Riflessioni Personali…..l’Amore malato!


 

Il MASSACRO CONTINUA!

Dopo gli ultimi due casi, sembra essere un bollettino di guerra quello delle femmine uccise, il cosiddetto femminicidio che si abbatte su mogli, fidanzate e compagne che hanno osato interrompere una relazione con il maschio-padrone per passare al ruolo di ex, segnando così il proprio tragico destino.

Raramente il femminicidio è un delitto d’impeto perché anche quando si prefigura come tale sul piano giuridico in realtà è solo l’apice di una storia fatta di vessazioni, abusi, violenze, ricatti e soprattutto disconoscimento dell’altra come essere senziente e libera di determinare la propria esistenza.

Vi lascio una bellissima riflessione socio-politica di un caro amico sul femminicidio!

Nico (max weber)

 

 

 

NON AVRAI ALTRO UOMO AL DI FUORI DI ME!!

L’uso delle categorie maschio/femmina invece di quelle uomo/donna vuole essere provocatorio rispetto alla menzogna culturale che vuole tali categorie riservate al mondo animale e superate o mai esistite nel genere umano, salvo poi ripescarle in maniera acritica di fronte alla apparente inspiegabilità di tali episodi così frequenti da non poter essere l’eccezione che conferma la regola.

Il femminicidio nella storia è sempre esistito ma l’ingiustificabilità sul piano morale al tempo presente necessita di una comprensione della trasformazione sociale in atto e del rapporto tra progresso ed emancipazione nella cultura del capitalismo.

In passato la monogamia asimmetrica corrispondeva ad una logica di tenuta sociale della comunità e l’infedeltà, o lo scioglimento del legame matrimoniale da parte della donna, veniva sanzionato come un delitto verso la comunità intera che obbligava l’uomo a rivolgersi all’autorità costituita per richiedere il giudizio e la massima punizione.

Per quanto aberrante ai nostri occhi di persone progredite (ma non emancipate) il femminicidio del passato aveva una sua logica e una cornice istituzionale in un mondo in cui la sopravvivenza dipendeva dalla compattezza e dalla forza dell’ordine sociale. Il primo uomo a confermare che questa logica di convivenza comunitaria era comprensibile ma altresì crudele e ingiusta per via della sacralità della vita umana, e che fosse quindi possibile una mediazione attraverso il perdono, e cioè con una ricomposizione pacifica e senza versamento di sangue, fu Gesù di Nazareth nell’episodio dell’adultera.
In quell’episodio, non secondario del Vangelo, si compie un miracolo, se non altro quello dell’autorevolezza dell’uomo saggio che sancisce come agli umani non spetta il giudizio che può condurre alla negazione irreversibile dell’esistenza del reo.

Al tempo presente il femminicidio corrisponde piuttosto allo smembramento della comunità e della sua capacità di poter mediare i conflitti, logica sostituita da quella del mercato e della conseguente mercificazione di ogni aspetto della vita umana e dello stesso essere umano.

L’unica relazione possibile nella teocrazia del mercato, la cui ideologia pretende di far transitare l’uomo verso qualcos’altro esclusivamente compatibile con il consumo di merci, è una relazione di possesso.

La contraddizione del femminicidio non può essere rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne ma in quella tra esseri umani in generale.

La comunità come luogo di mediazione dei conflitti si trasforma nel luogo del mercato dove la competizione, e quindi il conflitto, diventa l’elemento fondante.
Il cogito ergo sum si trasforma così in “possiedo, dunque esisto”, dove la mancanza di una relazione di possesso con il mondo esterno si traduce in una morte simbolica del soggetto.

In questo cortocircuito esistenziale il maschile che non è riuscito a tenere il passo con i mutamenti sociali e a gestirne le contraddizioni, preserva la parte peggiore di sé, quella di forza prevaricante e dispotica impazzita nel tentativo disperato di mantenere una propria identità nella totalità omologante; la perdita dell’oggetto posseduto corrisponde alla perdita del monopolio simbolico sull’oggetto desiderato e non più posseduto; il riconoscere la realtà della propria esistenza di soggetto maschile attraverso il possesso dell’oggetto-femmina viene meno spezzando così le catene e risvegliando il mostro nutrito da un’ideologia sociale fondamentalmente violenta e disumana.

