Riflessioni personali…..violenti, vigliacchi e ignoranti!!


 

Non c’è nulla da fare, quando vedo certi video mi sale il sangue al cervello, déjà vu che ritornano prepotentemente in mente, tornano a galla i ricordi di quella passione, poi trasformatasi in rabbia, messa in campo nelle manifestazioni a difesa dei diritti di tutti, un’epoca indimenticabile che nessuno mai, potrà farmi dimenticare.

Come questi ragazzi di colore, siamo anche noi vittime della prepotenza messa in atto senza mezzi termini dal personale delle FF.OO., neri o rossi che possiamo essere, siamo comunque nelle mani dei cani da guardia del Potere, e vi assicuro non è una bella cosa.

 

“Un funzionario di polizia, all’interno della stazione di Ventimiglia, strattona un ragazzo dalla pelle scura e gli urla: “vai al tuo paese”, “vai in Africa”, ” torna al tuo cazzo di paese“, “torna nel Burundi”, “fuori dai coglioni”. I toni, il linguaggio utilizzato e l’atteggiamento dell’agente di P.S. sono davvero di una prepotenza incredibile”.

 

..ancora prepotenza ad una manifestazione di piazza pacifica,  i funzionari danno il comando di caricare i manifestatnti con l’ordine…”caricate”…”caricate”…”caricate” .   proprio in questo modo si provocano le reazioni dei cittadini, ed è proprio quello che vogliono, alzare il livello dello scontro come nel periodo della STRATEGIA DELLA TENSIONE!!

 

..ma davvero volete vivere una vita senza diritti ma fatta solo di doveri, diritti che vengono cancellati costantemente dalla questa politica mafiosa e per i quali ci siamo spezzati le ossa per conquistarli?

Davvero lo volete?

 

Nico (max weber)

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Riflessioni personali……gli orrori nelle masserie del sud!


 

C’è poco da commentare dopo aver letto questo articolo tratto da un reportage d’inchiesta di Repubblica.it, l’unica cosa che vi chiedo è di pensare alle violenze subite da queste migliaia di donne trattate come bestie da ominicchi insulsi e privi di spina dorsale, quando comprate la frutta nei grandi iper mercati, con  la dicitura “provenienza Vittoria o Ragusa”.

Siamo nell’anno 2017!!

Nico (max weber)

 

Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa, il nuovo orrorre, sfruttamento, stupri e aborti: le braccianti rumene in Sicilia vivono peggio delle schiave del XVIII secolo.

 

Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla.

Nicoleta Bolos con la figlia nella provincia di Ragusa

 

Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa. Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.

I tunisini arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo economico della provincia – l’oro verde – e poi sono stati sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.

FESTINI
Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.

 

 

 

 

Uno squillo
«Se sei abituato dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana, quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta disinteressata.

In piena notte la chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi. Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».

Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.


Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo . Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».

Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono troppo attaccata», dice Adriana. Sciurba spiega che le rumene possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I mariti, se arrivano, arrivano dopo. Intanto gli italiani diventano padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata” di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.

Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.

Nella serra ci sono cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane». Arrivano i carabinieri, il padrone dice che l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina dovrà essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente.

Almeno i due non pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”. «I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono erose dall’umidità. Proliferano i miceti, con conseguenti patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età, prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del locatario». Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici Senza Frontiere. Come fosse una zona di guerra e non un distretto produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.

L’anima non me la toccano
È il più spaventoso dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Spesso le rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi. «Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl. «Anni fa un tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

L’uomo cacciatore
Per le vittoriesi la colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità tra donne. L’“uomo cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”. Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo a essere cacciato.
Di fronte a certi orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano. Anche se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.

da: repubblica.it

Riflessioni Politiche…….I diritti da sapere nello “Stato di polizia”!!


 

E’ innegabile riconoscere la limitazione in atto dei nostri diritti anche se fanno del tutto per mascherarla, siamo controllati, catagolati, limitati e soprattutto sottomessi, alcuni fra i più giovani, penseranno che sia tutto normale il fatto di vedere in giro sempre più forze di polizia, e che in un modo o nell’altro, questa presenza massiccia di FF.OO sia dovuta per nostra sicurezza, ma è tutta apparenza a cui non dobbiamo CREDERE perché le forse di polizia servono soltanto a proteggere il POTERE.

