Grethe Garbus…….I Cattivi Maestri.


 

Bombardamenti a Gaza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Cattivi Maestri.

I Cattivi Maestri
ti menano per mano
e non solo
te lo ficcano in testa
ed anche altrove
nelle pieghe
della mente Vergine
col resto
di un mondo
Violato senza
profumo di Viole.

I Cattivi Maestri
han il volto
della Cera molle
ed il puzzo
di formaggio Avariato
e Cocain.

Ti parlan di eroi
mostrandoti, ancor Piccina
Tu, Fiore di Gauguin
il Loto e l’Incenso,
foto di Claretta
Nuda, Eva Braun
in Sodomia.

Gli Stati
sono Incoscienti
assorbimenti di
Sangue entro
Catini dei Vecchi,
Processi dilavati,
circolari come
sbuffi d’Inferno.

 

Grethe Garbus 2014

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Riflessioni Personali…..l’Amore malato!


 

Il MASSACRO CONTINUA!

Dopo gli ultimi due casi, sembra essere un bollettino di guerra quello delle femmine uccise, il cosiddetto femminicidio che si abbatte su mogli, fidanzate e compagne che hanno osato interrompere una relazione con il maschio-padrone per passare al ruolo di ex, segnando così il proprio tragico destino.

Raramente il femminicidio è un delitto d’impeto perché anche quando si prefigura come tale sul piano giuridico in realtà è solo l’apice di una storia fatta di vessazioni, abusi, violenze, ricatti e soprattutto disconoscimento dell’altra come essere senziente e libera di determinare la propria esistenza.

Vi lascio una bellissima riflessione socio-politica di un caro amico sul femminicidio!

Nico (max weber)

 

 

 

NON AVRAI ALTRO UOMO AL DI FUORI DI ME!!

L’uso delle categorie maschio/femmina invece di quelle uomo/donna vuole essere provocatorio rispetto alla menzogna culturale che vuole tali categorie riservate al mondo animale e superate o mai esistite nel genere umano, salvo poi ripescarle in maniera acritica di fronte alla apparente inspiegabilità di tali episodi così frequenti da non poter essere l’eccezione che conferma la regola.

Il femminicidio nella storia è sempre esistito ma l’ingiustificabilità sul piano morale al tempo presente necessita di una comprensione della trasformazione sociale in atto e del rapporto tra progresso ed emancipazione nella cultura del capitalismo.

In passato la monogamia asimmetrica corrispondeva ad una logica di tenuta sociale della comunità e l’infedeltà, o lo scioglimento del legame matrimoniale da parte della donna, veniva sanzionato come un delitto verso la comunità intera che obbligava l’uomo a rivolgersi all’autorità costituita per richiedere il giudizio e la massima punizione.

Per quanto aberrante ai nostri occhi di persone progredite (ma non emancipate) il femminicidio del passato aveva una sua logica e una cornice istituzionale in un mondo in cui la sopravvivenza dipendeva dalla compattezza e dalla forza dell’ordine sociale. Il primo uomo a confermare che questa logica di convivenza comunitaria era comprensibile ma altresì crudele e ingiusta per via della sacralità della vita umana, e che fosse quindi possibile una mediazione attraverso il perdono, e cioè con una ricomposizione pacifica e senza versamento di sangue, fu Gesù di Nazareth nell’episodio dell’adultera.
In quell’episodio, non secondario del Vangelo, si compie un miracolo, se non altro quello dell’autorevolezza dell’uomo saggio che sancisce come agli umani non spetta il giudizio che può condurre alla negazione irreversibile dell’esistenza del reo.

Al tempo presente il femminicidio corrisponde piuttosto allo smembramento della comunità e della sua capacità di poter mediare i conflitti, logica sostituita da quella del mercato e della conseguente mercificazione di ogni aspetto della vita umana e dello stesso essere umano.

L’unica relazione possibile nella teocrazia del mercato, la cui ideologia pretende di far transitare l’uomo verso qualcos’altro esclusivamente compatibile con il consumo di merci, è una relazione di possesso.

La contraddizione del femminicidio non può essere rintracciata nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne ma in quella tra esseri umani in generale.

La comunità come luogo di mediazione dei conflitti si trasforma nel luogo del mercato dove la competizione, e quindi il conflitto, diventa l’elemento fondante.
Il cogito ergo sum si trasforma così in “possiedo, dunque esisto”, dove la mancanza di una relazione di possesso con il mondo esterno si traduce in una morte simbolica del soggetto.

