Letteratura Moderna……Carl Gustav Jung


 

Jacques-Louis David -morte di Socrate- olio su tela

 

da: Anima e Morte.

 

Più di una volta mi è stato chiesto che cosa io pensi della morte, di questa non dubbia fine della singola esistenza umana. (…)
Rispetto alla morte la vita ci appare come un fluire, come il cammino di un orologio caricato, il cui arresto finale è evidente. Non siamo mai tanto convinti del “fluire” della vita come quando una vita umana giunge al suo termine dinanzi ai nostri occhi; e mai si impone in modo più stringente e penoso il problema del significato e del valore della vita come quando assistiamo all’ultimo respiro che abbandona un corpo vivo sino a un attimo prima. (…)
Siamo invece a tal punto convinti che la morte sia soltanto la fine di un fluire, che di solito non ci accade di concepire la morte come uno scopo o un compimento, come si fa per le mete e i progetti di una vita giovanile, in fase ascendente.
La vita è un fluire di energia. Ma ogni processo energetico è irreversibile per principio e quindi diretto in modo univoco verso una meta: e tale meta è uno stato di riposo. (…)
Anzi la vita è quanto vi è di più teleologico; Essa è di per se tendenza a un fine; e il corpo vivente è un sistema di finalismi che tendono alla propria realizzazione.
La fine di ogni fluire è una meta. (…)

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Ardore giovanile rivolto al mondo e alla vita e al compimento di tese speranze e di mete lontane, questo è l’esplicito finalismo della vita, che si tramuta in angoscia, in resistenze nevrotiche, in depressioni e fobie ogniqualvolta essa rimanga in qualche modo fissata al passato o indietreggi di fronte a quei rischi senza i quali le mete prefissate non possono essere raggiunte.
Pervenuto alla maturità e al vertice della vita biologica, che coincide all’incirca con la metà della sua durata, il finalismo della vita non viene meno per questo.
Con la stessa intensità e irresistibilità con cui esso tirava in salita nella prima metà , ORA ESSO TRASCINA IN DISCESA, ché il traguardo non sta nel vertice, ma nella valle dove era iniziata l’ascesa.
La curva della vita psicologica non vuole tuttavia adattarsi a questa legge naturale.
Le discordanze possono cominciare ben presto, anche durante l’ascesa.
Uno rimane indietro rispetto ai propri anni, conserva la propria infanzia, come se non potesse staccarsi dal suolo; trattiene la lancetta e immagina che con ciò il tempo si arresti. E se alla fine è giunto con qualche ritardo alla cima, torna a fermarsi anche lì, psicologicamente; e quantunque sia evidente che sta già scivolando dall’altra parte , si aggrappa – non fosse altro con lo sguardo che persiste a volgersi indietro- all’altezza già raggiunta. Come la paura lo tratteneva prima di fronte alla vita, così essa lo trattiene ora di fronte alla morte.

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Inoltre, essendosi attardato in salita per paura della vita, pretenderebbe ora di trattenersi sulla cima raggiunta per indennizzarsi del ritardo. Si è reso conto che la vita, nonostante tutte le resistenze l’ha spuntata su di lui, ma ciò nonostante tenta ancora di fermarla. Con ciò la psicologia di quest’uomo perde il suo terreno naturale: la sua coscienza rimane sospesa nell’aria, mentre sotto di lui la parabola scende con moto accelerato. IL TERRENO DA CUI TRAE NUTRIMENTO L’ANIMA È LA VITA NATURALE.
Chi non la segue rimane disseccato e campato in aria. Perciò molti uomini si inaridiscono con l’età: si volgono indietro con una segreta paura della morte nel cuore. Si sottraggono, almeno psicologicamente, al processo vitale; (…).
Nella seconda metà dell’esistenza rimane vivo soltanto chi, con la vita, vuole morire.
Perché ciò che accade nell’ora segreta del mezzogiorno della vita è l’inversione della parabola, è la Nascita della morte.

