Riflessioni politiche….la Repressione al tempo della crisi!


 

Questo è un articolo molto importante, leggetelo con attenzione perché è la prova dell’instaurazione dello stato di polizia nel  nostro paese ma anche in tutta Europa, l’articolo ci spiega quali sono i deterrenti per stroncare qualsiasi manifestazione  sociale, ci spiega anche il fatto, per chi ancora non lo sapesse, non esistono più diritti per le genti impoverite dalla crisi economica e dal Potere massonico-finanziario, dobbiamo stare al “nostro posto” come più volte ripetuto dal ministro Minniti in questo bellissimo articolo di contropiano.org.

E’ ora di combattere questo SISTEMA di repressione!

Nico (max weber)

immagine presa dal web

 

 

 

 

“State al vostro posto o sono guai”. La repressione al tempo della crisi.

 

L’appello contro la repressione delle lotte lanciato a maggio,  ha raccolto decine di firme significative nel mondo giuridico, universitario e del lavoro. Quell’appello aveva e mantiene l’intenzione di segnalare un allarme ben preciso sull’attuazione dello Stato di polizia nel nostro paese come unica soluzione avanzata dal governo e dalla classe dominante per far fronte ai contraccolpi sociali di una crisi non lascia intravedere sbocchi. Ma soprattutto che non lascia intravedere margini né di miglioramento né di ammortizzamento sociale per milioni di persone tra la classe lavoratrici e i ceti sociali impoveriti. Non avendo e non volendo avere soluzioni accettabili da mettere sul piatto, le oligarchie europee e i loro sodali in Italia operano sul piano della deterrenza. Spaventare, depotenziare, neutralizzare gli attivisti sociali, politici e sindacali che si oppongono a questo massacro sociale, ma mandare anche segnali dolorosi alla gente comune, ai lavoratori, ai disoccupati, ai senza casa, ai giovani studenti o senza lavoro, affinchè accettino questa situazione e rinuncino alla strada della vertenza e della resistenza collettiva. Insomma devono imparare a “stare al loro posto” e in silenzio.

Ma questa filosofia non agisce solo in Italia. E’ ormai l’aria che si respira in Europa ad esempio con la Ley Mordaza in Spagna o la Legge d’emergenza che viene rinnovata di semestre in semestre in Francia. Di questo e su questo, su impulso dell’Osservatorio contro la Repressione, ci si confronterà a Bruxelles e Strasburgo la prossima settimana intorno alla proposta di una Rete Europea per il Diritto al Dissenso, a difesa delle lotte sociali. L’iniziativa è stata presentata giovedi a Roma nella sede del Parlamento Europeo. Emblematicamente, la conferenza stampa si è tenuta lo stesso giorno in cui l’Italia è stata nuovamente condannata dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per le torture e le brutalità poliziesche alla scuola Diaz di Genova nel luglio 2001.

Ma il portato di quei giorni di terrorismo di stato, negli ultimi anni si è dovuto misurare con gli effetti sociali della crisi, in particolare dal 2011 a oggi. In questi anni di crisi, gli apparati del Ministero dell’Interno hanno lavorato alacremente per svolgere questa funzione coercitiva e repressiva (i dati che forniamo più sotto ne sono la testimonianza). Poi, nonostante evidenti eccezioni di incostituzionalità e condanne a livello di Corte Europea, il Decreto Minniti-Orlando è diventato Legge dello Stato, dando così una cornice legale e legittimità politica ad un modello repressivo che ben presto ha fatto vedere i suoi effetti anche in modo clamoroso con i fatti di Torino e di Roma di cui il nostro giornale ha riferito ampiamente.

I dati che pubblichiamo, elaborati dallOsservatorio contro la Repressione, spiegano molto più chiaramente di tante parole quale sia il nesso tra crisi, precipitazione delle condizioni sociali, repressione delle lotte e degli attivisti che le fanno.