Il femminicidio non è un sintomo della crisi del maschio che ovviamente c’è nella misura in cui non è data altra possibilità all’universo maschile di esistere se non in una relazione conflittuale e antagonista con il mondo esterno, conflitto che nella sua degenerazione patologica non può che riflettersi nella sfera privata e sull’universo femminile, l’unico che si può e che si pretende di controllare.

Il femminicidio è un sintomo di una crisi totale delle relazioni umane come prodotto inevitabile di questo ordine economico e politico. Questa affermazione non toglie nulla alla responsabilità criminale di chi si macchia di tali delitti ma semplicemente ipotizza una relazione culturale tra un crimine privato e un crimine pubblico perpetrato dall’ordine politico che benedice la conflittualità in nome dell’individualismo e della mercificazione.

Uno dei paradossi del fenomeno di femminicidio è che la difesa della vita, della dignità e della libertà della donne viene quasi esclusivamente da quell’area culturale della sinistra liberal, la sinistra dei diritti civili che si è svenduta alle ragioni del capitale globalizzato e del mercato, come se fosse possibile conciliare la negazione dei diritti reali e la cultura di violenza e di egoismo sociale su cui tale negazione si fonda con la pretesa di un vissuto pacifico ed ordinato delle persone che a questa cultura dominante sono obbligate ad omologarsi.

Per queste ragioni tutte le iniziative volte ad una mutazione culturale come presupposto per la risoluzione del fenomeno di femminicidio sono destinate a fallire.
L’idea di promuovere percorsi educativi sul rispetto della donna e sulla parità di genere è patetica oltre che inutile, per il semplice fatto che oltre a non voler capire dove nasce il problema si intende ignorare che il linguaggio diseducativo di un ordine politico fondato sulla competizione e sul possesso, e di fatto sulla violenza, è il linguaggio dominante del mondo reale.

Non c’è modo di garantire la pace e l’armonia della sfera privata fin quando la realtà dell’ordine sociale si fonderà sulla violenza e sul caos dell’ideologia del mercato, con tutto quello che ne consegue.

(Franz Altomare)

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Riflessioni personali…..esistono ancora gli Uomini!


 

Molto tempo fa scrissi questo nel mio about me…

“Nella vita reale e non in quella apparente, siamo costretti nostro malgrado ad accettare la materialità della stessa, quindi ad accettare denaro in cambio dei nostri servizi, quanto più denaro avremmo a disposizione tanta più generosità potremmo espandere verso gli altri, atti concreti e non parole, ecco quindi la necessità del denaro per aiutare concretamente chi si trova in difficoltà. Quindi perché essere ipocriti, avere disponibilità economica non rappresenta qualcosa di immorale, immorale casomai è l’uso che facciamo dello stesso.”

 

Sono ancora molto pochi, ma esistono davvero persone che possono essere chiamate Uomini!

Nico(max weber)

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All’asta la casa di un disabile: la compra e gliela restituisce

Livorno, il gesto di un anonimo: «Il bene si fa senza pubblicità». Non vuole che il suo nome finisca sui giornali.

Alessandro d’Oriano.

 

 

 

 

 

 

 

LIVORNO – Il benefattore non ama i riflettori. Non vuole che il suo nome finisca sui giornali, che sia pronunciato come si fa con un mecenate o un santo protettore. «Perché quando si fa del bene lo si fa e basta, senza pubblicità, senza altri fini, come un imperativo categorico», spiega agli amici con un sorriso scherzoso pensando ai vecchi studi di filosofia delle superiori. Eppure Mister X è già diventato famoso nella sua città, Livorno, anche senza un’identità e un volto, proprio per quell’atto di bene assoluto.