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La vita dopo quell’ora non significa più ascesa, sviluppo, aumento, esaltazione vitale, ma morte, dato che il suo scopo è la fine. “Disconoscere la propria età ” significa “Ribellarsi alla propria fine”.
Entrambi sono un “Non voler vivere” ; giacché “Non voler morire” sono la stessa cosa.
Divenire e passare appartengono alla medesima curva.
La coscienza fa quel può per non accogliere questa verità pur incontestabile. In genere si resta attaccati al proprio passato, fermi nell’illusione di restare giovani. Essere vecchi è estremamente impopolare.
Non ci si rende conto che il ” non poter invecchiare” è cosa da deficienti, come lo è il non poter uscire dall’infanzia . (…)
L’attuale durata media della vita relativamente più lunga di prima, come è stato provato statisticamente, è un prodotto della civiltà. I primitivi raggiungono un’età avanzata solo eccezionalmente. (…)

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È come se la nostra coscienza si fosse un poco spostata , sdrucciolando dalla propria base, e non riuscisse più a ritrovarsi completamente col tempo naturale. E pare quasi che la coscienza, per una sua alienazione, ci tragga in inganno, facendoci apparire i tempo della vita come pura illusione che può essere mutata a volontà. ( Rimane da chiedersi donde tragga la coscienza propriamente la sua capacità di essere contro natura, e che cosa significhi quel suo arbitrio.)
Così come la traiettoria di un proiettile termina al bersaglio, la vita termina nella morte, che è quindi il bersaglio, lo scopo di tutta la vita. (…)
La nascita dell’uomo è densa di significato, e perché non dovrebbe esserlo la morte? L’uomo giovane viene preparato per vent’anni e più al pieno sviluppo della sua esistenza individuale; e perché non dovrebbe per vent’anni e più preparare la sua fine? (…)
Ma che cosa si ottiene con la morte? (…)
Pare dunque che risponda meglio all’anima collettiva dell’umanità considerare la morte come un compimento del significato della vita e come scopo specifico di essa, che non come una mera cessazione priva di significato. Chi dunque si associa all’opinione illuministica rimane psicologicamente isolato e in contrasto con quella realtà umana universale a cui appartiene egli stesso. (…)

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Giacché – illuminismo o no, coscienza o no – la natura si prepara alla morte. (…)
Col passare degli anni, i pensieri della morte si fanno straordinariamente più frequenti. Lo voglio o no, l’uomo che invecchia si prepara alla morte.
Penso proprio che la natura stessa provveda a una preparazione in vista della fine.
Di fronte a ciò è indifferente, da un punto di vista obbiettivo, quel che pensi sull’argomento la coscienza individuale; ma soggettivamente fa una gran differenza se la coscienza vada di pari passo con l’anima oppure si abbarbichi a pensieri che il cuore ignora, giacché il non prendere posizione di fronte alla morte come scopo è nevrotico quanto il reprimere durante la giovinezza le fantasie rivolte all’avvenire.
Nella mia non breve esperienza psicologica io ho fatto una lunga serie di osservazioni su persone di cui ho potuto seguire l’attività psichica inconscia fino all’immediata prossimità della morte. In genere la fine vicina veniva indicata con i simboli con cui anche nella vita normale si allude a mutamenti di stato psicologico: Simboli di rinascita, mutamenti di luogo, viaggi e simili.

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Parecchie volte ho potuto seguire, in lunghe serie di sogni, per più di un anno, gli accenni alla morte prossima: e ciò anche quando la situazione esteriore non giustificava pensieri di tal genere. Il morire comincia dunque assai prima della morte effettiva.
Ciò si rivela del resto, anche più sovente, con un tipico mutamento di carattere, che può precedere di molto la morte. La morte dovrebbe quindi essere un qualche cosa di relativamente inessenziale, oppure la nostra anima non si cura affatto di quel che accade all’individuo. Pare invece che l’inconscio si preoccupi assai più del MODO come si muore: E CIOÈ SE L’ATTEGGIAMENTO DELLA COSCIENZA CORRISPONDA O NO AL MORIRE.”