Da quel maledetto 2011, l’anno della lettera di Draghi -Trichet, dell’imposizione del governo Monti da parte dell’Unione Europea e dell’avvio massiccio delle misure antipopolari in nome dell’austerità e del rigore di bilancio, è stato un crescendo proporzionale di misure repressive, arresti, denunce contro attivisti politici, sociali, sindacali nel paese. A farne le spese sono stati in molti casi gli attivisti del Movimento No Tav e i disoccupati napoletani, ma dentro questi numeri ci sono centinaia di sindacalisti, lavoratori, occupanti di case, studenti universitari.

 

Denunce Fogli di via Avvisi orali Obblighi dimora Obblighi firma Sorveglianza speciale Daspo
2011 1.190 26 1 13 8 166 7
2012 2.973 11 13 2 35
2013 2.957 58 3 23 54 2
2014 3.774 41 5 22 14 6
2015 3.406 106 7 14 18 31
2016* 1.136 69 6 7 21 12 **
2017* 176 74 5 7 4 ***
totale 15.612 385 35 86 147 221 7

 

**Nel 2016 ci sono stati 53 decreti di condanna penale con sanzioni economiche senza processo

*** Nel primo semestre del 2017 ci sono stati 46 decreti di condanna penale con sanzioni economiche senza processo

Gli arrestati durante manifestazioni, picchetti, iniziative di lotta

Arresti
2011 81
2012 204
2013 171
2014 134
2015 157
2016* 94*
2017 (giugno) 11*
totale 852

 

I dati relativi al 2016 e al primo semestre del 2017 sono ancora parziali

Fonte: Osservatorio contro la Repressione su dati del Ministero degli Interni per gli anni 2011-2015

 

I dati parlano e purtroppo parlano chiaro. Su questi temi, Eurostop avvierà dopo la discussione nell’assemblea del 1 luglio, una campagna in tutto il paese, coordinandosi con iniziative analoghe in corso e lavorando per una manifestazione popolare, democratica e di massa per l’abrogazione della Legge Minniti.

La repressione e lo Stato di polizia – o Stato d’eccezione permanente come è stato definito nella conferenza stampa – sono parte fisiologica del conflitto politico e sociale che ci attende. Il governo (ma anche certe forze dell’opposizione) vorrebbe sottrarre ogni responsabilità e funzione della politica e lasciare che il conflitto diventa meramente un problema tra legalità e illegalità, tra le regole e chi viola le regole. Disoccupazione di massa, emergenza abitativa, arbitrii padronali non sono più materia di confronto o soluzione, sono materia di ordine pubblico, anzi talvolta solo un problema di decoro, perché i poveri “devono imparare a stare al loro posto”.

Sergio Carraro

 

per gentile concessione di: contropiano.org

Rilessioni personali….Risarcimenti G8, altri 430 mila euro pagati dagli italiani per gli abusi in divisa!!


 

Triste ricordare certi avvenimenti, triste perché la violenza usata in quell’occasione dalle Forze dell’Ordine fu incredibile e inaudita, triste perché a farne le spese furono dei giovani ragazzi che nulla avevano a vedere con le violenze di quei giorni, triste perchè degli esseri umani (in divisa) si sono accaniti su altri esseri umani, triste perché atteggiamenti del genere censurano qualsiasi nostro diritto, dalla libertà personale a quello della nostra incolumità, triste perché coloro che si sono macchiati di gesti sanguinari come questo, tra un tira e molla sui cavilli legali, menzogne, insabbiamenti e quant’altro, non hanno subito condanne in linea con il loro comportamento, e infine triste perché ancor oggi, queste “bestie” in divisa sono al loro posto pur con altre mansioni.

“Siamo rivoluzionari. Il mio scopo non è trovare lavoro alla gente, non me ne importa nulla. Io voglio lottare con chi cerca un lavoro perché lo voglio spingere a capire che è possibile, con certi mezzi, obbligare lo Stato a fare un passo indietro e continuare nell’attacco fino alla sua distruzione totale” (cit.)

