Fernando Pessoa


 

« Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia,
non c’è niente di più semplice.
Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte.
Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei. »  (F. Pessoa)

 

Stele dedicata a Fernando Pessoa -Lisbona- (foto personale, agosto 2017)

 

 

 

 

 

 

« Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente. »

 

 

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06 Agosto 1945….l’Uomo carnefice per altri Uomini.


 

Molto significativa è la testimonianza del poeta turco Nazim Hikmet, autore di una toccante poesia nella quale dà spazio alla voce straziante di una bambina rimasta vittima durante il lancio della bomba atomica su Hiroshima. Per non dimenticare che esportare Democrazia non significa massacrare centinaia di migliaia di vite umane, ma togliere loro la sofferenza della fame.

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La Bambina di Hiroshima


“Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede 
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.

Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.

Ne avevo sette, allora: 

anche adesso ne ho sette perché i bambini morti non 
diventano grandi.

Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.

Un pugno di cenere, quella sono io
poi il vento ha disperso anche la cenere.

Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.

Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.” 

Nazim Hikmet


 

Alejo Urdaneta


 

CARACAS – Il Centro Culturale Tina Modotti è oggi una delle realtà più interessanti, in Sud America, fra le tante che si occupano di cultura e che, soprattutto, hanno un riferimento più o meno diretto con l’Italia. Il Centro nasce su iniziativa di Antonio Nazzaro, poliedrica figura di intellettuale, da quasi vent’anni trasferitori nei paesi del Sud America e dell’America Centrale, dove, fra Messico e Venezuela, ha dato vita a numerosissime iniziative diventando un punto di riferimento per chi ama la poesia. (Monica Vistali)

 

Francesco Toraldo -Audi Cup – (olio su tela)  C.P.

 

 

Mi penetri come ago addolcito di miele…

 

Tu dici:

“Mi penetri come ago addolcito di miele

Entri senza cautela con delirio”

E rispondo:

“Ero assetato delle tue acque, dei tuoi umori

ansioso di trovare la cadenza della tua riva

Raggiungere il porto ed entrare nella quieta darsena

impregnarti di catrame, nave impaziente

e lasciarti il gemito che non cessa”

 

tacendo ascolto il mare del tuo rumore, quando dici:

“Sentirai il polso della sabbia

vibrante pelle dorata, sfuggente forma bianca

Percepirai l’eco che lasci come onda

tra i sentieri segreti della mia spiaggia

 

Gli spasmi attrarranno la tua forza

E sarò prigione del veliero che arriva

Sarai schiavo del mio aroma

in umido baule di dolci lucentezze

e mi berrò il tuo muschio profumato

di fertile erba

 

Perditi nelle mie viscere e non ti trattenga

lo straripare dei colori

che è dipingere una tela di aurore

Il fiume che mi offri

cresce e cresce senza soffocamento

e orna di una dolce ambra

il cespuglio aperto del mio spazio”

E dopo un lungo silenzio,

ascolterai dalla mia ansietà:

“Rinasci al mio arrivo

col tremore della marea che ti sommerge.

So continua, ciclo che si ripete

tempo di schiuma viaggiatrice verso il sole

 

Nient’altro

Mi avvicino al tuo centro

di geometrica armonia

e spruzzo col mio impeto

i petali granulosi della tua profonda dimora.”

Sazietà:

Troveranno la medaglia di bianco fuoco

Intrisa della linfa marina

che un vascello fantasma abbandonò

Alejo Urdaneta

 

Dices tú:
“Me penetras como aguja
dulcificada de mieles
Entras sin recato
con delirio”

Y respondo:
“Estaba sediento de tus aguas, tus humores
ansioso de hallar la cadencia de tu ribera
Alcanzar el puerto y entrar en la quieta dársena
Impregnarte de brea, buque impaciente
y dejarte el quejido que no cesa”

al callar escucho el mar de tu rumor, cuando dices:
“Sentirás el pulso de la arena
vibrante piel dorada, huidiza forma blanca
Percibirás el eco que dejas como ola
entre las sendas secretas de mi playa
Los espasmos atraerán tu fuerza
Y seré prisión del velero que llega
Serás esclavo de mi aroma
en húmedo cofre de dulces brillos
y yo beberé tu almizcle perfumado
de fértil yerba
Perderte en mi entraña no te ata
desbordarse de colores
es pintar un lienzo de auroras
El río que me brindas
crece y crece sin ahogo
y adorna de dulce ámbar
el almiar abierto de mi espacio”.

Y después de un largo silencio,
escucharás de mi ansiedad:
“¡Renace en mi llegada
con el temblor de la marea que te cubre
Sé continua, ciclo repetido
tiempo de espuma viajera hacia el sol
Me acerco a tu centro
de geométrica armonía
y salpico con mi embate
los pétalos granulosos
de tu profunda morada”.

Saciedad:
Hallarán la medalla de blanca lumbre
Impregnada de la savia marina
que un bajel fantasma abandonó.
Nada más.

 

 

 

Vladimir Majakovskij


 

Vladimir Majakovskij con Lili Brik a Yalta nel 1926

 

 

 

La nostra marcia

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.

 

Vladimir Majakovskij