Renzo Novatore


 

 

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da: Un fiore selvaggio

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“Non è un fantasma che mi guida, ma sono io che cammino; non è il sogno chimerico di una società perfetta di universale redenzione umana, ma è il bisogno assoluto della mia potenziale affermazione innanzi alle altre potenze.

Dio, lo Stato, la Società, l’Umanità ecc. ecc. hanno per essi una propria causa. Se io non voglio accettare di sottomettermi alla causa di Dio, sono un “peccatore”, se non voglio subire lo Stato, la Società, l’Umanità sono un “empio”, un “criminale”, un “delinquente”.

Ma che cosa è il “peccato”? Che cosa è il “delitto”?

Anche qui credo che per analizzare tutto ciò non ci sia proprio bisogno di una lunga e minuta dimostrativa divagazione; giacché anche i bambini dovrebbero sapere ormai, che il più grave peccato che si possa commettere contro la divinità è quello di schernirla, non ubbidirla, profanarla e rinnegarla. Profanare insomma ciò che è divinamente e umanamente “sacro” è il più grande “peccato”, il più grande “delitto”.

Ecco il più mostruoso e terribile fantasma innanzi al quale fin oggi tutti hanno tremato. Ecco la vecchia e corrosa tavola che deve essere infranta dagli uomini nuovi! Dai Liberi, dagli Iconoclasti, da tutti coloro che nel “peccato” e nel “delitto” hanno finalmente scoperto la nuova sorgente dalla quale zampilla la suprema sintesi della vita. Ed anche la plebe, quando imparerà a dissetarsi a queste nuove, sconosciute sorgenti, si avvedrà ben presto di essere, pur essa, una granitica potenza.

Ma per far ciò occorre che questa plebe non si lasci più dominare dalla paura.

Povera plebe! E pensare che anche i ciechi dovrebbero accorgersi ormai che chi non sa accettare l’eterna guerra per la propria affermazione ed il trionfo, deve accettare l’eterna schiavitù per il trionfo dei favolosi fantasmi, nemici dichiarati dell’Io”.

 

 

Renzo Novatore (1890-1922)

da: Un fiore selvaggio

ed. BSF euro 10

Renzo Novatore


 

 

“Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri?
Credo con il coraggio”. (Ludwig Wittgenstein)

 

 

A riot policeman prepares to throw a teas gas canister
A riot policeman prepares to throw a teas gas canister

 

 
Una bellissima allegoria dedicata a chi crede che avere il proprio Pensiero libero da condizionamenti, sia la forma di libertà assoluta.
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da: I canti del Meriggio
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“Io appartengo alla razza più estrema dei vagabondi dello spirito: alla razza maledetta dell’inammissibile e degli insofferenti. Non amo nulla di ciò che è conosciuto, e anche gli amici sono quelli ignoti.
Mi sono liberato dalla schiavitù dell’amore per sentirmi libero nell’odio e nel disprezzo…
Io sogno! Sogno una grande e tremenda rivolta di tutti coloro che sono impalliditi nelle lunghe attese. Sogno il risveglio satanico di tutto ciò che vive incatenato… Deve essere bello accendere i roghi nella notte! Vedere i centauri della morte correre tutte le contrade del mondo cavalcati e spronati dai tragici eroi impalliditi nelle lunghe attese: Vedere gli spiriti della Rivolta e della Negazione ballare sovrani sul mondo.”
 

Renzo Novatore

Renzo Novatore


 

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Da: Fiore selvaggio

 
“Il Coraggio è sintesi suprema di libertà e di vita. Il mondo morale è il mondo dei
fantasmi. Là vi sono spettri e ombre di spettri, là vi è l’Ideale, l’Amore universale,
l’Avvenire. Ecco l’ombra degli spettri: là vi è ignoranza, paura, vigliaccheria. Tenebra
profonda. Forse tenebra eterna. Anch’io sono vissuto, un giorno, là in quella tetra e lurida
prigione. Poi mi sono armato di una torcia sacrilega per incendiare i fantasmi e violentare
la notte. Quando sono giunto presso i rugginosi cancelli del bene e del male li ho
furiosamente abbattuti e ne ho varcate le soglie. La borghesia mi ha lanciato il suo
anatema morale e la plebe idiota la sua morale maledizione.

 
“Ma l’una e l’altra sono umanità. Io sono un uomo. L’umanità è mia nemica. Lei vuole
stringermi fra i suoi mille tentacoli orrendi. Io cerco di strappare a lei tutto ciò che
necessita alle mie brame. Siamo in guerra! Tutto ciò che ho la forza di strapparle è mio. E
tutto ciò che è mio lo sacrifico sull’altare della mia libertà e della mia vita. Di quella mia
vita ch’io sento palpitare fra le palpitanti fiamme che mi divampano nel cuore; fra quello
strazio selvaggio di tutto l’essere mio che mi gonfia l’anima di divine bufere, e che mi fa
echeggiare nello spirito scroscianti fanfare di guerra e polifoniche sinfonie di un amore
superiore, strano e sconosciuto;che mi empie le vene di un sangue rigoglioso e gagliardo,
che sparge in tutto l’involucro dei miei muscoli, dei miei nervi e della mia carne, fremiti
diabolici di tripudiante espansione; di quella mia vita ch’io intravedo attraverso la folle
visione dei miei fantastici sogni, bramosa e bisognosa di sviluppo perenne.