Nico (max weber)

Bolzaneto GE (G8 2001)

 

 

 

Continua a crescere il costo per tutti i cittadini italiani delle nefandezze compiute da alcune decine di poliziotti (molti mai identificati) e dai loro superiori durante il G8 di Genova del 2001.

In questi giorni altri sette manifestanti che all’epoca vennero selvaggiamente pestati nella scuola Diaz e poi rinchiusi per altre torture ella caserma di Bolzaneto hanno ottenuto dal giudice civile un risarcimento complessivo di 430 mila euro, soldi che vanno ad aggiungersi a quelli già pagati, seppur con un vergognoso ritardo, dai vari ministeri per le cosiddette provvisionali e a quelli già versati per le altre cause civili andate a sentenza.

Denaro pagato dai ministeri dell’Interno o della Giustizia – a seconda che le vittime siano passate dalla Diaz o da Bolzaneto o da entrambe – ovvero da tutti i cittadini italiani.

La Corte dei Conti ha già istruito i fascicoli per ottenere il risarcimento del danno erariale ma è difficile pensare che il costo milionario dei crimini di una banda di poliziotti violenti e falsificatori sarà mai ripagato interamente.

I sette manifestanti, due donne e cinque uomini, italiani e stranieri, erano assistititi dagli avvocati Dario Rossi e Gilberto Pagani. Tra di loro c’è chi è scappato dall’Italia per non dover mai più vedere una delle divise di quella notte, e cittadini inglesi che non metteranno mai più piede nel nostro paese per lo choc subito.

Il giudice Daniela Canepa ha recepito in sentenza le condanne della Cassazione che a loro volta avevano originato quelle dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’assenza del reato di tortura in Italia. Vuoto colmato pochi giorni fa tra mille polemiche per un testo ritenuto dai giuristi non conforme ai rigidi dettami internazionali. Basti dire che i pm e i giudici che trattarono le vicende del G8 hanno detto che con questa legge molti degli abusi del 2001 non rientrerebbero nella definizione di tortura riconosciuta invece dalla Cedu.

Scrive il giudice Canepa nella sentenza: “La parte civile ha con evidenza subito, quale conseguenza di tali delitti, un patimento da valutarsi compiutamente ed in modo unitario, in rapporto alla pacifica percezione che la stessa ebbe di un totale sovvertimento dei principi fondamentali democratici su cui si fonda la convivenza civile nel nostro Paese, nell’ambito di palesi e inaudite, carenze di prevenzione, controllo e tempestivo intervento da parte, a vari livelli, dei poteri dello Stato preposti al rispetto , comunque, della legalità e delle garanzie costituzionali, un patimento protrattosi nel tempo, peraltro, in ragione dei tempi necessari per addivenire ad un accertamento fattuale della verità”.

Più avanti si legge ancora la conclusione del giudice civile: “Considerata la gravità dei fatti accaduti, la lesione di diritti costituzionalmente garantiti, la gratuità dei gesti di violenza da parte di coloro che dovevano essere i tutori dell’ordine, la contemporanea perpetrata violenza su tanti soggetti inermi all’interno di un medesimo edificio, per cui il singolo assisteva anche agli atti di violenza che subivano tutte le persone che si trovavano all’interno della scuola si distinguono, peraltro, i danni conseguentemente subiti da ogni parte attrice sia perché hanno subito alcune anche lesioni fisiche e anche perché di diversa età anagrafica”.

 

Marco Preve per repubblica.it

 

 

Riflessioni personali……ma chi erano gli Hippie?


 

 

 

“Gli anni ’60 sono svaniti, la droga non potrà mai più essere così a buon mercato, il sesso mai così libero e il rock and roll mai così grande”

La cultura hippie coinvolse una serie di problemi sociali e credenze. Essi avevano respinto i valori della classe media, si opponevano ad armi nucleari e alla guerra del Vietnam e abbracciarono gli aspetti della filosofia orientale e cercarono di trovare un nuovo significato nella vita.