257 euro al mese

Ha letto la notizia di un disabile (con pensione da 257 euro al mese) che ha perso il lavoro per circostanze poco chiare che sono al vaglio dei magistrati. Poi l’hanno informato che quell’uomo, per l’impossibilità di pagare il mutuo, ha perso anche la casa e per il dispiacere è stato colpito da un ictus. Così il benefattore segreto si è commosso, ha chiamato il sindaco Filippo Nogarin che lo ha messo in contatto con il fratello del disabile e poi ha deciso che quella casa l’avrebbe comprata lui all’asta giudiziaria e avrebbe garantito a quell’uomo sfortunato di rimanervi per sempre senza pagare una lira di affitto. «Se un domani vorrà acquistarla di nuovo la riavrà al prezzo che l’ho pagata io — ha detto ai familiari —, altrimenti potrà restarci a vita». La notizia, anticipata da Qui Livorno (www.quilivorno.it) in breve tempo ha fatto il giro della città. E soprattutto ha donato un po’ di felicità ad Alessandro D’Oriano, 46 anni, disabile al 75% prima di essere colpito da un ictus e ora ricoverato per una riabilitazione lunga, difficile ma possibile, all’ospedale di Volterra.

 

Non ha secondi scopi

«Ho conosciuto di persona il benefattore, è un uomo sensibile, ero presente quando ha acquistato all’asta la casa del mio cliente — racconta l’avvocato Francesco Tanzini — è rimasto colpito dalla storia di Alessandro D’Oriano, che oltretutto ha perso il lavoro ingiustamente e per questo abbiamo fatto causa, e ha voluto fare qualcosa di importante per lui. È completamente disinteressato, non ha secondi scopi se non quello di dare una mano ad Alessandro». Anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ha confermato di aver ricevuto la telefonata del benefattore. A dare la notizia ad Alessandro è stato il fratello Francesco, professione chef. «L’ho visto sorridere ed era tanto che non accadeva — racconta —. È una cosa straordinaria. Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto». Adesso Alessandro combatte le ultime due battaglie: contro l’ictus e davanti alla giustizia per riottenere un lavoro perso secondo lui ingiustamente.

 

Marco Gasperetti

 

da: corriere.it

 

 

Riflessioni Personali…..qual’è il vero dio?


 

Esiste un dio buono e un dio cattivo?

foto presa dal web

 

 

 

“Dio non può essere solo di una parte di umanità. Se dio è dio non può aver creato solo i cristiani, ma tutti gli uomini, anche i musulmani e i buddisti, altrimenti sarebbe un dio settario.

Il papa crede più nell’uomo che in dio, e non legittima l’evidente conflitto di civiltà per non attribuire più considerazione all’uomo che a dio.

Può sembrare un paradosso, ma solo chi crede ciecamente può uccidere in nome di dio, e in tal modo ne riconosce i limiti.

Come puoi allora uccidere l’uomo che hai creato, soltanto perchè esso sbaglia? Nella storia degli altri, nessuno parla del nostro dio, se non per indicare uomini che si dichiarano fedeli al loro dio.

Perchè allora dovrebbero credere nel nostro, e perchè dovrebbero essere chiamati infedeli e ancor più, nemici?” (Vittorio Sgarbi)

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Qual’è il vero dio e quale quello falso?

Riflessioni personali….la natura umana in filosofia!!


 

Da POPULISTI a MORALISTI il passo è breve, già, dopo essere stato inglobato dal SISTEMA ora il  Movimento dei ” falsi rivoluzionari” cerca di distogliere l’attenzione dalle “magagne” della Raggi, della Lombardo e della Taverna con un articolo sulla FIDUCIA!!

Di quale fiducia parlano questi traditori del popolo, quella avuta con nove milioni di voti per scardinare il SISTEMA o quella avuta per ricostruire da zero un paese in mano ai Poteri Internazionali (FMI, BCE, Commmisione Europea)??

Di quale di fiducia parlano questi falsi rivoluzionari, quella che permette loro di riempire il conto in banca in tutta tranquillità??

