La “Pizzica” nella storia…..dal Salento alla bassa Murgia!


 

Alcuni autori indicano che il mito della taranta/tarantola derivasse dall’antica Grecia. Vi sono più versioni del mito di Aracne. Quella data da Ovidio parla di una giovane donna molto bella e di umili origini, nota in tutta la Lidia per l’arte della tessitura, in cui eccelleva tanto che le Ninfe andavano da lei per osservare la sua esperienza, e, stupite, dicevano che la stessa Pallade le avesse insegnato quell’arte. Arakne a tale paragone reagiva stizzita e dichiarava che era pronta a gareggiare con la dea e ad accettare qualunque condizione in caso di sconfitta. Atena accettò la sfida, la gara vide la produzione di due bellissime tele ricamate. Alla vista del meraviglioso drappo di Arakne, Atena ebbe uno scatto d’ira e d’invidia, strappò il telo della fanciulla e tramutò lei in ragno, destinandola per sempre a tramare le sue ragnatele.

Un’altra leggenda narra invece di una giovane ragazza, Aracne, la quale fu sedotta da un marinaio che partì dopo la prima notte d’amore, e da allora visse in attesa del ritorno del suo amore. Una mattina la ragazza vide una barca avvicinarsi alla costa e fece il segnale convenuto con il suo marinaio. Dalla nave giunse la risposta: era tornato. Ma a pochi metri dal porto la barca fu affondata e coloro che erano a bordo vennero uccisi. Arakne vide morire il suo amore dopo anni di attesa. Così, alla morte della giovane, Zeus la rimandò in terra per restituire il torto ricevuto, non come ragazza ma come tarantola.” (web)

 

 

La pizzica (detta nella sua forma più tradizionale di danza di aggregazione comunitaria pizzica pizzica, nella sua derivazione a fenomeno commerciale taranta) è una danza popolare attribuita particolarmente a Taranto e a tutto il Salento, ma fino a tutt’oggi diffusa anche in un’altra regione della Puglia, la Bassa Murgia. Fino ai primi decenni del XX secolo presente in tutto il territorio pugliese, assumeva nomi differenti rispetto ai vari dialetti della regione confondendola spesso con le tarantelle.

La prima fonte scritta, che oggi si conosca, risale al 20 aprile 1797 e si riferisce alla serata da ballo che la nobiltà tarantina offrì al re Ferdinando IV di Borbone in occasione della sua visita diplomatica nella città. Il testo parla di “pizzica pizzica” come di una “nobbilitata tarantella”. Già dal XIX secolo la pizzica si è legata alle pratiche terapeutiche coreomusicali del tarantismo, ma è accertato che dal XIV secolo in poi musici e tarantolati hanno adoperato per curare e curarsi dal veleno di tarantole e scorpioni le danze locali del periodo, che si sono alternate, succedute, o adattate, lungo il corso dei secoli.

La pizzica, oltre ad essere suonata nei momenti di festa di singoli gruppi familiari o di intere comunità locali, costituiva anche il principale accompagnamento del rito etnocoreutico del tarantismo. Essa, quindi, veniva eseguita da orchestrine composte da vari strumenti – tra i quali emergevano il tamburello ed il violino per le loro caratteristiche ritmiche e melodiche – con lo scopo di “esorcizzare” le donne tarantate e guarirle, attraverso il ballo che questa musica frenetica scatenava, dal loro male.

Nella danza della pizzica i ruoli, i sessi e la loro rappresentazione erano e sono molto marcati. Fermo restando che entrambi i ballerini, sia uomini che donne, tengono durante il ballo una postura eretta e composta, i passi che essi eseguono variano e si alternano tra momenti speculari e momenti “complementari”. Alle donne va naturalmente il compito di esprimere al meglio, anche attraverso gli accessori tipici dell’abbigliamento femminile (gonne, foulard, scialli), la propria bellezza e femminilità, con passi molto più composti di quelli degli uomini, anche se non mancano i momenti di euforia con brevi corse e giri su se stesse. Le mani della donna spesso sono ferme a reggere la lunga gonna, ed in ogni caso le sue braccia restano sempre chiuse, o protese leggermente in avanti. L’uomo invece, naturalmente, ha il dovere di esprimere, durante la danza la propria virilità, la propria forza, la propria atleticità, e questo compito lo svolge con salti più alti e più marcati, con movimenti più secchi e repentini, con le proprie braccia tese e aperte come a voler circondare o abbracciare a distanza la donna. In ogni caso, a rendere più o meno movimentato il ballo è la donna, che attraverso piccole fughe, guizzi, repentini stop e ripartenze, stuzzica l’uomo ad inseguirla, a “braccarla” delicatamente, per poi affrontarlo con giochi di piedi e di sguardi.

