente.
La sconfitta può venire solo dalla lotta.
Ma non aver combattuto è come non aver vissuto.
È il nihil. ..
Lode a chi vive dunque, pur conoscendo il suo destino

 

Franz Altomare

 

Cecilia Meireles


 

Cecília Meireles (Rio de Janeiro 1901-1964), una della più grandi voci poetiche della lingua portoghese, brasiliana dalle ascendenze portoghesi e azzorriane, ebbe un’infanzia precocemente segnata dalle perdite: all’età di tre anni era l’unica sopravvissuta tra madre, padre e tre fratelli. Fu cresciuta dalla nonna materna, figura leggendaria nel suo immaginario poetico, e si abituò sin dall’infanzia all’esercizio della solitudine. Questa infanzia di orfana diede alla poetessa, secondo quello che lei stessa più volte affermò, due cose che sembrano negative ma che per lei furono sempre positive: il silenzio e la solitudine. In questo clima si sviluppò tutta la sua arte.

Elementi della sua poesia sono il mare, declinato in tutte le sue versioni, il tempo, nel suo disfarsi, e la solitudine, sotto forma di assenza.
La sua poesia risulta delicatamente femminile e audacemente intellettuale.
Aderì, in forma indipendente e personalissima, all’ala spiritualista del Modernismo brasiliano, risentendo sempre molto l’influenza del pensiero orientale, veicolato dalla lettura di Tagore.
La sua poetica fu sempre di unione, sia dal punto di vista dell’eterogeneità delle influenze e dell’indipendenza da scuole, che da quello contenutistico. Creò ponti e stabilì legami, tra uomo e uomo, tra uomo e mondo, con la complicità di un’atmosfera inconfondibile, spesso piena di tristezza e saudade.
Dal punto di vista formale la sua poesia, fortemente musicale, si caratterizza per ricchezza di ritmo e di lessico e per la felice modulazione di metri brevi, a cui spesso dà preferenza.

 

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SAUDADE

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La natura della saudade è ambigua: associa sentimenti di solitudine e tristezza, – ma, illuminata dalla memoria, guadagna contorno e espressione di felicità. Quando Garrett l’ha definita come “delicioso pungir de acerbo espinho”, stava realizzando la fusione di questi due aspetti opposti nella formula felice di un verso romantico.
In generale, si vede nella saudade il sentimento di separazione e distanza da quello che si ama e non si ha. Ma tutti gli istanti della nostra vita non vanno ad essere perdita, separazione, distanza? Il nostro presente, appena raggiunge il futuro subito lo trasforma in passato. La vita è un costante perdere. La vita è perciò, una costante saudade.
C’è una saudade risentita. Quella che desidererebbe trattenere, fissare, possedere. C’è una saudade saggia, che lascia le cose passare, come se non passassero. Liberandole dal tempo, salvando la loro essenza di eternità. E’ l’unica maniera, del resto, di dare loro permanenza: renderle immortali nell’amore. Il vero amore è, paradossalmente, una saudade costante, senza nessun egoismo.

 

Cecilia Meireles

Alejandro Jodorowsky…… uno scienziato della mente o un “Tarocco”?


 

Metto le mani avanti perché non vorrei che questo articolo infastidisse i seguaci del “santone” Jodorowsky,  ribadisco però la differenza importante che esiste tra Scienza e pseudo-Scienza, questo per rendere omaggio alla Scienza stessa che molte volte viene chiamata in causa come fa di solito lo stesso  Jodorowsky per avvallare e rendere credibili i suoi Sciamano-pensieri  e la sua stessa Psicomagia.

La Scienza deve essere intesa come Conoscenza che nasce allo stato teorico come  Pensiero per essere poi applicato, dopo vari processi empirici a quello pratico, la psicomagia  invece, quella blaterata da Jodorowsky, rappresenta una pseudo-scienza che a suo dire risulta capace di intervenire nei centri emozionali dell’individuo per aiutarlo a superare molteplici difficolà interiori.

Lo stesso Aristotele elaborò una teoria articolata secondo la quale la Scienza è conoscenza dimostrativa, cioè si conosce la causa di un oggetto, per la quale l’oggetto non può essere diverso da come è.