 

(Carl Gustav Jung)

Cecilia Meireles


 

Cecília Meireles (Rio de Janeiro 1901-1964), una della più grandi voci poetiche della lingua portoghese, brasiliana dalle ascendenze portoghesi e azzorriane, ebbe un’infanzia precocemente segnata dalle perdite: all’età di tre anni era l’unica sopravvissuta tra madre, padre e tre fratelli. Fu cresciuta dalla nonna materna, figura leggendaria nel suo immaginario poetico, e si abituò sin dall’infanzia all’esercizio della solitudine. Questa infanzia di orfana diede alla poetessa, secondo quello che lei stessa più volte affermò, due cose che sembrano negative ma che per lei furono sempre positive: il silenzio e la solitudine. In questo clima si sviluppò tutta la sua arte.

Elementi della sua poesia sono il mare, declinato in tutte le sue versioni, il tempo, nel suo disfarsi, e la solitudine, sotto forma di assenza.
La sua poesia risulta delicatamente femminile e audacemente intellettuale.
Aderì, in forma indipendente e personalissima, all’ala spiritualista del Modernismo brasiliano, risentendo sempre molto l’influenza del pensiero orientale, veicolato dalla lettura di Tagore.
La sua poetica fu sempre di unione, sia dal punto di vista dell’eterogeneità delle influenze e dell’indipendenza da scuole, che da quello contenutistico. Creò ponti e stabilì legami, tra uomo e uomo, tra uomo e mondo, con la complicità di un’atmosfera inconfondibile, spesso piena di tristezza e saudade.
Dal punto di vista formale la sua poesia, fortemente musicale, si caratterizza per ricchezza di ritmo e di lessico e per la felice modulazione di metri brevi, a cui spesso dà preferenza.

 

saudade1

 

 

 

 

SAUDADE

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La natura della saudade è ambigua: associa sentimenti di solitudine e tristezza, – ma, illuminata dalla memoria, guadagna contorno e espressione di felicità. Quando Garrett l’ha definita come “delicioso pungir de acerbo espinho”, stava realizzando la fusione di questi due aspetti opposti nella formula felice di un verso romantico.
In generale, si vede nella saudade il sentimento di separazione e distanza da quello che si ama e non si ha. Ma tutti gli istanti della nostra vita non vanno ad essere perdita, separazione, distanza? Il nostro presente, appena raggiunge il futuro subito lo trasforma in passato. La vita è un costante perdere. La vita è perciò, una costante saudade.
C’è una saudade risentita. Quella che desidererebbe trattenere, fissare, possedere. C’è una saudade saggia, che lascia le cose passare, come se non passassero. Liberandole dal tempo, salvando la loro essenza di eternità. E’ l’unica maniera, del resto, di dare loro permanenza: renderle immortali nell’amore. Il vero amore è, paradossalmente, una saudade costante, senza nessun egoismo.

 

Cecilia Meireles

Arthur Schopenhauer … la saggezza del Vivere!


 

immagine presa dal web
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DAL NOSTRO COMPORTAMENTO VERSO GLI ALTRI

 

“E’ stupefacente constatare con quanta facilità e rapidità, nella conversazione si rivelino l’omogeneità e l’eterogeneità dell’intelligenza e del carattere; ciò si avverte in ogni inezia. Anche se la conversazione riguarda le cose più impersonali e indifferenti, tra individui essenzialmente eterogenei pressoché ogni frase dell’uno spiacerà più o meno all’altro, qualcuna anzi lo irriterà. Invece gli individui omogenei sentono subito e in tutto una certa sintonia che, nel caso di una superiore omogeneità, ben presto confluisce in una perfetta armonia, arrivando addirittura all’unisono.
Con ciò si spiega, in primo luogo, perché la gente del tutto ordinaria sia tanto socievole e trovi dovunque così facilmente un’ottima compagnia: gente brava, buona, intelligente. Con le persone fuori dall’ordinario, accade l’inverso, tanto quanto più è spiccata la loro distinzione, sicché nel loro isolamento a volte essi possono davvero essere contenti di scoprire in un altro, la fibra a loro omogenea per quanto piccola sia! Ognuno, infatti, può essere per l’altro solo tanto quanto l’altro è per lui.