Gli Hippies erano spesso vegetariani e hanno creduto nelle eco pratiche rispettose per l’ambiente. Hanno sostenuto l’amore libero e la liberazione sessuale, in particolare per le donne. Essi hanno anche promosso l’uso di droghe psichedeliche perché credevano ampliasse la loro coscienza  .

Gli Hippies parteciparono nelle arti alternative e di teatro di strada e ascoltavano musica folk e rock psichedelico, si opponevano alla violenza politica e sociale per poi promuovere una ideologia leggera incentrata sulla pace, amore e libertà personale. Alcuni hippy vivevano in comuni o comunità di hippies, altri aggregati. Alcuni  hanno descritto il movimento hippy anni 1960 come un movimento religioso. Crearono la propria cultura fondata sulla rock psichedelico e sulla rivoluzione sessuale. Farmaci come la marijuana e LSD erano strettamente integrati nella loro cultura come mezzo per esplorare gli stati alterati di coscienza. Contrariamente a quanto molti credono, gli hippy tendevano ad evitare droghe più pesanti come l’eroina e le anfetamine, perché le consideravano nocive o droghe di dipendenza.

L’abbigliamento degli Hippie era molto particolare, essi credevano fosse parte integrante del loro stato d’essere, colori vivaci, i vestiti stracciati, t-shirt, perline, sandali (o piedi nudi), e gioielli, i quali servivano a differenziarli dal “dritti” o “quadrato” che erano i segmenti principali della società. La loro avversione al mercantilismo ha anche influenzato il loro modo di vestire. Gran parte del loro abbigliamento è stato spesso acquistato nei mercatini delle pulci o negozi di seconda mano.

Il simbolo della pace divenne il logo ufficiale hippie e il bus VW fu il mezzo ufficiale di trasporto di gruppo, guidavano spesso autobus VW dipinte con una grafica colorata. Le loro abitudini di viaggio zingaro come anche lo scopo molti autostop per andare e tornare da eventi hippie grandi.

 

 

Storia di hippies e il movimento contro-cultura

L’origine della parola “hippy” deriva da “vita bassa”, che è stato coniato da Harry Gibson nel 1940 in una canzone dal titolo “Harry l’Hipster” (come Harry riferiva a se stesso). Hipsters erano beatnik che si erano trasferiti nel Greenwich Village di New York City. Beatniks erano seguaci del movimento Beat Generation letteraria che attraverso i loro scritti, promosso anticonformisti atteggiamenti e ideali. La prima istanza chiaramente usato il termine “hippie” si è verificato il 5 settembre 1965 a l’articolo “A New Haven per Beatniks” dal giornalista di San Francisco Michael Fallon (che stava scrivendo per il caffè blu Unicorn).

Simili movimenti di contro-cultura era avvenuto in Germania tra il 1896 e il 1908.Conosciuto come Wandervogel (che si traduce approssimativamente “uccelli migratori”), il movimento giovanile sorto come reazione controculturale per l’urbanizzazione che stava avvenendo in Germania al momento. Wandervogel giovani contro i valori tradizionali tedeschi e forme di intrattenimento e invece sottolineato musica amatoriale e il canto, abito creativo, e le uscite comuni che coinvolgono trekking e campeggio, era un ritorno alla generazione della terra che desiderava una vita immersa nella natura, semplice, e di rado, cantando canzoni spirituali dei loro antenati.

Negli anni successivi, i tedeschi di Wandervogel emigrano negli Stati Uniti, dove aprirono nella West Coastmolti negozi di alimenti naturali. Molti si trasferirono nel sud della California. Nel corso del tempo altri americani adottarono le credenze e le pratiche dei giovani Wandervogel. Il cantante Eden Ahbez scrisse una canzone di successo chiamata Nature Boy ispirata ai seguaci di Wandervogel, Robert Bootzin. La canzone popolare ha aiutato la coscienza di salute, yoga, e gli alimenti biologici in tutti gli Stati Uniti.