Per capire il perché del tradimento di questo movimento occorre conoscere il problema della natura umana, dove ipocrisia, sofismo, falsa moralità e persuasione, rendono l’uomo un lupo per altri uomini (T. Hobbes), la STORIA ce lo insegna..

Nico (max weber)

immagine presa dal web
immagine presa dal web

 

 

 

Il problema della natura umana in filosofia

L’attribuzione di Marx all’uomo di una natura radicalmente sociale può sembrare oggi ovvia, anche se egli non parla esplicitamente di un istinto sociale (che è un riferimento classico del socialismo pre- e post-marxiano), ma prende semplicemente atto che l’uomo è uno zòon politikòn.

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Marx dà per scontato che l’uomo originario non sarebbe sopravvissuto senza l’appartenenza, la partecipazione e la cooperazione di un gruppo. Oggi, acquisita la consapevolezza della neotenia, della sprovvedutezza istintiva e della carenza della specie umana, la cosa può non sorprendere. Ma Marx è arrivato a questa conclusione quasi contemporaneamente a Darwin (i Grundrisse sono stati scritti tra il 1857 e il 1859), in un periodo in cui la borghesia, avviata verso il suo trionfo, aderiva sempre più alla concezione antropologica dell’individuo autonomo come prodotto della natura, concezione avviata da Thomas Hobbes, ripresa dal liberalesimo e culminata, in pieno Novecento, nella teoria pulsionale di Freud.

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Non è forse superfluo ricostruire il retroterra di questa opzione, che tanto ha pesato e pesa sulla civiltà occidentale.

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La specie umana, come oggi sappiamo, è nata circa centomila anni fa. Per un periodo sterminatamente lungo, la cultura umana si è trasmessa oralmente. Solo cinquemila anni fa è stata inventata la scrittura che, tra l’altro, ha consentito la trasmissione documentaria delle riflessioni che gli uomini hanno fatto su se stessi e sul loro passato. In ogni cultura, anche la più primitiva, si danno miti sulle origini, il più noto dei quali fa riferimento all’età dell’oro.

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E’ solo nel XVII secolo, però, che la filosofia esprime un interesse per il cosiddetto stato di natura, vale a dire per la condizione umana prima dell’avvento dello Stato. Su di una base speculativa, si definiscono tre tradizioni filosofiche riconducibili a Hobbes, Rousseau e  Locke.

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Thomas Hobbes (1588-1679) espone la sua teoria della natura umana, della società e dello stato nel Leviatano. Egli immagina uno stato di natura caratterizzato dal fatto che gli individui sono liberi, indipendenti e protesi ad affermare i loro diritti su tutti i beni disponibili. In conseguenza della scarsità dei beni disponibili, gli uomini ingaggiano una guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes) tal che ogni individuo diventa un lupo divoratore per l’altro uomo (homo homini lupus). Per natura, dunque, gli uomini sono egoisti, desiderosi di potere e aggressivi. Questo stato non può durare indefinitamente perché finirebbe con lo sterminio reciproco della specie umana. Per scongiurare tale pericolo, essi stipulano un Patto Sociale fondato sul fatto che ogni individuo rinuncia al proprio diritto originale (su tutto e su tutti) e lo cede a un terzo (il Sovrano) verso il quale è obbediente.

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Il Leviatano rappresenta per Hobbes la forza gigantesca di tutti coloro che hanno sottoscritto il contratto e che formano lo Stato, l’unità corporale di questo. I diritti totali che si avevano nello stato di natura devono essere completamente affidati ad un unico grande sovrano, lo Stato, sotto il cui potere tutti potranno vivere sicuri; le leggi di natura sono quindi i precetti di un’etica razionale della reciprocità, ed il contratto rappresenta la garanzia del loro rispetto.

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In questa ottica, la natura umana è caratterizzata da un cieco egoismo e non già da un bisogno sociale. Essa si piega malvolentieri alle regole della convivenza civile, riconoscendo in esse una necessità che contrasta però perennemente con le pulsioni originarie orientate a soddisfare i propri bisogni. L’istituzione dello Stato è, dunque, un male minore rispetto al bellum omnium contra omnes, che consente agli esseri umani di raggiungere uno stato di sicurezza altrimenti impossibile.