 

fonte web

Riflessioni Personali……Estetica, percezione o conoscenza?


 

Estetica: Dal gr. αἴσϑησις «sensazione», «percezione», «capacità di sentire», «sensibilità». Ciò che tale termine innanzitutto indica è quel particolare tipo di esperienza che ci capita di fare quando giudichiamo ‘bello’ qualcosa, per esempio un’opera d’arte, ma anche un oggetto, un individuo, un paesaggio naturale. Questa possibilità di determinare con esattezza e rigore l’ambito disciplinare specifico e l’oggetto dello studio che stiamo affrontando, non vale quando parliamo di estetica dal momento che questa, lungi dal presentarsi come una dimensione perfettamente omogenea e trasparente, appare caratterizzata invece da una indeterminatezza di fondo. Abbiamo quindi a che fare con una nozione i cui confini non sono mai dati una volta per tutte ma, al contrario, tendono a spostarsi, a estendersi, a trasformarsi continuamente. Il risultato è, evidentemente, l’impossibilità di definire tale nozione di estetica in modo univoco, sulla base cioè di criteri oggettivi, validi in modo universale e necessario.

Nico (max weber)

 

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Nascita dell’estetica nell’età moderna: la centralità del sentimento e della soggettività.

È il filosofo tedesco Baumgarten che per primo usa il termine Estetica nell’accezione moderna. Secondo Baumgarten, infatti, l’Estetica è, sì, conoscenza, ma conoscenza propriamente «intuitiva» e «sensibile». Questo significa che per Baumgarten, accanto alla verità espressa dalla matematica e dalla filosofia, c’è posto per un altro tipo di verità: quella storica, poetica e retorica. Si tratta appunto della verità estetica, cioè della verità conosciuta in modo sensibile. Con la nascita dell’estetica l’arte viene vista in modo assolutamente nuovo e la stessa bellezza non è più giudicata come raggiungimento di una perfezione misurata in base a canoni o norme precostituiti. Ciò che caratterizza la riflessione estetica moderna è il riconoscimento che l’arte e il bello sono nozioni individuali e storiche, e in quanto tali fanno appello non all’intelletto e alle sue regole bensì al sentimento. Il riconoscimento della connessione inscindibile tra estetica e sentimento è centrale nel dibattito filosofico settecentesco, da Hume a Rousseau.

È quanto troviamo, per esempio, in Shaftesbury, che, descrivendo la facoltà della percezione estetica come una «sensazione corporea, immediata, non riflessiva, senza ‘principi’ e definitiva», identifica il sentimento con la fonte stessa della valutazione estetica. Sempre a partire dal 17° sec., nella riflessione estetica accanto alla nozione di sentimento viene maturando anche quella di ‘gusto’; si tratta di una nozione che, lungi dall’essere riconducibile a regole fissate una volta per tutte e valide dunque a priori (in modo cioè universale e necessario), appare caratterizzata da una vaghezza di fondo, da una irriducibile indeterminatezza. Ma se l’estetica si basa su nozioni soggettive quali appunto il sentimento e il gusto, sembra allora che si perda quella dimensione universale che dovrebbe caratterizzare il nostro giudizio quando definiamo bello qualcosa.

 

La Critica della facoltà di giudizio di Kant. È questo il problema affrontato da Kant con la Critica della facoltà di giudizio (o Critica del giudizio, 1790). Fondamentale, nella riflessione estetica elaborata da Kant, è la distinzione tra «giudizio determinante» e «giudizio riflettente»: se, nel primo caso, che è il caso della conoscenza scientifica, l’universale (ossia la regola, il principio, la legge) è qualcosa di già dato e se il giudizio, da questo punto di vista, consiste nella mera sussunzione del particolare (il dato empirico) sotto l’universale, al contrario, nel secondo caso – quello del giudizio riflettente, sul quale secondo Kant si fonda la possibilità stessa dei giudizi estetici –, ciò che è dato è non l’universale bensì il particolare.

