Riflessioni Personali….. Louis Althusser (quando l’Anarchismo si fonde con il Marxismo)!


 

Molti nomi hanno contribuito allo studio e alla relativa applicazione di quelle che potremmo chiamare regole di uguaglianza sociale, qualcuno di voi conoscerà Foucault, Deleuze o Derrida per citarne alcuni, ma oggi vi parlerò di Louis Althausser.

Louis Althusser
Louis Althusser

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Louis Althusser è uno dei maggiori pensatori del secolo scorso. Ebbe una fondamentale influenza sulle riflessioni che hanno sostenuto e attraversato le vicende del 68 europeo. Ha contribuito a rafforzare in Italia la posizione di chi (cattolici impegnati in primis) sosteneva la possibilità di usare il marxismo come strumento teorico/scientifico capace di leggere i fenomeni storici e sociali, indipendentemente dalla visione filosofica di partenza, frequenta le lezioni di Gaston Bachelard e del filosofo cattolico Jean Guitton sotto la cui guida vive un periodo di intensa milizia cristiana. E’ l’ammirazione per la futura moglie Hélène, tenace e coraggiosa attivista nella Resistenza, che determina la sua “conversione” al marxismo. Nel 1962 è direttore dell’Ecole dove insegnerà fino al 1980 quando un fortissimo squilibrio mentale, seguito a ripetute crisi depressive, lo porterà ad uccidere la moglie. Muore a Parigi il 22 ottobre 1990, dopo una lunga degenza in una clinica psichiatrica, durante la quale ha scritto un’angosciante autobiografia dal titolo “L’avenir dure longtemps”, pubblicata postuma nel 1992.

 

 

PENSIERO
Il centro della riflessione di Althusser è una lettura in chiave strutturalista del pensiero di Marx.
Il carattere scientifico del marxismo consisterebbe nell’abbandono di una prospettiva antropocentrica. Nella sua ricerca, Althusser scandisce le tappe che hanno detronizzato l’uomo dal centro del cosmo: da Copernico sappiamo che la terra non è il centro dell’universo; da Marx che non lo è l’uomo ma una struttura economica sottesa alle sue consapevoli produzioni culturali; da Freud e Lacan che l’io stesso è divorato da oscuri impulsi inconsci e non è padrone di sè. L’etica dell’impegno e del progetto, che nell’io scorge il motore della storia e che caratterizza la tradizione umanistica cristiana, idealistica, esistenzialistica, e, in parte, anche marxista, per Althusser è solo un inganno ideologico. Secondo Althusser il marxismo non solo è antiumanismo, ma è anche antistoricismo. Da Hegel Marx avrebbe ereditato solo l’idea che la storia è “un processo senza soggetto e non il dialettismo teleologico ed escatologico”. Come ben documentato, egli utilizza il modello epistemologico di Bachelard per interpretare la filosofia di Marx.

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Althusser è stato militante cattolico prima della guerra; imprigionato in un campo di concentramento in Germania durante la guerra, si è addottorato in filosofia all’Ecole Normale Supérieure di Parigi, sotto la guida di Bachelard, nel 1948, anno in cui ha aderito al partito comunista francese, di cui sarà per molti anni dirigente. Da allora ha insegnato all’Ecole e composto i suoi scritti più significativi, dalla raccolta di saggi Per Marx (1965) e Leggere il “Capitale” (1965), in collaborazione con altri, sino a Lenin e la filosofia (1969), Elementi di autocritica (1974) e Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati (1974), fino a che, nel 1980, un attacco di follia lo ha portato a uccidere la moglie e ad essere internato nell’ospedale psichiatrico di Sainte Anne. Althusser ha sviluppato la propria posizione (a costituire la quale intervengono sostanziali riferimenti all’epistemologia francese contemporanea e, in particolare, allo strutturalismo) soprattutto in rapporto polemico con l’interpretazione “umanistica” del pensiero di Marx, prevalente in Francia tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