 

 

Woodstock : si conclude l’era hippie

Il divario che esisteva tra gli hippies e la società tradizionale era molto ampliato. Nell’agosto del 1969, 500.000 persone parteciparono alla Woodstock Music e Art Fair a Bethel, New York. All’evento parteciparono Joan Baez, Janis Joplin, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Crosby, Stills, Nash and Young, Carlos Santana, The Who, Jefferson Airplane, e Jimi Hendrix. Il Wavy Gravy Hog Farm garanti la sicurezza per quello che è stato un evento storico e per lo più pacifico.

Nello stesso mese, Sharon Tate (e il suo bambino non ancora nato) e Leno e Rosemary LeBianca sono stati assassinati da Charles Manson, un ex residente di Haight-Ashbury, ed i suoi “seguaci”, che il pubblico identificato come hippies droga impazziti.

Nel dicembre del 1969, 300.000 persone hanno assistito al concerto gratuito di Altamont, dove i Rolling Stones, Crosby Stills Nash & Young, Jefferson Airplane. Gli Hells Angels fornirono la sicurezza per l’evento, la diciottenne afro-americana Meredith Hunter fu accoltellata e uccisa durante l’esecuzione dei Rolling Stones.

Nel 1970, il movimento hippie cominciò a diminuire. Gli eventi del gratuita Alatamont concerto scioccato molte persone tra cui alcuni che avevano sostenuto il movimento hippie. Diversi hippie mega-stelle, tra cui Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, un’overdose di droga. Gli omicidi Manson Charles contribuito anche l’odio pubblico degli hippies. Presto, hippy venivano aggrediti per strada da skinhead, punk, atleti, ingrassatori, e membri di sottoculture giovanili.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’impatto del movimento hippie

L’impatto, buono e cattivo, del movimento hippie del 1960 non può essere negato. Il movimento influenzato la musica popolare, la televisione, il cinema, la letteratura e le arti. L’industria musicale, in particolare il segmento musica rock, vissuto un’esplosione di vendite che ha continuato fino ad oggi. Negli anni successivi, le coppie di fatto non si sentiva più perseguitata per vivere insieme. La franchezza in merito alle questioni sessuali era comune. Diversità religiosa e culturale ha guadagnato una maggiore accettazione. Anche la moda ha risentito come la popolarità della cravatta e abbigliamento altri affari è diminuito ed è stato sostituito da più norme di abbigliamento casual.

Alcune modifiche non erano così positivi però. Alcuni sostengono che il movimento ha inaugurato in corso di stampa più liberale e film che ha portato ad un degrado dei nostri valori culturali e l’etica. Mode giovanili sempre più bizzarro, e sessuale, nel tentativo di ribellarsi contro i valori tradizionali. Alcuni sostengono che l’abbraccio di spontaneità e di culto del “primitivo” ci hanno rivolto inconsapevolezza e la violenza.

 

Tratto da: giovaniselvaggelibere.wordpress.com

 

 

 

Riflessioni Politiche….cosa significa avere SOVRANITA’?


 

Quello della sovranità è un concetto fondamentale di cui dobbiamo riappropriarci!

Manifestazione anti-Imperialista

 

“Di quale sovranità parli? Credi nella possibilità di costruire una sovranità popolare e progressista, in opposizione alla sovranità come concepita dalle élite capitaliste e nazionaliste?

La sovranità di cosa? Ecco la questione. Siamo stati abituati dalla storia a conoscere ciò che è stata chiamata sovranità nazionale, quella messa in atto da parte delle borghesie dei Paesi capitalisti, da parte delle classi dirigenti per legittimare il loro sfruttamento, in primo luogo dei propri lavoratori, ma anche per rafforzare la loro posizione nella concorrenza con gli altri nazionalismi imperialisti.

È il nazionalismo borghese. I Paesi della triade imperialista non hanno mai conosciuto fino ad oggi un nazionalismo diverso, soltanto quest’ultimo.