Nel caso dei giudizi estetici infatti l’universale, lungi dal costituire una norma predeterminata, è qualcosa che deve essere ‘trovato’, non indipendentemente dalla contingenza dell’empiria, ma appunto al suo stesso interno, ossia nella concretezza e nella determinatezza del particolare. Ora, se è vero che quello propriamente estetico è un giudizio pronunciato non sulla base di una definizione logica, bensì sulla base di un sentimento, allora il problema che si pone è come conciliare la soggettività di tale giudizio con quella necessaria intersoggettività e dunque universalità che si manifesta nel momento stesso in cui il soggetto pronuncia un tale giudizio, giacché con esso si pretende il «consenso di ognuno». In questo senso, secondo Kant, i giudizi estetici sono «soggettivamente universali». Questo significa che in un giudizio estetico ciò che propriamente viene alla luce è un «senso comune», ossia un senso o sentimento condiviso, qualcosa insomma di universalmente comunicabile.

 

fonte: web

Riflessioni Personali….. Louis Althusser (quando l’Anarchismo si fonde con il Marxismo)!


 

Molti nomi hanno contribuito allo studio e alla relativa applicazione di quelle che potremmo chiamare regole di uguaglianza sociale, qualcuno di voi conoscerà Foucault, Deleuze o Derrida per citarne alcuni, ma oggi vi parlerò di Louis Althausser.

Louis Althusser
Louis Althusser

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Louis Althusser è uno dei maggiori pensatori del secolo scorso. Ebbe una fondamentale influenza sulle riflessioni che hanno sostenuto e attraversato le vicende del 68 europeo. Ha contribuito a rafforzare in Italia la posizione di chi (cattolici impegnati in primis) sosteneva la possibilità di usare il marxismo come strumento teorico/scientifico capace di leggere i fenomeni storici e sociali, indipendentemente dalla visione filosofica di partenza, frequenta le lezioni di Gaston Bachelard e del filosofo cattolico Jean Guitton sotto la cui guida vive un periodo di intensa milizia cristiana. E’ l’ammirazione per la futura moglie Hélène, tenace e coraggiosa attivista nella Resistenza, che determina la sua “conversione” al marxismo. Nel 1962 è direttore dell’Ecole dove insegnerà fino al 1980 quando un fortissimo squilibrio mentale, seguito a ripetute crisi depressive, lo porterà ad uccidere la moglie. Muore a Parigi il 22 ottobre 1990, dopo una lunga degenza in una clinica psichiatrica, durante la quale ha scritto un’angosciante autobiografia dal titolo “L’avenir dure longtemps”, pubblicata postuma nel 1992.

 

 

PENSIERO
Il centro della riflessione di Althusser è una lettura in chiave strutturalista del pensiero di Marx.
Il carattere scientifico del marxismo consisterebbe nell’abbandono di una prospettiva antropocentrica. Nella sua ricerca, Althusser scandisce le tappe che hanno detronizzato l’uomo dal centro del cosmo: da Copernico sappiamo che la terra non è il centro dell’universo; da Marx che non lo è l’uomo ma una struttura economica sottesa alle sue consapevoli produzioni culturali; da Freud e Lacan che l’io stesso è divorato da oscuri impulsi inconsci e non è padrone di sè. L’etica dell’impegno e del progetto, che nell’io scorge il motore della storia e che caratterizza la tradizione umanistica cristiana, idealistica, esistenzialistica, e, in parte, anche marxista, per Althusser è solo un inganno ideologico. Secondo Althusser il marxismo non solo è antiumanismo, ma è anche antistoricismo. Da Hegel Marx avrebbe ereditato solo l’idea che la storia è “un processo senza soggetto e non il dialettismo teleologico ed escatologico”. Come ben documentato, egli utilizza il modello epistemologico di Bachelard per interpretare la filosofia di Marx.

