Poeti appartati……Franco Matacotta.


 

Dedica:

In omaggio a mio zio (scomparso ieri) che conobbe Franco e con lui partecipò alla Resistenza nel suo territorio insieme ad altri amici, tra questi:  Bernardi, Mori, Ricci e Vannicola. Ciao Partigiano!

 

Sibilla Aleramo, dopo la morte del poeta Dino Campana (avvenuta nel 1932) con cui ebbe una travolgente ma travagliata storia d’amore, oramai sessantenne, conobbe Franco Matacotta. Con questa nuova fiamma ebbe una relazione non semplice che durò un decennio, dal 1936 al 1946.

Targa commemorativa
Targa commemorativa

 

In Italia, gli anni che seguirono la fine della seconda guerra, vennero caratterizzati dall’entusiasmo per il rovesciamento della dittatura e il ritorno alla libertà per la fiducia nel rinnovamento del paese. Questo clima si riflesse anche nella letteratura attraverso l’insofferenza verso la produzione che aveva caratterizzato i decenni precedenti, e in particolare l’ermetismo e il decadentismo, di cui vengono stigmatizzati il culto della forma, la concezione aristocratica dell’arte, il lirismo evasivo. (cit.)

Franco Matacotta nacque a Fermo nel 1916, è stato un poeta, giornalista ed anche insegnante, e come abbiamo detto prima, viene ricordato a torto per la sua relazione sentimentale con la scrittrice Sibilla Aleramo. Matacotta è stato invece tra i più importanti poeti del novecento secondo poeti, critici e storici della letteratura come Francesco Flora, Giacomo Debenedetti, Carlo Bo, Giuliano Manacorda, Alfredo Luzi, Franco Fortini e Antonio Porta.

Egli, dopo l’infanzia e l’adolescenza trascorse a Fermo, si trasferì a Roma per frequentare l’università, qui iniziò le pubblicazioni di alcune poesie con lo pseudonimo di Francesco Monterosso, poi il 20 dicembre del 1941 pubblica i Poemetti col suo vero nome nelle edizioni di “Prospettive” dirette da Curzio Malaparte il cui vero nome era Kurt Erich Suckert.

Ed è nel gennaio del 1936 che inizia la corrispondenza con Sibilla Aleramo, insieme intrecciano una relazione amorosa difficile e complessa che durerà sino al marzo 1946. Grazie a questo rapporto, Matacotta potè consultare numerose carte di Dino Campana custodite dall’Aleramo, di cui era stata amante dall’agosto al dicembre del 1916, e pubblica nel 1949 il cosiddetto “Taccuino Matacotta”, in cui riunisce alcuni testi inediti del poeta dei Canti Orfici.

Nel 1939 si laurea con una tesi dal titolo “Giuseppe Ungaretti o della parola come mito”; due anni più tardi, nel 1941 parte per la seconda guerra mondiale ed è di stanza in Sardegna; più tardi si unirà ai partigiani. Finita la guerra, collabora con Il Mattino e Paese Sera.

L’opera che viene considerata il suo capolavoro è però in prosa, si tratta de La lepre bianca, che esce a Roma nel 1946 e si ispira ad una antica storia del Giappone, scritta nel 712 d.c. Il giorno successivo all’otto settembre 1943, accompagnato dai suoi amici Vasco Pratolini ed Emilio Vedova, prese contatto con Carlo Lizzani, che militava nel partito comunista italiano clandestino, dichiarandosi disponibile a partecipare ad azioni armate contro i nazifascisti. In quei mesi si nascose nella soffitta di Sibilla Aleramo, in via Margutta. In seguitò rientrò a Fermo, e di lì si spostò a Monte San Giusto, vicino Macerata, ed è in questo periodo che nacque la raccolta Fisarmonica rossa, uno fra i primi volumi di poesia neorealista dedicati all’epopea resistenziale. Nell’ottobre 1945 Matacotta si iscrisse al Pci, con una decisione condivisa poco più tardi (3 gennaio 1946) anche da Sibilla Aleramo. Tra il 1944 e il 1945 collabora alla rivista Mercurio, diretta da Alba de Cespedes, dove pubblicò oltre ad alcuni dei testi di Fisarmonica rossa anche la traduzione degli scritti del più grande poeta russo dopo Puskin, Aleksander Aleksandrovic Blok, fece questo in collaborazione con Olga Resgnevic Signorelli.

Nell’autunno 1959 Matacotta, che aveva fino ad allora insegnato presso il Montani di Fermo decide improvvisamente di abbandonare la moglie e i figli e di trasferirsi nella Milano capitale morale e crogiolo di attività editoriali e culturali, descritta con graffiante e dolorante ironia da Luciano Bianciardi nell’indimenticabile L’integrazione (che esce, non a caso, nel 1960). A Milano Matacotta sbattè la faccia nel muro. Il periodo milanese segnerà una cesura nel suo percorso di vita e nella sua evoluzione culturale, come in singolari analogie con fallimenti analoghi di altri artisti come già ricordato dalla dolorante testimonianza di Luciano Bianciardi. C’è anche una poesia di Luigi di Ruscio che racconta la sua esperienza di venditore di libri a domicilio, quando, suonando i campanelli e salendo le altrui scale suonò anche il campanello di Franco Fortini con il quale ragionò di poesia.