Siamo oramai condizionati da tutto un sistema oligarchico che fa in modo di farci pensare di essere in Democrazia e quindi in regime di totale libertà, ma non è così, ci lasciano il DIRITTO di votare e scegliere, ma in fin dei conti sono dieci anni che abbiamo al governo persone che nessuno ha scelto, ci lasciano il DIRITTO di muoverci in libertà, ma quando siamo insieme a quattro o cinque amici creando un piccolo gruppo, subiamo subito un controllo delle generalità,  ci lasciano il DIRITTO di informarci, ma come già sappiamo, l’informazione libera non esiste, tutti i media sono sotto controllo del POTERE.

Controllo, controllo e ancora controllo, siamo chiusi in una “gabbia” invisibile da cui possiamo solo ammirare la nostra LIBERTA’ senza poterla agire, siamo condannati ad obbedire, ad abbasare la testa, a non poter dissentire, siamo orami un gregge che si è abituato a questo SISTEMA, e forse come gli agnelli, verremo “sacrificati” sull’altare del NEOLIBERISMO che tutto chiede senza dare nulla in cambio.

Vi lascio con una frase di Stefano Rodotà scomparso la settimana scorsa, uno dei pochissimi Uomini Liberi ancor prima di essere un politico, spero serva a farvi pensare.

(…) un innegabile bisogno di diritti, e di diritto, si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione e innerva la stessa politica (…)

Nico (max weber)

immagine presa dal web

 

 

 

 

I diritti da sapere nello Stato di polizia. Un vademecum da conoscere!

 

di Federico Rucco – associazione Antigone
Sembrerebbe roba di altri tempi o da altri paesi, ma è l’Italia del 2017, uno Stato di polizia sempre più intrusivo, invadente, coercitivo.

L’Associazione Antigone ha realizzato un opuscolo, una sorta di vademecum, che ogni cittadino o abitante di questo paese è bene che conosca a memoria. Non pare,  ma finire nelle grinfie degli apparati coercitivi sta diventando sempre più frequente e sempre più facile, anche per quelli che pensano  “io non ho nulla da temere”. Qualche volta la cronaca ci restituisce anche conseguenze gravi, anzi letali, come rivelano i casi Cucchi, Alodrovandi ed altri. Ragione per cui suggeriamo ai nostri lettori di scaricare, leggere e imparare il vademecum.

E’ sempre meglio “viaggiare informati” nelle nostre strade. Non è più l’Italia della Costituzione nata dalla Resistenza, è l’Italia dello Stato penale di Minniti e &.

 

Lo Stato di Polizia.

Nel 2015 in Italia quasi 1 milione di persone sono state arrestate o fermate dalle forze di polizia. Un numero piuttosto impressionante di individui è stato insomma oggetto di provvedimenti temporanei restrittivi della libertà personale ad opera delle forze dell’ordine e si è quindi trovata a transitare in caserme e stazioni di polizia.

Per questo, in collaborazione con Associazione Antigone, abbiamo voluto mettere insieme una guida essenziale che illustri in maniera chiara ed accessibile a tutti i diritti di cui si è titolari davanti alle forze di polizia e durante l’intera durata dello stato di arresto o fermo.

96 ore di vulnerabilità

Quella del trattenimento da parte della polizia è infatti una situazione, che si può prolungare fino a 96 ore, durante la quale l’arrestato/fermato si trova evidentemente in una condizione di particolare vulnerabilità. In questa fase – e soprattutto nelle prime 24 ore, in attesa di essere messo a disposizione del PM e della successiva udienza di convalida con il giudice – il soggetto si trova infatti in uno stato di profonda incertezza per quello che concerne la propria situazione giuridica, gli elementi e le accuse a proprio carico, e soprattutto i propri diritti.

La questione dell’informativa sui diritti

Per lungo tempo in Italia la questione dell’informativa dei diritti per le persone in stato di arresto o fermo ha galleggiato in un vuoto normativo.