 

Il mio motto è:
camminare espropriando e incendiando, lasciando sempre dietro di me urli di morali offese
e tronchi di vecchie cose fumanti.
Quando gli uomini non possiederanno più le ricchezze etiche – unici reali tesori davvero
inviolabili – allora getterò i miei grimaldelli. Quando nel mondo non vi saranno più
fantasmi, getterò la mia torcia. Ma questo avvenire è lontano e forse non è! E io sono un
figlio di questo lontano avvenire, piombato su questo mondo dal Caso alla cui potenza io
m’inchino”.

 

 

Renzo Novatore

Renzo Novatore


 

 
Sotto il nome di vagabondi – dice lo Stirner – si potrebbero riunire tutti coloro che il buon borghese considera per sospetti, ostili, e “pericolosi”. Qualunque vagabondaggio, d’altronde, spiace alla borghesia; ed esistono pure i vagabondi dello spirito i quali, sentendosi soffocare sotto il tetto che accoglieva i loro padri,vanno a cercare più lontano maggior spazio e più luce.
Invece di rimanere rincantucciati nell’antro familiare a smuovere le ceneri d’una opinione moderata, invece di accettare per verità indiscutibili ciò che ha cercato sollievo e conforto a tante generazioni, essi sorpassano la barriera che chiude il campo paterno e, per il cammino della critica, vanno ove li conduce la loro indomabile curiosità del dubbio. Questi vagabondi stravaganti appartengono essi pure alla classe degli irrequieti volubili, instabili, formata dal proletariato; e quando lasciano supporre la loro mancanza di domicilio morale, vengono chiamati “turbolenti”, “teste calde”, “esaltati”…

 

 

angelo della morte

 

 

 

I VAGABONDI DELLO SPIRITO

 

 

Oh, i vagabondi dello Spirito! I pallidi sovvertitori impenitenti! Coloro che galoppano senza posa attraverso le sterminate regioni della loro capricciosa fantasia creatrice di nuove cose!
Disse un giorno Zarathustra, parlando a costoro: “Ancora la terra è libera per le anime grandi. Ci sono molti porti ancora per le anime solitarie e le gemelle, intorno alle quali aleggia il profumo dei mari tranquilli: Ancora libera è la vita: libera per le anime libere”.
Poi proseguì: “Solo là dove lo Stato cessa di esistere incomincia l’uomo non inutile: di là incomincia l’inno del necessario, il ritornello non uniforme. Là dove lo Stato cessa di esistere… ma guardate un po’, o miei fratelli: non vedete laggiù l’arcobaleno e i ponti del superuomo?”.
Ma prima di dire a loro tutto ciò, parlando delle scimmie e dei pazzi che si prostano a piè del “nuovo idolo” -lo Stato – disse ancora: “O miei fratelli, vorreste essere forse soffocati dall’alito delle loro putride bocche e delle loro malsane bramosie? Piuttosto spezzate i vetri alle
finestre e salvatevi all’aria pura!”

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Ed essi – i vagabondi dello Spirito – spezzarono i vetri alle finestre e si lanciarono avidamente attraverso la libertà profanatrice dei campi, ove la festante natura intreccia canzoni di vita; là dove le messi d’oro biondeggiano danzanti nel vento, baciate dal sole.
Essi – i sovvertitori – da quel giorno si proclamarono banditi..
Avvinti dal seducente fascino della libertà conquistata stavano quasi per giacere a terra e prendere riposo, quando il simbolico mormorîo uscente dalle fronde verdeggianti della montagna li chiamò ancora, più ontano… più in alto…
Si guardarono negli occhi a vicenda. Il fuoco d’amore lampeggiava nelle pupille di ognuno come vulcanica lava. Compresero allora ciò che gli disse il Maestro e, riconoscendosi “anime gemelle”, partirono tutti verso il culmine della verde montagna che doveva rivelare loro la nuova vita.
Quando il loro piede sacrilego e profanatore si posò sulle alte vette, il sole era già calato al tramonto non la sciando di sé che enormi strisce rosse somiglianti a grandiose lingue di fuoco.

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Attraverso l’animo di tutti passò, in quel momento, una triste visione. A tutti parve di vedere l’ombra del Maestro naufragare in quelle vampe rosse. Ma in quel primitivo e desolante silenzio parve pure di udire la sua voce che diceva loro: “Non temete. Io risorgerò col Sole. Anche per voi ora s’appresta il tramonto, ma pure voi risorgerete con i primi raggi dell’Aurora”.
Ma, ahimè, ritornando a guardarsi a vicenda sentirono come un brivido di terrore avvolgente tutti in un manto di desolazione, giacché nelle loro pupille più non colava il fuoco d’amore come vulcanica lava.

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L’ala nera della malinconia batté con violenza alla porta dei loro cuori colmandoli di tristezza e di sonno. Quando l’alba venne a frugare, con le sue pagliuzze d’argento, le pupille dei liberi dormienti, per annunziarvi la nascita del giorno novello, essi balzarono in piedi con negli occhi una fiamma ancora più ardente. Cantarono un inno alla vita e fissarono lo sguardo intensamente lontano…….

 

tratto da «Cronaca Libertaria»,

 

Renzo Novatore