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In questo quadro, e nella prospettiva di una complessa gnoseologia che definisce la conoscenza come “pratica teorica”, non solo ha negato l’esistenza di una continuità tra Hegel e Marx (o, più precisamente, tra Hegel e il Marx della maturità), ma ha in generale opposto la scientificità della teoria marxista alla natura ideologica del pensiero borghese e, in particolare, delle posizioni storicistiche. Althusser ritiene che la storia del movimento operaio in Francia sia caratterizzata da una mancanza di teoria, la quale ha condotto a privilegiare l’azione politica, disancorata dalla teoria, o a riconoscere l’unica forma di conoscenza nel sapere scientifico, sul modello del positivismo, oppure a interpretare il marxismo come una forma di umanismo, ravvisandone il nucleo nella dottrina dell’alienazione. Così è avvenuto in Sartre, ma anche nell’opera di altri marxisti francesi, come Henri Lefehvre (1901-1979) e Roger Garaudy, nato nel 1913 e approdato dopo un periodo di ortodossia, ad un’interpretazione in chiave umanistica del marxismo, sino ad aderire all’islamismo, in quanto religione maggiormente libera da dogmi.

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Ma la teoria di Marx non è una filosofia dell’uomo come soggetto protagonista della storia, intesa come sviluppo lineare e continuo verso una meta prestabilita, ma uno strumento di analisi scientifica. Secondo Althusser, queste interpretazioni umanistiche del marxismo fanno leva soprattutto sulle opere giovanili di Marx, ancora legate alla filosofia hegeliana. Richiamandosi a Bachelard, Althusser sostiene invece che il pensiero di Marx ha esperimentato una vera e propria rottura epistemologica, rappresentata dalle Tesi su Feuerbach e dall’ Ideologia tedesca . Essa ha prodotto la transizione del pensiero di Marx dall’ideologia alla scienza: come contemporaneamente ha sostenuto in Italia Della Volpe, anche per Althusser la maturità del pensiero marxiano ha il suo culmine nel Capitale. Rispetto ad esso, sul piano teorico, l’umanismo del giovane Marx rappresenta un ostacolo epistemologico, in quanto, insistendo unilateralmente sul soggetto, esso non consente di conoscere la collocazione oggettiva degli uomini nei rapporti di produzione; la rottura nei confronti di questa posizione umanistica ha permesso la formazione di una disciplina scientifica nuova.
Si tratta, da una parte, del
materialismo storico, ovvero della teoria scientifica della storia, intesa come processo senza soggetto e senza fini predeterminati, ma mossa dalla lotta alle classi e, dall’altra, del materialismo dialettico, inteso come epistemologia che riflette sulla storia del sapere e sui meccanismi della sua produzione.

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In quest’ultimo senso, il marxismo si presenta come filosofia o pratica teorica, dotata di una propria specificità e autonomia rispetto alla pratica politica e capace di rendere conto della natura della storia, ma anche delle formazioni teoriche e quindi, anche di se stessa come teoria. La filosofia come “teoria della pratica teorica” ha, tra l’altro, il compito di depurare la scienza da ogni intromissione ideologica, che ne infirmi la scientificità. Lo storicismo, riducendo le scienze e il marxismo stesso a semplici ideologie e riflessi di rapporti di classe, smarrisce la dimensione scientifica propria del marxismo e finisce col ridurlo alla sola pratica politica, sganciata dalla teoria. La rottura epistemologica, operata dal marxismo nei confronti di Hegel, consiste non soltanto in un rovesciamento, ma nella trasformazione radicale della dialettica. La specificità del marxismo scientifico poggia, secondo Althusser, sul riconoscimento che in ogni processo complesso e nella struttura globale della società c’è una contraddizione principale, la quale domina sul resto. Questo significa che “la totalità complessa possiede l’unità di una struttura articolata a dominante”, ossia non costituita di elementi semplicemente allineati sullo stesso piano, ma neppure equivalente ad una essenza metafisica, com’è la totalità hegeliana.
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A tale proposito, Althusser riprende dalla psicanalisi il concetto di sovradeterminazione (in francese, surdétermination) già usato da Lacan per indicare il fatto che una formazione dell’inconscio, per esempio il sogno, non può essere spiegata facendo riferimento ad una sola causa, ma occorre ricondurla ad una pluralità di fattori. Anche la contraddizione marxiana è sovradeterminata e non si presenta mai in forma pura: la contraddizione principale tra capitale e lavoro salariato rientra sempre all’interno di una totalità strutturata di rapporti e di contraddizioni, che ne qualificano i modi e le variazioni. Perché la contraddizione principale diventi attiva ed efficace e possa produrre una rivoluzione , dando luogo ad una nuova formazione economico-sociale, non basta la sua semplice esistenza, ma occorre una congiuntura, ovvero l’accumularsi di circostanze concomitanti. Solo l’analisi scientifica delle contraddizioni che permeano la totalità sociale in un periodo dato può dunque determinare il posto e la funzione svolta dalle classi entro tale totalità e la portata oggettiva della loro azione.