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A Hobbes, come vedremo, farà esplicito riferimento Freud nel formulare, dopo la Grande Guerra, la teoria dell’istinto di morte, secondo la quale la natura umana non comporta alcun bisogno sociale, ma si piega (malvolentieri) alla convivenza civile per effetto dell’angoscia prodotta da quell’istinto.

Anche Rousseau, ne Il discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, muove dal presupposto che allo stato di natura, l’individuo è libero e indipendente, e non avverte alcun bisogno di socialità. A differenza di Hobbes, però, Rousseau ritiene che, in questo stato, l’uomo sia sostanzialmente buono: “I selvaggi non sono cattivi, precisamente perché non sanno che cosa sia l’esser buoni; poiché non lo sviluppo delle conoscenze, né il freno della legge, ma la calma delle passioni e l’ignoranza del vizio impediscono loro di mal fare.”

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“Con passioni così poco attive e con un freno così salutare, gli uomini, più feroci che malvagi, e più preoccupati di garantirsi dal male che potessero ricevere, che non tentati di farne ad altri, non sarebbero soggetti a conflitti molto pericolosi.”

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“[…] errando nella foresta, senza industria, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senz’associazione, senz’alcun bisogno dei suoi simili come senza desiderio di nuocer loro, forse anche senza mai riconoscerne alcuno individualmente, l’uomo selvaggio, soggetto a poche passioni, e bastando a se stesso, non aveva che i sentimenti e le conoscenze adatte a tale stato; non sentiva che i suoi veri bisogni, non considerava che ciò che credeva di aver interesse a vedere, e la sua intelligenza non faceva più progressi che la sua vanità. Non dotato di un istinto sociale, egli, però, è dotato di pietas per cui, vedendo qualche simile soffrire, è spinto ad aiutarlo.

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Nell’ottica di Rousseau, è solo l’istituzione dello stato che, costringendo gli esseri umani a convivere e a rispettare determinate regole, li mette in competizione e li incattivisce:

“Di libero e indipendente che era prima l’uomo, eccolo, da una quantità di nuovi bisogni, assoggettato per così dire a tutta la natura e sopra tutto ai suoi simili, di cui diventa in certo senso lo schiavo, anche diventandone il padrone: ricco, ha bisogno dei loro servigi; povero, ha bisogno dei loro soccorsi; e la mediocrità non lo mette punto in grado di farne a meno. Bisogna dunque che egli cerchi senza posa d’interessarli alla sua sorte e di far loro trovare, in realtà o in apparenza, il loro utile nel lavorar per l’utile suo: ciò che lo rende furbo e artificioso cogli uni, imperioso e duro cogli altri, e lo mette nella necessità di ingannare tutti quelli di cui ha bisogno, quando non possa farsene temere, e non trovi il suo interesse a servirli utilmente. […] In una parola, concorrenza e rivalità da una parte, opposizione d’interessi dall’altra, e sempre il desiderio nascosto di fare l’utile proprio a spese altrui: tutti questi mali sono il primo effetto della proprietà e il corteo inseparabile della disuguaglianza sorgente.”

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John Locke (1632-1704), viceversa, in opposizione a Hobbes, ritiene che l’uomo sia dotato sia di diritti naturali sia di un istinto sociale che lo porta spontaneamente ad aggregarsi. Il passaggio dallo stato di natura allo stato civile o politico (passaggio necessario per poi approdare al governo) è indispensabile proprio per tutelare tutti i diritti che lo stato di natura assegna all’uomo (a partire dalla proprietà).