Invece nelle periferie abbiamo conosciuto altri nazionalismi, che avanzano con la volontà di affermare una sovranità antimperialista, operante contro la logica della globalizzazione imperialista del momento.

La confusione tra questi due concetti di “nazionalismo” è molto forte in Europa. Perché? Ebbene, per ragioni storiche ovvie. I nazionalismi imperialisti sono stati all’origine delle due guerre mondiali, fonti di devastazioni senza precedenti. Si capisce come questi nazionalismi siano considerati nauseabondi.

Dopo la guerra, la costruzione europea ha lasciato credere che ci si sarebbe potuti permettere di superare questo genere di rivalità, predisponendo un potere sovra nazionale europeo, democratico e progressista. I popoli hanno creduto a tutto ciò, cosa che spiega come la popolarità del progetto europeo continui a tenere nonostante tutte le sue devastazioni. Come in Grecia ad esempio, dove gli elettori si sono pronunciati contro l’austerità, ma allo stesso tempo hanno conservato la loro illusione di un’altra Europa possibile.

Samir Amin, economista di origine egiziana

 

 

 

Parliamo di un’altra sovranità. Una sovranità popolare, per opposizione alla sovranità nazionalistica borghese delle classi dirigenti. Una sovranità concepita come veicolo di liberazione, che fa arretrare la globalizzazione imperialista contemporanea. Un nazionalismo antimperialista dunque, che nulla ha a che vedere con il discorso demagogico di un nazionalismo locale che accetterebbe di iscrivere le prospettive del Paese interessato nella globalizzazione in atto e che considera il vicino più debole come suo nemico.

Come si costruisce dunque un progetto di sovranità popolare?
Questo dibattito lo abbiamo già condotto diverse volte. Un dibattito difficile e complesso tenuto conto della varietà delle situazioni concrete. Credo con buoni risultati, in particolare nelle nostre discussioni organizzate in Cina, in Russia, in America Latina (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile). Altri dibattiti sono stati più difficili, in particolare quelli organizzati nei Paesi più fragili.
La sovranità popolare non è semplice da immaginare, perché è attraversata da contraddizioni.

La sovranità popolare si dà l’obiettivo del trasferimento del massimo dei poteri reali alle classi popolari. Questi possono essere colti a livello locale, ed entrare in conflitto con la necessità di una strategia a livello dello Stato. Perché parlare di Stato? Perché piaccia o no, si continuerà ancora a vivere del tempo con gli Stati. E lo Stato resta il luogo principale di una decisione che pesa. Ecco lo sfondo del dibattito.

Ad uno degli estremi del dibattito abbiamo i libertari, che dicono che lo Stato è il nemico che occorre a tutti i costi combattere, che bisogna dunque agire al di fuori della sua sfera d’influenza; all’altro polo abbiamo le esperienze nazionali popolari, in particolare quelle della prima ondata di risveglio dei Paesi del sud, con i nazionalismi antimperialisti di Nasser, Lumumba, Modibo, ecc. Questi leader hanno esercitato una vera tutela sui loro popoli e pensato che il cambiamento potesse venire soltanto dall’alto. Queste due correnti devono dialogare, comprendersi per costruire strategie popolari che permettano autentici progressi.

Cosa possiamo imparare da quelli che sono più avanti? Come in Cina o in America latina? Quali sono i margini che queste esperienze hanno saputo mettere a profitto? Quali sono le forze sociali che sono o potrebbero essere favorevoli a queste strategie? Con quali mezzi politici possiamo sperare di mobilitare le loro capacità? Ecco le riflessioni fondamentali su cui noi, i movimenti sociali, i movimenti della sinistra radicale, i militanti antimperialisti e anticapitalisti, dobbiamo lavorare e alle quali occorre rispondere per costruire la nostra sovranità, popolare, progressista e internazionalista.”

Da: L’affermazione della sovranità nazionale popolare di fronte all’offensiva del capitale, intervista con Samir Amin di Raffaele Morgantini.

Tratto da: Bye Bye Uncle Sam