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Althusser è stato militante cattolico prima della guerra; imprigionato in un campo di concentramento in Germania durante la guerra, si è addottorato in filosofia all’Ecole Normale Supérieure di Parigi, sotto la guida di Bachelard, nel 1948, anno in cui ha aderito al partito comunista francese, di cui sarà per molti anni dirigente. Da allora ha insegnato all’Ecole e composto i suoi scritti più significativi, dalla raccolta di saggi Per Marx (1965) e Leggere il “Capitale” (1965), in collaborazione con altri, sino a Lenin e la filosofia (1969), Elementi di autocritica (1974) e Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati (1974), fino a che, nel 1980, un attacco di follia lo ha portato a uccidere la moglie e ad essere internato nell’ospedale psichiatrico di Sainte Anne. Althusser ha sviluppato la propria posizione (a costituire la quale intervengono sostanziali riferimenti all’epistemologia francese contemporanea e, in particolare, allo strutturalismo) soprattutto in rapporto polemico con l’interpretazione “umanistica” del pensiero di Marx, prevalente in Francia tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

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In questo quadro, e nella prospettiva di una complessa gnoseologia che definisce la conoscenza come “pratica teorica”, non solo ha negato l’esistenza di una continuità tra Hegel e Marx (o, più precisamente, tra Hegel e il Marx della maturità), ma ha in generale opposto la scientificità della teoria marxista alla natura ideologica del pensiero borghese e, in particolare, delle posizioni storicistiche. Althusser ritiene che la storia del movimento operaio in Francia sia caratterizzata da una mancanza di teoria, la quale ha condotto a privilegiare l’azione politica, disancorata dalla teoria, o a riconoscere l’unica forma di conoscenza nel sapere scientifico, sul modello del positivismo, oppure a interpretare il marxismo come una forma di umanismo, ravvisandone il nucleo nella dottrina dell’alienazione. Così è avvenuto in Sartre, ma anche nell’opera di altri marxisti francesi, come Henri Lefehvre (1901-1979) e Roger Garaudy, nato nel 1913 e approdato dopo un periodo di ortodossia, ad un’interpretazione in chiave umanistica del marxismo, sino ad aderire all’islamismo, in quanto religione maggiormente libera da dogmi.

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Ma la teoria di Marx non è una filosofia dell’uomo come soggetto protagonista della storia, intesa come sviluppo lineare e continuo verso una meta prestabilita, ma uno strumento di analisi scientifica. Secondo Althusser, queste interpretazioni umanistiche del marxismo fanno leva soprattutto sulle opere giovanili di Marx, ancora legate alla filosofia hegeliana. Richiamandosi a Bachelard, Althusser sostiene invece che il pensiero di Marx ha esperimentato una vera e propria rottura epistemologica, rappresentata dalle Tesi su Feuerbach e dall’ Ideologia tedesca . Essa ha prodotto la transizione del pensiero di Marx dall’ideologia alla scienza: come contemporaneamente ha sostenuto in Italia Della Volpe, anche per Althusser la maturità del pensiero marxiano ha il suo culmine nel Capitale. Rispetto ad esso, sul piano teorico, l’umanismo del giovane Marx rappresenta un ostacolo epistemologico, in quanto, insistendo unilateralmente sul soggetto, esso non consente di conoscere la collocazione oggettiva degli uomini nei rapporti di produzione; la rottura nei confronti di questa posizione umanistica ha permesso la formazione di una disciplina scientifica nuova.
Si tratta, da una parte, del
materialismo storico, ovvero della teoria scientifica della storia, intesa come processo senza soggetto e senza fini predeterminati, ma mossa dalla lotta alle classi e, dall’altra, del materialismo dialettico, inteso come epistemologia che riflette sulla storia del sapere e sui meccanismi della sua produzione.