Nel nostro paese le cose non andavano insomma come in America. Qui, già negli anni ‘60 una famosa pronuncia della Corte Suprema riconobbe la violazione dei diritti a danno di Ernesto Arturo Miranda, 25enne americano di origini messicane che era stato arrestato e condannato tre anni prima per lo stupro e il rapimento di una ragazza di 17 anni, in quanto questi non era stato informato del suo diritto di avvalersi di un avvocato e di rimanere in silenzio. Da allora quando un poliziotto esegue una misura restrittiva della libertà personale non può esimersi dal recitare la formula di rito con la quale si comunicano allo stesso i suoi diritti fondamentali: “Ha il diritto di rimanere in silenzio. Tutto quello che dirà potrà essere usato e sarà usato contro di lei in tribunale. Ha il diritto a un avvocato. Se non se ne può permettere uno, gliene sarà assegnato uno d’ufficio. Ha capito i diritti che le ho appena letto?”

immagine presa dal web

 

Il foglio dei diritti non basta

Poi, finalmente, in materia è intervenuto il diritto comunitario che – attraverso una serie di importanti direttive – ha imposto a tutti i paesi della UE omologhi obblighi di informativa sui diritti per soggetti coinvolti in procedimenti penali e/o sottoposti a provvedimenti restrittivi della libertà. A seguito di questa regolamentazione, anche in Italia le persone che vengono arrestate o fermate vengono ritualmente informate dei propri diritti, attraverso la cosiddetta “Letter of Rights” (che è peraltro significativamente più dettagliata della summenzionata formula del “Miranda Warning”).

Quel foglio di carta, però, da solo non basta, ed in pratica le persone in stato di arresto/fermo continuano a trovarsi spesso in una situazione di precarietà, incapaci – per mancata conoscenza – di far valere i propri diritti. Motivo per cui ci pare tanto importante provare a fornire a tutti gli strumenti necessari a tutelarsi attraverso un vademecum.

Il vademecum

da: contropiano.org

Riflessioni Personali……facciamo chiarezza su chi usa violenza!


 

Questo è un articolo anomalo per due motivi, il primo dei quali è la mancanza di un mio commento, sarete voi a lasciarli dopo aver guardato le immagini, il secondo è collegato al primo ed è il fatto che questo un articolo è composto di sole immagini.

Io non ho mai creduto nella violenza gratuita, però credo alla violenza in risposta ad altra violenza, e quella dei “cani da guardia del potere” è VIOLENZA PURA checchè ne dicano coloro che simpatizzano per i partiti di destra compresi i fascisti di Casa Pound!!

Le immagini sotto rappresentano le violenze subite da persone NORMALI che manifestano  per difendere i loro diritti, nessun black bloc, nessuno dei centri sociali, nessun antagonista, solo persone come me, come voi, che hanno avuto solo il fegato di manifestare, persone che io DIFENDO A SPADA TRATTA, altrochè difendere chi è già armato di scudo protettivo, manganelli, gas lacrimogeni e quant’altro.

Ci sono immagini molto crude che possono ferire la vostra sensibilità, me ne scuso in anticipo, ma è doveroso che tutti sappiano cosa accade quando si finisce nelle mani di questi “CANI DA GUARDIA”, anche solo per reclamare i propri diritti!!

Nico (max weber)

 

Manifestazione in Puglia per il TAP
Componenti del comitato no Tap durante un’azione di protesta contro le operazioni di eradicazione degli oltre 200 ulivi che si trovano in località San Basilio, a San Foca, marina di Melendugno, lungo il tracciato dove dovrebbe sorgere il microtunnel del gasdotto Tap, 20 marzo 2017. ANSA
Manifestazione anti TAP a S. Foca Puglia
S.Foca Puglia anti TAP
Manifesatazione anti TAP Puglia
Manifestazione per il diritto al lavoro a Massa Carrara
Uccisione di Federico Aldovrandi per mano di 5 poliziotti, Ferrara
L’Uccisione di Stefano Cucchi, Roma.
Irruzione delle FF.OO. alla scuola Diaz a Genova
Scuola Diaz Genova
Scuola Diaz Genova
Scuola Diaz Genova
Genova G8
Genova G8
Genova G8
L’Uccisione di Giuseppe Uva
Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il corteo del primo maggio in via Roma, Torino,
Agenti della polizia pichiano uno studente a Torino nel corso della manifestazione contro i tagli allo stato sociale.