A seguito delle critiche mossegli dal partito comunista francese, Althusser farà poi autocritica e denuncerà queste sue tesi come “deviazione teoricistica”, suggestionata dallo strutturalismo, che accentua eccessivamente l’autonomia della teoria e interpreterà la rottura operata da Marx non in chiave meramente epistemologica, ma come risultato di una congiuntura politica. Alla filosofia, Althusser tornerà ad attribuire il compito politico di difendere il materialismo e l’oggettività, contro lo spiritualismo e l’idealismo, anche nelle sue varianti strutturalistiche, che rappresentano il pensiero tipico della borghesia, perpetua nemica del proletariato.

 

 

da: studionline.it

Riflessioni Personali…….basta con il buonismo da pecora, dobbiamo essere lupi!


 

foto segnaletica di un irriducibile (1977)
foto segnaletica di un irriducibile (1977)

 

 

 

Finiamola con il buonismo delle favole, tiriamo fuori la rabbia…….

 

Non ho scritto nulla in questi giorni ma ho letto tutto quello che avete scritto voi, ad essere sincero se tolgo pochissimi ma interessanti articoli di cultura e qualche altro di letteratura, quello che rimane è costituito dai soliti melliflui e sdolcinati auguri di buone feste che mi danno il “mal di pancia”. Tutto questo buonismo secondo me è eccessivo e deleterio, sembra  distogliere la nostra attenzione dalla realtà, annacqua il nostro pensiero critico e devia il nostro interesse  dalla politica che in questi giorni sta “scavando” di nascosto la nostra fossa con una raffica di aumenti.

Ho già speso tanto in questi due anni di blog, ho cercato di far capire che non esiste altra via d’uscita se non quella di far “sentire” subito al Potere politico la nostra rabbia e agirla con termini perentori, ho anche cercato di informare come cittadino sul costante e continuo aumento delle tasse, a dir la verità è notizia di questa mattina,  già avvenuto con aumenti complessivi di circa mille euro all’anno per famiglia (tributi, bollette energetiche, servizi, costi bancari e pedaggi), qui l’articolo .

 

Saranno le Banche ad essere aiutate e non il singolo cittadino in difficoltà!

Sono incazzato con tutti coloro che dicono che è impossibile cambiare questo Paese, per lo stesso motivo non nutro stima nei confronti dei finti rivoluzionari del M5S capeggiati da messer Grillo e dall’Imperatore Casaleggio jr. perchè sono coloro che stanno fermando la rivolta sociale di un popolo sottomesso, deriso e derubato.

La morale di questi individui  è rappresentata da quel “sentimento di sottomissione, coscienza di osservanza e obbligo” e come disse Ortega y Gasset senza questi valori si afferma soltanto una morale negativa che è nient’altro che la forma vuota di quella originaria, il filosofo sostenne anche che la rivolta genericamente si indirizza contro gli abusi e lotta per ridurre o eliminare del tutto gli stessi nell’ambito di un sistema politico e sociale.

Cari amici è arrivato il tempo di far valere i nostri diritti, occorre stanare per poi rieducare i “ruffiani” del Sistema che si annidano in ogni luogo, nel pubblico impiego, nell’informazione, nelle pieghe del capitalismo liberista, occorre cercarli anche dentro quelle autorità che proteggono il Potere con le armi, proprio in questi settori si annidano I VERI NEMICI DEL CAMBIAMENTO, I NOSTRI NEMICI!!

Le Rivoluzioni appartengono alle masse come disse Max Stirner, mentre la Ribellione appartiene al singolo, in una società individualista come la nostra che il Potere ha creato con il dividi et impera, la rivoluzione non potrà mai essere agita, sarà quindi la ribellione del singolo che darà il via alla ribellione di massa.

 

p.s. ultim’ora……mentre ci trastulliamo mangiando pandoro, panettone, torrone e quant’altro, il Governo con una votazione durata dieci minuti, oggi ha alleggerito le nostre tasche di altri venti miliardi di euro per salvare le banche, UN BEL REGALO DI FINE ANNO da parte della “nostra” politica.