Oltre ai più famosi Levi, Pratolini o Silone, altri poeti appartati insieme a Matacotta (Velso Mucci, Rocco Scotellaro, Francesco Jovine e Giuseppe Dessì per citarne alcuni) saranno principali testimoni di quel Neorealismo che unirà nella scrittura, tensione etica e ironia del costume.

Franco Matacotta morì a Genova il primo Maggio del 1978, proprio nel mezzo delle rivendicazioni sociali da parte di quella società nata dalla rivoluzione culturale degli anni sessanta.

 

Sibilla Aleramo (Rina Faccio)
Sibilla Aleramo (Rina Faccio)

 

 

da: Canzoniere d’amore”  (1977)

.
Salendo in treno hai detto

un bigliettino scrivimi perché

ho bisogno della tua parola. Ma

la parola, tu la sai, é una sola

“amore” sussurrata nella gola.

Allacciata, e penetrata da me,

mi sento, dici, tutta viva di te,

e io scappo dal dolce morso perché

potrei, per troppa gioia, morire.

I ciottoli di sole cadono con rumore di luce

vibrazioni dell’etere, vite forme lampi ombre

e parole non conosciute, di mondi

abitati dall’essere tutto mondo e vita.

I rapporti urti e accordi

che formano i colori

sono me

sono un frammento di sole in me, sono

battiti di stellato.

 

Franco Matacotta

.
“informazioni tratte da alcuni siti web e adattate liberamente da Nico (max weber)”

I Poeti appartati……Luigi di Ruscio.


 

A volte facciamo degli incontri per puro caso, incontri che si trasformano poi in amicizia per i tanti punti in comune con l’altra persona, tra queste una in particolare mi diede l’occasione di conoscere il nipote di una persona speciale che appariva “strana” al primo impatto per la tantissima sensibilità espressa rispetto alle persone cosiddette normali, la persona speciale era Luigi di Ruscio, un uomo che studiò da autodidatta e che emigrò in Norvegia per lavoro, qui si sposo con una ragazza del posto e lavorò per tanti anni in una fabbrica metalmeccanica, ma era tanta la sua passione per la poesia che nonostante le molte ore di lavoro, trovò sempre il tempo di scrivere e descrivere la quotidiana realtà della vita, trasformandola in magnifici versi poetici.

Luigi di Ruscio, parlava cosi della sua poesia: “Il fascino della poesia sta proprio nel fatto che i grandi problemi dell’umanità si concentrano in essa. La poesia sembra strutturarsi a immagine dell’universo, il «big-bang» è l’immagine che abbiamo dell’universo. La poesia si dilata nel senso della dilatazione dei significati. La dialettica nel senso che nulla nella poesia deve essere immobile, ma continuamente contraddirsi. La poesia come lo specchio di un’epoca e come la contraddizione di un’epoca”.

L’intelligenza di Di Ruscio è stata quella di aver intuito che tutto questo verseggiare della o sulla poesia, non ha quasi nulla a che fare con “la poesia“, intesa per così dire, fenomenologicamente come “essenza” – e pertanto non soltanto un evento che si esprime nelle parole, ma in tutte le arti. La poesia infatti non sta nella forma, ma nel contenuto.  La sua essenza è il contenuto e le parole sono soltanto un modo di veicolarla, uno fra tanti.  Di Ruscio attinge a piene mani alle parole del suo tempo, non gli importa di coccolare le parole, di rivalutarle dalla loro caduta semantica, di fare quell’opera di revisione e di rivalutazione linguistica che è un po’ un  luogo comune nelle migliori poetiche di questi ultimi decenni.  Egli punta dritto al cuore della poesia e lo fa con impeto e naturalezza, fidandosi più di un istinto o di un intuito che di un sapere o di un “mestiere” anche se, per ovvie ragioni legate alla logica più che alla poetica, il suo agire diventa il suo mestiere.  Egli riesce così ad essere antiletterario senza scadere nell’anti-poesia, antilirico senza consegnarsi alla prosa (la sua poesia, peraltro, è “antilirica” anche per il semplice fatto che volge piuttosto all’epica), capace di rappresentare il suo tempo ma nello stesso tempo non storicizzarsi. 