Devo dire che a me piace soltanto lo Jodorowsky scrittore, quello di questa frase:

“La poesia non parla di storia. Parla della vita interiore e di problemi universali. Non c’è guarigione dell’anima che non sia cura dell’anima dell’umanità. Pensare in termini puramente personali, questa è malattia.”

Per finire, un omaggio è invece doveroso a tutti gli scienziati veri che con il loro impegno, la loro tenacia e la loro intelligenza hanno permesso gli innumerevoli traguardi raggiunti dall’evoluzione Umana.

Nico (max weber)

 

 

immagine presa dal web
immagine presa dal web

 

 

La Psicomagia di Jodorowsky

“Lo scopo di un atto psicomagico è quello di tirarci fuori dalla gabbia mentale che la nostra famiglia, la nostra società e la nostra cultura ci hanno lasciato. Ha lo scopo di farci evitare di ripetere i problemi subiti dai nostri antenati, rompendo un circolo vizioso in cui siamo bloccati nei centri emozionale, creativo-sessuale, materiale o intellettuale. Alejandro Jodorowsky: La psicomagia è una forma di terapia ultra avanzata. Si tratta di una risposta alla psicoanalisi. La psicomagia propone di curare qualcosa attraverso atti che parlano direttamente all’inconscio. Usa tutta la tradizione sciamanica di stregoneria e guaritori che ho incontrato in Messico, ma senza superstizione. Un atto psicomagico assomiglia a dare un amoroso calcio nel sedere alla realtà. Questo impulso che dai, improvvisamente, interrompe l’immobilità e fa iniziare una danza.”

Famoso il suo libro “Manuale di psicomagia. Consigli per guarire la tua vita”.

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Alejandro Jodorowsky raccolse, tra altre molte cose, nei suoi libri La danza della realtà (Feltrinelli 2006) e Psicomagia (Feltrinelli, 1997-2013), la base teorica di questa tecnica risanatrice creata e sviluppata proprio da lui. La sua parte pratica la troviamo per la prima volta raccolta in Manuale di Psicomagia che, con più di 300 consigli, pretende di aiutare tutte quelle persone che davanti a differenti problemi psicologici, sessuali, emozionali o materiali, desiderano guarire, liberare o migliorare la propria vita. Nel libro, questi consigli pratici c’insegnano a staccarci da idee nocive o dall’influenza negativa che il passato familiare può esercitare su di noi; a migliorare aspetti della nostra vita lavorativa o economica, della salute, della vita in compagnia o in solitudine; ad affrontare il sentimento di abbandono, di odio, di gelosia, di insicurezza, di fallimento, di pessimismo, di inferiorità, di abuso sessuale, di vigliaccheria, di non essere stato voluto ecc. Infine, vari atti di psicomagia per consultanti sani, ed altrettanti diretti alla società, precedono oltre cento consultazioni individuali alle quali l’autore ha risposto, anche tramite i tarocchi!!!

Quindi secondo il pensiero Jodorowskyano la Psicoscienza sarebbe migliore della Psicoanalisi, infatti i vari Lacan, Jung, Adler, Reich, Winnicott o Abraham al suo cospetto sarebbero dei magnifici ciarlatani, ditemi voi chi risulta più tarocco, Jodorowsky o gli stessi Tarocchi?

 

Lo Jodorowsky  regista e drammaturgo.