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In quest’ultimo senso, il marxismo si presenta come filosofia o pratica teorica, dotata di una propria specificità e autonomia rispetto alla pratica politica e capace di rendere conto della natura della storia, ma anche delle formazioni teoriche e quindi, anche di se stessa come teoria. La filosofia come “teoria della pratica teorica” ha, tra l’altro, il compito di depurare la scienza da ogni intromissione ideologica, che ne infirmi la scientificità. Lo storicismo, riducendo le scienze e il marxismo stesso a semplici ideologie e riflessi di rapporti di classe, smarrisce la dimensione scientifica propria del marxismo e finisce col ridurlo alla sola pratica politica, sganciata dalla teoria. La rottura epistemologica, operata dal marxismo nei confronti di Hegel, consiste non soltanto in un rovesciamento, ma nella trasformazione radicale della dialettica. La specificità del marxismo scientifico poggia, secondo Althusser, sul riconoscimento che in ogni processo complesso e nella struttura globale della società c’è una contraddizione principale, la quale domina sul resto. Questo significa che “la totalità complessa possiede l’unità di una struttura articolata a dominante”, ossia non costituita di elementi semplicemente allineati sullo stesso piano, ma neppure equivalente ad una essenza metafisica, com’è la totalità hegeliana.
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A tale proposito, Althusser riprende dalla psicanalisi il concetto di sovradeterminazione (in francese, surdétermination) già usato da Lacan per indicare il fatto che una formazione dell’inconscio, per esempio il sogno, non può essere spiegata facendo riferimento ad una sola causa, ma occorre ricondurla ad una pluralità di fattori. Anche la contraddizione marxiana è sovradeterminata e non si presenta mai in forma pura: la contraddizione principale tra capitale e lavoro salariato rientra sempre all’interno di una totalità strutturata di rapporti e di contraddizioni, che ne qualificano i modi e le variazioni. Perché la contraddizione principale diventi attiva ed efficace e possa produrre una rivoluzione , dando luogo ad una nuova formazione economico-sociale, non basta la sua semplice esistenza, ma occorre una congiuntura, ovvero l’accumularsi di circostanze concomitanti. Solo l’analisi scientifica delle contraddizioni che permeano la totalità sociale in un periodo dato può dunque determinare il posto e la funzione svolta dalle classi entro tale totalità e la portata oggettiva della loro azione.


A seguito delle critiche mossegli dal partito comunista francese, Althusser farà poi autocritica e denuncerà queste sue tesi come “deviazione teoricistica”, suggestionata dallo strutturalismo, che accentua eccessivamente l’autonomia della teoria e interpreterà la rottura operata da Marx non in chiave meramente epistemologica, ma come risultato di una congiuntura politica. Alla filosofia, Althusser tornerà ad attribuire il compito politico di difendere il materialismo e l’oggettività, contro lo spiritualismo e l’idealismo, anche nelle sue varianti strutturalistiche, che rappresentano il pensiero tipico della borghesia, perpetua nemica del proletariato.

 

 

da: studionline.it

Riflessioni Personali…..il mito dimenticato di Lilith!


 

Non molto tempo fa girando per il web, fui attratto da un nome che attirò la mia attenzione, un nome che tutt’ora mi seduce perchè lo associo a pura bellezza fisica ed interiore, sono sicuro che Lilith non fosse un demone ma un Angelo, perchè una volta estasiati da tanta meravigliosa bellezza, sarà impossibile per noi tornare indietro.  Ma Lilith è irraggiungibile, fa paura agli Uomini perché…..Non ci vuole molto ad individuare nel mito di Lilith la paura dell’uomo nei confronti di una donna che non si conforma alle sue leggi. In Lilith riecheggiano tutti i timori al maschile per una donna che dice “no”, che non si lascia addomesticare e che segue la sua natura ferina.”

Un saluto a tutte le donne di Valore che scelgono e non si fanno mai scegliere!!

Nico (max weber)

 

Immagine presa dal web
Immagine presa dal web

 

Eva o Lilith….


Esiste una storia omessa o poco raccontata nei miti della Genesi che parla della prima donna creata da Dio, il cui nome è Lilith e non Eva. Una leggenda antica narra che la prima moglie di Adamo fosse proprio Lilith creata dalla stessa sostanza del compagno e a questi contemporaneo nella nascita.

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò “ (Genesi, 1:27; 10)
Nel secondo capitolo si ripete poi, con parole diverse, prima la creazione dell’uomo con polvere del suolo (Genesi 2:7) e poi, dalla costola di Adamo (Genesi 2:22), la creazione della donna chiamata Eva. Prima ancora che nell’Antico Testamento, il mito di Lilith compare nelle antiche religioni mesopotamiche ed ebraiche. Di Lilith si sa che preferì fuggire dal Paradiso Terrestre piuttosto che sottomettersi alla volontà di Dio e di Adamo. Non volle giacere sotto al suo compagno in senso fisico e simbolico e così andò via.

La cultura Medioevale non ci si mise molto a trasformare la figura di Lilith in quella di un demone.