 

Nico (max weber)

 

 

 

 

 

Riflessioni Personali …..Hans Jürgen Krahl


 

 

Hans Jürgen Krahl, forse il più brillante teorico del Sessantotto europeo, anticipa nelle sue analisi del capitalismo maturo e del ruolo produttivo del sapere molti tratti decisivi della società contemporanea. Le sue “tesi sull’intellighenzia tecnico-scientifica” costituiscono un vero e proprio manifesto politico per il lavoro immateriale e l’intellettualità di massa. Durante il movimento del ’77, gli scritti di Krahl offrirono un prezioso punto di riferimento a una generazione di militanti. Attuali sembrano ancora oggi le critiche che egli rivolse ai filosofi della “scuola di Francoforte”e in particolare a Jürgen Habermas.

Lotta di classe - attualità dlla rivoluzione  (foto tratta dal web)
Lotta di classe – attualità dlla rivoluzione (foto tratta dal web)

 

 

 

Attualità della rivoluzione …..

 

Hans Jürgen Krahl sarebbe morto in un incidente d’auto all’indomani della rivolta studentesca, nel febbraio del 1970. I testi che ci ha lasciato, in larga parte frammentari, contengono una infinità di spunti e di sollecitazioni, di indicazioni e azzardi, di tentativi analitici incompiuti, spesso risolti in un cortocircuito immediato con le contingenze dello scontro sociale. I passaggi dell’argomentare appaiono a volte congestionati o oscuri, le affermazioni perentorie o sospese, il confronto serrato con i maestri della teoria critica, (Horkheimer, Adorno, Habermas, Marcuse), visibilmente e volutamente legato all’attrito del movimento con il ruolo pubblico di autorità intellettuali che essi svolgevano in quegli anni, talvolta schematico e restrittivo, ma sempre rigoroso e accuratamente mirato a un preciso svolgimento politico.

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La rilettura critica della grande filosofia classica tedesca, che sostanzia e articola questo confronto, si presenta come un formidabile armamentario di “citazioni di fronte al nemico”, di forme e concetti trascinati a viva forza al cospetto di una materialità presente, la consistenza sensibile-sovrasensibile del “tardocapitalismo”, per dirla nello stile di Krahl, e i bisogni teorici e pratici di un movimento in lotta. Tutto questo, proprio perché moralmente obbligato alle urgenze del presente, rivela un rigore concettuale e una capacità di costruire spazio pubblico e confronto politico di cui lo scialbo galateo delle dispute contemporanee ha perso ormai ogni barlume di memoria.

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Forse proprio questa concitazione pragmatica, la necessità di riferirsi a un movimento, di contrastarne la sclerosi e scovare rapidamente nuovi strumenti di pronto impiego, la contingenza, insomma, del lavoro di Krahl, conferiscono durata e valore di modello conoscitivo alla sua breve parabola intellettuale. Krahl è, in una parola, uno di quei pochi intellettuali che si pone con rigore, senza adagiarsi nella tradizione, il problema del comunismo come problema del suo presente e, cioè, né come riedizione di storia passata, o come “filosofia del libro”: compimento pratico di una dottrina teoricamente compiuta; né come grande affresco metaforico da disciogliere accademicamente nei suoi “universali” valori antropologici.

E si troverà di fronte, da una parte, un movimento studentesco sempre più ipnotizzato dai modelli organizzativi del passato e avido di certezze dogmatiche, dall’altra una intellighenzia critica spaventata dalle sue stesse previsioni catastrofiche e combattuta tra eticità tragica e aggiustamenti riformistici e la Realpolitik del movimento operaio organizzato, che ha ormai incluso nei parametri della sua dottrina teleologico-oggettivistica le compatibilità dell’economia di mercato.

 

Di fronte a questa tenaglia, Krahl non raffazzonerà i contorni di una qualche terza via prêt-à-porter, da iscrivere magari sulle bandiere dell’ennesimo partitino, ma proporrà una ambiziosa agenda di questioni teoriche e un percorso di ricerca intrecciato con la pratica politica, un “andare a vedere” con occhi nuovi la società tedesca del dopoguerra, i soggetti che la popolano e le contraddizioni che li attraversano, un processo di conoscenza né contemplativo, né tecnocraticamente classificatorio e posto al servizio di nuove ingegnerie sociali. Processo che si propone la delimitazione di uno spazio pubblico liberato, capace di aprire possibilità di trasformazione nel momento stesso in cui le sperimenta.