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Nello Stato di natura tutti gli uomini possono essere uguali e godere di una libertà senza limiti; con l’introduzione del denaro e degli scambi commerciali, tuttavia, l’uomo tende ad accumulare le sue proprietà e a difenderle, escludendone gli altri dal possesso. Sorge a questo punto l’esigenza di uno stato, di una organizzazione politica che assicuri la pace fra gli uomini. A differenza di Hobbes, infatti, Locke non riteneva che gli uomini cedessero al corpo politico tutti i loro diritti, ma solo quello di farsi giustizia da soli. Lo Stato non può perciò negare i diritti naturali, vita, libertà, uguaglianza civile e proprietà coincidente con la cosiddetta property, violando il contratto sociale, ma ha il compito di tutelare i diritti naturali inalienabili propri di tutti gli uomini.

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A Hobbes si contrappone, nel XVIII secolo, anche la scuola di filosofia morale scozzese. Francis Hutcheson (1696-1746) avanza per primo l’ipotesi della simpatia. Hume, influenzato da Butler e Hutcheson, afferma che la benevolenza, necessaria per il nostro benessere, non si esaurisce tuttavia in quest’ultimo, e promuove l’affermazione dell’altra virtù sociale, la giustizia. Infatti i sentimenti di benevolenza ci conducono a condurre vita sociale, ci consentono di comprenderne i vantaggi, ci portano ad apprezzare atti giusti e a compierne noi stessi.

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Neanche le virtù individuali, secondo Hume, possono essere approvate in virtù dell’amor proprio, benché possa sembrare che esse, a differenza delle virtù sociali, non si allontanino dall’ambito dei propri interessi.

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A Hutcheson e a Hume si riconduce, come noto, Adam Smith, il cui pensiero, attraverso la mediazione di Malthus, viene recepito da Darwin. Isolato nella sua dimora di campagna, e in rapporto epistolare solo con alcuni amici e allevatori, Darwin non ha modo di capire l’intima contraddizione che si dà nel liberismo tra i principi elevati e la pratica economica.

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Di fatto, l’affermazione della borghesia comporta un’opzione hobbesiana, sia pure contrastata. La concezione antropologica borghese, come Marx ha intuito, si riconduce alla concezione dell’individuo libero e indipendente, impegnato a concorrere con gli altri per accaparrasi le risorse di cui ha bisogno. La socialità, eccezion fatta per la vita privata, non esiste come espressione di un bisogno primario, bensì della necessità di regolare la competizione reciproca nel rispetto dei diritti altrui.

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Il liberismo è l’espressione propria di tale concezione, che comporta una sorta di scissione tra società politica, ove valgono i diritti umani e la pari dignità delle persone, e società civile, laddove, invece, sulla base delle leggi oggettive di mercato, si afferma tout court la legge del più forte.

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Solo con l’avvento del darwinismo sociale, questa scissione apparirà in tutta la sue evidenza. Marx la coglie anticipatamente mentre essa è in via di realizzazione e ritiene che sia infondata e densa di conseguenze negative. Per ciò, egli ironizza sulle robinsonate liberistiche, che fanno riferimento ad un individuo originariamente libero e indipendente che, per paura (Hobbes) o per utilitarismo (Locke), si piega alla necessità della convivenza sociale.

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Ancora oggi alcuni liberisti sostengono che l’individuo viene prima della società. Secondo Marx, una concezione del genere non fa altro che proiettare sul passato una condizione che si è realizzata solo attraverso un lento e graduale sviluppo della società e della sua organizzazione, e che è, peraltro, più apparente che sostanziale: in altri termini, è una mistificazione ideologica.

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La contestazione di Marx dell’antropologia borghese non riguarda, però, solo la concezione dell’individuo naturalmente libero e indipendente. Essa concerne, con non minore vigore critico, l’inserimento della proprietà privata tra i diritti naturali inviolabili dell’individuo. Riprenderemo ulteriormente questo tema di vitale importanza nell’ottica della progettazione di un mondo non borghese, ma di straordinaria complessità. Per ora basterà dire che anche questo diritto viene ricondotto da Marx ad un processo storico che riconosce, prima di esso, la proprietà comune della terra, vale a dire lo strumento di produzione che ha governato i tre quarti della storia della specie umana.

 

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