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Gli spiriti veramente grandi, come le aquile, hanno i nidi solo nelle vette deserte.
In secondo luogo, da ciò risulta comprensibile come gli uomini spiritualmente affini si trovino così rapidamente come se fossero attratti tra di loro da un magnete, le anime simili si riconoscono da lontano.
Certo si avrà occasione di osservare quanto assai più spesso, tra gente che ha in comune la meschinità o che è scarsamente dotata; ma solo perché di gente simile ce n’è a legioni, mentre le nature superiori, eccellenti, sono per definizione gente rara.
Quindi in una grande associazione, costituita per fini pratici, due furfanti matricolati si riconoscono così prontamente come se inalberassero un’insegna, e quanto prima faranno lega per progettar frodi e tradimenti.

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Analogamente, se immaginiamo per assurdo una grande comunità di persone, tutte molto sagge e intelligenti, con l’eccezione di due imbecilli, presenti nel gruppo, questi si sentiranno simpaticamente attratti l’uno dall’altro e ben presto ciascuno dei due si rallegrerà dentro di sé di aver incontrato almeno una persona ragionevole. E’ davvero sorprendente constatare come due individui, in specie quando si tratta di gente moralmente e intellettualmente arretrata. si riconoscano a prima vista, cerchino in tutti i modi di far conoscenza, e tutti giulivi si salutino amichevolmente come fossero vecchi conoscenti; tutto questo è così stupefacente che si è tentati di credere, secondo la dottrina buddista della metempsicosi, che quei due siano stati amici in una vita precedente”.

 

Arthur Schopenhauer

 

Ottiero Ottieri


 

Seppur in modo marginale lo scritto di oggi può essere collegato a quello dell’altro ieri di Goffredo Parise, non a caso Ottieri insieme a Calvino e Vittorini furono gli scrittori che meglio interpretarono quel filone di letteratura industriale o post moderna che prese forma con racconti dagli esiti sempre inattesi e mai scontati, un descrizione della quotidianità che da li a poco sarebbe cambiata con la trasformazione industriale di quell’Italia agricola oramai lanciata nello sviluppo industriale in tutti i settori, trasformazione che segue il realismo di Verga e della Serao di fine ottocento e la lettaratura post moderna o meglio conosciuta come modernismo del primo dopoguerra dei vari Pirandello, Borges o Nabokov.

Nico (max weber)

immagine presa dal web
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La mente deve essere occupata
dal dubbio
Dal dubbio deve essere
occupata la mente
Altrimenti che pensa la mente ?
Che fa la mente imperplessa ?
Vacua di desideri anfibi vaga
nella felicità pericolosa e dimenticata,
nella agognata ma assurda
giornata serena
spencolata nell’intenzione
bramata, obliata. Eppure la mente
conosce la soddisfazione
di se stessa.
E’ una messa che consiste
nella contentezza costante
e molta
e continua, di sera, di mattina,
al risveglio e alle cinque.
Ingenua è la mente,
lieta sarebbe di natura sua
se la sorte fosse propizia,
se esistesse una zia
blanda, stanca, o una vera
conquista. Ha bisogno la mente
di godere costantemente
di afferrare sicuramente
e sempre, narcisistica mente
desiderosa di acuzie
ma più di blandizie.
Trepida mammola in attesa.

 

Ottiero Ottieri