 

Ai nostalgici in maschera della Comune di Parigi e ai partitini di quadri che vanno rievocando la rivoluzione del ’17 come un gioco di società, Krahl nega l’aiuto di Marx. Per Marx, che si riferisce all’esperienza storica della Francia ottocentesca, scrive Krahl, le rivoluzioni non sono una creazione del proletariato, ma sempre già date come rivoluzioni borghesi: «è la borghesia che le produce e il proletariato che le deve trasformare». Poi, dopo il 1871, sull’argomento Marx tace. La Critica del programma di Gotha parla d’altro. Ora, questo modello di insorgenza e “riuso” proletario non può più riaffacciarsi sulla scena della storia dopo il dissolvimento dell’individuo borghese e di quella specifica sfera di eticità, delimitata dal capitalismo concorrenziale, entro cui esso operava.

 

Dal passato non può dunque provenire più alcun insegnamento su “come si fanno le rivoluzioni”. Ma vi è un aspetto ancor più sostanziale. Questo modello comporta una conseguenza rilevante sull’idea che Marx si fa della coscienza di classe, tema dominante nella riflessione di Krahl. Poiché la rivoluzione si presenta come una sorta di sfondo ‘naturale’ dato, «la coscienza di classe si afferma come ‘spontaneità’ naturale dietro le spalle e sopra le teste dei proletari. La coscienza di classe si forma, per così dire, secondo la logica metafisica dello spirito del mondo».

 

La critica ad Habermas..

Qui entra in gioco l’interlocutore e il bersaglio polemico più rilevante per il presente e gli sviluppi teorici futuri: Jürgen Habermas. Abbandonato, per amore o per forza, il terreno delle grandi leggi oggettive dello sviluppo storico si ritorna sul terreno della prassi. E il problema del rapporto tra prassi e coscienza resterebbe irrisolto in Marx, anche perché – questa l’obiezione del meno “tragico” e più pacificato tra i francofortesi – egli si sarebbe attenuto a un’idea povera e restrittiva di prassi, avendola ridotta al solo momento del lavoro, che Habermas concepisce secondo la logica dell’agire strumentale e al quale, come è noto, contrappone l’interazione, o, come è stato chiamato in seguito, l’agire comunicativo. In quest’ultimo sarebbe racchiuso l’universo relazionale, la coscienza politica e dunque anche ogni possibile prassi rivoluzionaria. Tuttavia, racchiusa in questo garbato contenitore discorsivo – questo il centro della critica di Krahl – essa cesserebbe di rivestire ogni carattere rivoluzionario e la stessa natura di prassi finirebbe col divenire piuttosto evanescente.

Era necessario che la coscienza culturale tradizionale finisse macinata negli ingranaggi della produzione, che l’interazione astratta sperimentasse la sua materialità nella produzione di ricchezza sul terreno della valorizzazione del capitale o, per dirla con Krahl, che il materialismo storico si ricongiungesse con la critica dell’economia politica. Di qui, da questa possibilità non garantita, dalla sequela di ambivalenze e decorsi antitetici che la accompagnano, la centralità delle tre domande che aprivano le Tesi, che oggi formuleremmo probabilmente in modo assai diverso (come costruire una “sfera pubblica non statuale”, come organizzare i “soviet dell’intellettualità di massa”, e così via per successive approssimazioni a quelle che potrebbero essere le forme di autorganizzazione di una cooperazione sociale ad “alta intensità” di cultura), ma che indicano comunque una direzione di ricerca, pratica e teorica, tanto determinante quanto ancora largamente impercorsa.

Nulla è oggi impopolare e sconveniente quanto la teoria della rivoluzione.

 

da: manifestolibri.com

Jan Palach……il coraggio di difendere le proprie idee!!


 

Mentre negli States nei primi anni sessanta esplodeva forte la protesta giovanile che darà poi il via al grande cambiamento del ’68, in Europa negli stessi anni ci fu la prima sommossa degli studenti in quella che all’epoca era chiamata Cecoslovacchia,  all’epoca questo Paese era sotto il controllo dell’ex U.R.S.S., dal gesto di questo ragazzo appena ventunenne prese inizio la Primavera di Praga.

Jan Palach si dette fuoco cospargendosi di benzina in piazza San Venceslao a Praga, era il 16 Gennaio 1969.

 

 

immagine presa dal web
immagine presa dal web

 

 

Un pensiero tratto dai suoi appunti:

« Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà »

 

Jan Palach