Si legge ne “L’alfabeto di Ben-sira” (di autore anonimo, scritto nel X secolo dopo Cristo) “Ella disse ‘Non starò sotto di te, ‘ ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra.”
Lilith pronunciò così infuriata il nome di Dio, prese il volo ed abbandonò il giardino del Paradiso, rifugiandosi sulle coste del Mar Rosso. Lilith non avendo toccato l’Albero della Conoscenza non fu condannata alla mortalità.
Lilith divenne così nell’immaginario comune sinonimo di male.

Antiche leggende narrano che Lilith (al pari di Lamia un’altra dea divenuta demonessa) rubasse i bambini e li uccidesse. Il mito che precede la sua demonizzazione invece la ricorda come protettrice delle partorienti, invocata per tutelare le donne gravide.
“Non ci vuole molto ad individuare nel mito di Lilith la paura dell’uomo nei confronti di una donna che non si conforma alle sue leggi. In Lilith riecheggiano tutti i timori al maschile per una donna che dice “no”, che non si lascia addomesticare e che segue la sua natura ferina.”
Qualcuno insinua che il serpente tentatore della Genesi fu proprio Lilith (alcune raffigurazioni la rappresentano con coda di serpente, altri con artigli rapaci).

Mi piace sostenere quest’ipotesi. Mi piace pensare che allegoricamente Lilith ricordi alle donne il potere che le è proprio, il potere di scegliere, il potere di non essere addomesticabili. Mi piace anche pensare che Lilith aiuti le donne a cercare la conoscenza dentro di sé e a non demandare all’esterno l’esercizio del proprio potere.
Naturalmente quella di Lilith è un’immagine archetipica e come tale alberga nelle profondità del nostro inconscio, una perfetta centratura fa parlare ogni archetipo, dà voce ad ogni se’, non censura Lilith, ma non fa neppure di essa l’unica figura nella quale ci si identifica.

Il movimento femminista e quello Wicca ha riesumato il mito di Lilith e l’ha reso in alcuni casi il simbolo dell’emancipazione e della forza femminile. Se si intravede in Lilith l’unica figura per mezzo della quale esprimere la femminilità si rischia di mettere il bavaglio ad altre energie che dimorano nella nostra coscienza. Censurare a piè pari Lilith analogamente significa rendere monca l’espressione della natura femminile che conserva una parte selvaggia e ingovernabile.

Come ogni polarizzazione conduce alla messa tacere di altre energie che, se soffocate, provocano disagi, così, ti invito ad ascoltare le tentazioni di Lilith, ma a non fare di essa l’unica immagine a cui ispirarsi. E’ importante dire “no” quanto è importante dire “si”. E’ fondamentale saper discernere quando esserci con una presenza attiva e consapevole così come quando decidere che è ora di andare con fermezza ed autorevolezza.

In questo contesto in cui si parla spesso di “sacro femminino” mi piace inoltre riabilitare la figura del “sacro mascolino“, il principio al maschile che si esprime molto bene in figure archetipiche come quelle de “Il sole”, “L’imperatore” e “Il Papa” negli arcani maggiori.
Unendo queste tre energie ne vien fuori l’immagine di un uomo risoluto che non tentenna costantemente, che non vacilla (L’Imperatore) che media l’azione con il sentire caldo del cuore (Il Sole) e che comunica autenticamente (Il Papa) senza fronzoli, né esagerazioni l’essenza delle sue intenzioni.

Un uomo consapevole è così pronto per unirsi ad una donna consapevole che ha mediato le energie delle altre 3 figure universali: la fascinazione de “L’imperatrice“, l’accettazione incondizionata de “La Luna” e la gestazione de “La Papessa“. E’ una donna che sa accettare e trasformare dentro di sé, che si fa ricettacolo di attrazione, inglobazione ed evoluzione, una donna salda, conscia del suo potere e della sua legittimazione nell’esercitarlo.

Quando un uomo e una donna consapevoli si incontrano non c’è spazio per le beghe tra Lilith e Adamo per chi deve stare sotto e chi deve stare sopra, né tentativi di de-responsabilizzazione su chi ha mangiato la mela e perché. Quando un uomo consapevole e una donna consapevole si incontrano non c’è mito che tenga ad ispirare la loro storia, perché loro sono IL MITO fondativo, ogni giorno spargono sensazione di unità tutt’intorno, ispirando accettazione e tolleranza ad ogni incedere.
Con amore a tutti gli uomini e donne.

 


Fonte: http://tanogabo.com