Di Alejandro Jodorowsky ricordiamo soprattutto due splendidi film: La montagna sacra, allucinata rivisitazione della tradizione esoterica dell’Occidente, e il western psico-situazionista El topo.
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Intervista di Dario Pappalardo
Per il cineasta e scrittore cileno, considerato un maestro di “psicomagia”, ogni realizzazione creativa deve essere in primo luogo un’esperienza spirituale. Più che lettori o spettatori, i suoi sono adepti. Alejandro Jodorowsky, nato 84 anni fa in Cile, ma naturalizzato francese, si è sempre mosso tra letteratura, fumetto, cinema e teatro, contaminando tutto questo con i tarocchi e la sua “psicomagia”, l’arte di guarire da soli i propri mali compiendo gesti surreali.
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Jodorowsky, in lei la ricerca spirituale e quella artistica sono sempre andate di pari passo. Ma l’artista deve anche essere una guida spirituale?
«Non è l’artista che deve essere una guida spirituale ma la sua opera. L’artista non deve avere altro obiettivo che l’opera stessa. “Pensa all’opera e non al suo frutto” dice un testo sacro hindu. Ed è evidente che l’opera deve essere realizzata da un artista che ha trovato un’unità interiore, che è riuscito a far sì che il suo ego si chini con venerazione davanti alla sua essenza. Se l’opera è onesta al 100%, senza alcun odore di ombelico narcisista, essa diventerà una guida risanatrice».
Non crede che il forte seguito di artisti che si propongono come maestri di spiritualità (penso a Marina Abramovic) sia dovuto anche alla crisi della religione, dell’etica e della politica?
«Ogni artista, come ogni essere umano, è un prodotto delle influenze della sua famiglia, della sua società e della sua cultura. La religione, e così la politica, è un’istituzione che pone una morale limitatrice per la libertà creativa. Oggi, questo è un fenomeno più intenso che mai, perché vi si aggiunge la tirannia economica. Un artista che si presenti come maestro di spiritualità è un ciarlatano. E se pensa che io mi creda un guru, si sbaglia. Credo invece di essere un maestro d’arte. La psicomagia è un’arte. Il cinema attuale non è un’arte, è una merda industriale, con un unico fine: guadagnare dollari. Per me il cinema è un’arte, non lo faccio per guadagnare soldi, né per essere un maestro spirituale, lo faccio perché amo esprimermi artisticamente, cercando di raggiungere la massima espressione estetica. E certo, ciò che è estetico, è una guida spirituale. La bellezza è il fulgore della verità. Il cinema è luce, proiezione, fulgore… ci avvicina alla verità impossibile, vale a dire, a ciò che siamo davvero: dèi che si ignorano».
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I suoi film sembrano il frutto di un percorso, di un passaggio. Come The Holy Mountain,per esempio. È solo finzione o i suoi set sono stati anche teatro di un’esperienza spirituale collettiva?
«Sì. Ogni arte deve essere prima di tutto un’esperienza spirituale. E preferibilmente collettiva».
Su Internet il blog Plano Creativo si ispira alla sua “psicomagia”. In 5 milioni l’hanno visitato lo scorso anno. Come lo spiega?
«Plano Creativo (adesso si chiama Plano sin fin)è un blog creato all’inizio sulle mie idee e sui miei concetti. È stato visitato 47 milioni di volte. E i miei follower su Twitter (“ale jodorowsky”) crescono, più o meno, di 1000 al giorno. In meno di due mesi arriveranno a 900.000. Io me lo spiego così: non disprezzo l’essere umano, tanto meno i giovani di oggi. Non gli parlo del mio ego, né di ciò che mangio o caco, non gli parlo come se fossero dei cretini… Gli parlo come se fossero degli esseri umani di immenso valore, esseri con un cranio che contiene milioni e milioni di neuroni, esseri con un immenso desiderio di cambiare questo mondo, di essere liberi, creativi, felici, saggi, capaci di trasformare il pianeta in un bellissimo giardino. Questo è quello che credo. E per questo le mie poesie impersonali, i miei pensieri filosofici ispirati alla saggezza ancestrale, il mio misticismo rivoluzionario, ecc., vengono presi come un nutrimento spirituale».
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Come definirebbe in poche parole la “psicomagia”?
«Una terapia non scientifica ma artistica, non basata sulle parole ma su atti che imitano i sogni».
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Ci sono artisti del passato che considera fondamentali per la sua formazione, che considera “guide spirituali”?
«Lao Tzu, Chuang Tzu, Rumi, Eliphas Levi, Korzibsky, Ramakrishna, William Blake, Eraclito, Wittgenstein, Meister Eckhart, Antonio Porchia, Fariddudin Attar, ecc., ecc.».
tratto da: La Repubblica