Ora, un lettore e un critico dovrebbero basarsi, nel giudicare il valore (posto che sia possibile “quantificare” questo valore) di una poetica, su una dichiarazione (reale come questa oppure esplicita nei testi) degli intenti poetici e la verifica della coerenza fra enunciato e risultato.  Se l’intenzione, ciò che ha mosso l’evento-poesia può essere sintetizzato in queste parole, allora dobbiamo riconoscere che Di Ruscio è un ottimo poeta, al di là di quello che sono le aspettative personali da un autore o dalla poesia “tout court”.  Nel senso di come ha pensato la sua poetica, ha scritto la sua poesia. Per questo possiamo dire che è un ottimo poeta e che è stato una trascuratezza e un’operazione non corretta quella di averlo rimosso – e scrivo “rimossoproprio perché gli esordi di questo poeta furono ben segnalati da artisti come Franco Fortini e Salvatore Quasimodo. (fonte web)

…un caro saluto a Saturninio (Nino) di Ruscio.

 

Luigi di Ruscio poeta Fermano (1930-2011)
Luigi di Ruscio poeta Fermano (1930-2011)

 

 

da:  Istruzioni per l’uso della repressione

LVI

all’inizio un falco ingabbiato tocca un cappio tocca un muro
l’ultimo totem ingabbiato apri le ali vola sparisci
toccalo vedi se ancora esiste spacca la pietra che custodisce l’ombra fossile
file di gabbiette con uccelli impiumi tagliati spolpati
l’ultimo uovo collezionato bucato e bevuto (strozzaticci!)
tuffati due volte nelle acque del fiume tenna se sopravvivi morte non ti

                                                                      [ghermirà più in eterno
arrestano la bellissima sciatrice sequestrano trecento bottiglie vuote e la

                                                          [ bottiglia di acido solforico piana
quattro provette sono state annusate puzzano
mettiti bene in testa che da oggi in poi tutto deve essere chiaro preciso

                                                                                [ giustificabile
è iniziata la caccia fa sparire l’illegale che tieni in testa
il bracco servo dei scrivi di nostro signore ti insegue
nascondi la tua puzza umana se non vuoi che il cane ti scovi e ti strozzi
la scrittura coagula molto bene perché la caccia è iniziata
nasconditi nel campo dell’erba melica o della sulla tranquil1amente masticata
affoga in acque gelide dio patriarchi e feudi strappa la popolazione dall’idiotismo

                                                                                  [ della vita rustica
il compito del proletariato sarà fare la spia il padrone licenzierà chi

                                                                               [ non vuole scioperare
in sud america sparano sui testicoli schiacciano i testicoli
sventola bandiere crociate e falciate martellate bandiere mischia tutto
salva l’illegale che tieni in testa nascondi la tua puzza umana
mischia tutto nascondi la tua puzza umana mettiti la cravatta e simula
(gocce limpide tremanti si sfanno i bianchi la coltre gelata)
in questo 1978 è accaduto tutto il resto continua nel 1979
scrivi tutto insegui a precipizio questo precipitare delle cose
mi sii molto tardo a capire e molto tardo a rispondere
la mia attenzione era molto palpitata tutto stava per sparire in una aria più

                                                                              [  o meno azzurra
passavo per montefalcone appenninico toccarlo quel falco ingabbiato vedi

                                                                               [ se ancora esiste
fatti prendere dall’entusiasmo spacca quella pietra che custodisce l’ombra fossile
la caccia è iniziata nascondi l’illegale che tieni in testa

Luigi di Ruscio

Alvaro Valentini


 

valentini1
Ciò che sembrava un sogno, è dunque vero!
T’ho vicina, carezzo le tue chiome;
Se formulo appena il tuo nome
decifro, intero, il passato.

Ho ricordato i miei giorni che ancora non erano tuoi,
rivedo le mie strade ancora senza traguardo.
Ma esse correvano a te, al tuo limpido sguardo.
E’ giunto il mio futuro, se tu lo vuoi.

 

Alvaro Valentini

Alvaro Valentini


 

 

 

 

Una storia d’amore

 

Ci ritroviamo ai gesti e ai pensieri
sconosciuti a noi stessi. E già si estranea
anche il dolce ricordo che mi invase,
di te lontana.
                     Questo non è amore.
Ma chi, fuggendo dal suo stanco cuore
a un altro cuore, non sperò l’asilo
di spazi illimitati? Ecco la pena:
e sempre gli occhi fissano insaziati
gli occhi, e le mani serrano le mani
che non sanno intrecciarsi, il corpo teso
si comprime e resiste…..Traboccare
sperammo uno nell’altra. Ed inseguiamo
frammenti, baci che altri baci annullano;
e un’ansia che non scocca.
                   Oggi il futuro
ci ha raggiunto sul limite oltre cui
pareva un gioco agevole colmare
di te la vita intera. Era un inganno!
Troppo amiamo l’immagine riflessa
di noi, nelle pupille uno dell’altra,
non è vero? – e lo dici – non è vero?
Anche tu misteriosa come un fiume.

 

Alvaro Valentini