In questo cortocircuito esistenziale il maschile che non è riuscito a tenere il passo con i mutamenti sociali e a gestirne le contraddizioni, preserva la parte peggiore di sé, quella di forza prevaricante e dispotica impazzita nel tentativo disperato di mantenere una propria identità nella totalità omologante; la perdita dell’oggetto posseduto corrisponde alla perdita del monopolio simbolico sull’oggetto desiderato e non più posseduto; il riconoscere la realtà della propria esistenza di soggetto maschile attraverso il possesso dell’oggetto-femmina viene meno spezzando così le catene e risvegliando il mostro nutrito da un’ideologia sociale fondamentalmente violenta e disumana.

Il femminicidio non è un sintomo della crisi del maschio che ovviamente c’è nella misura in cui non è data altra possibilità all’universo maschile di esistere se non in una relazione conflittuale e antagonista con il mondo esterno, conflitto che nella sua degenerazione patologica non può che riflettersi nella sfera privata e sull’universo femminile, l’unico che si può e che si pretende di controllare.

Il femminicidio è un sintomo di una crisi totale delle relazioni umane come prodotto inevitabile di questo ordine economico e politico. Questa affermazione non toglie nulla alla responsabilità criminale di chi si macchia di tali delitti ma semplicemente ipotizza una relazione culturale tra un crimine privato e un crimine pubblico perpetrato dall’ordine politico che benedice la conflittualità in nome dell’individualismo e della mercificazione.

Uno dei paradossi del fenomeno di femminicidio è che la difesa della vita, della dignità e della libertà della donne viene quasi esclusivamente da quell’area culturale della sinistra liberal, la sinistra dei diritti civili che si è svenduta alle ragioni del capitale globalizzato e del mercato, come se fosse possibile conciliare la negazione dei diritti reali e la cultura di violenza e di egoismo sociale su cui tale negazione si fonda con la pretesa di un vissuto pacifico ed ordinato delle persone che a questa cultura dominante sono obbligate ad omologarsi.

Per queste ragioni tutte le iniziative volte ad una mutazione culturale come presupposto per la risoluzione del fenomeno di femminicidio sono destinate a fallire.
L’idea di promuovere percorsi educativi sul rispetto della donna e sulla parità di genere è patetica oltre che inutile, per il semplice fatto che oltre a non voler capire dove nasce il problema si intende ignorare che il linguaggio diseducativo di un ordine politico fondato sulla competizione e sul possesso, e di fatto sulla violenza, è il linguaggio dominante del mondo reale.

Non c’è modo di garantire la pace e l’armonia della sfera privata fin quando la realtà dell’ordine sociale si fonderà sulla violenza e sul caos dell’ideologia del mercato, con tutto quello che ne consegue.

(Franz Altomare)

Riflessioni Personali……l’Assolutismo dogmatico!


 


(1917 – Massacro, tortura e crocifissione di migliaia di donne armene da parte dell’esercito turco – Foto recentemente pubblicata, custodita nell’Archivio Segreto del Vaticano.)

 

 

 

 

 

“Se «la testa della donna è l’uomo» ed è questo ad essere designato al sacerdozio, non sarebbe giusto abolire la creazione, ed abbandonare il capo per andare verso le estremità. Perchè la donna è il corpo dell’uomo, tratto dalla sua costola e sottomesso a lui, da cui è stata separata per la generazione dei figli. È lui, si è detto a lei, «che sarà il tuo padrone». È l’uomo la parte più importante della donna, essendo il suo capo. Se in base a queste premesse, non le permettiamo d’insegnare, come le si potrebbe accordare, a disprezzo della natura, di esercitare il sacerdozio? Giacchè è l’empia ignoranza dei greci che li ha spinti a ordinare sacerdotesse per divinità femminili. È escluso che questo avvenga nella legislazione di Cristo. Se fosse stato necessario essere battezzati da donne, il Signore sarebbe stato senza dubbio battezzato dalla propria madre e non da Giovanni. E quando ci ha inviati a battezzare, avrebbe mandato con noi delle donne a questo scopo. Ma in nessun luogo, nessuna disposizione nessuno scritto, ha deliberato qualcosa del genere; Egli conosceva bene ciò che è conforme alla natura perchè contemporaneamente egli era il creatore della natura e l’autore della legislazione.”

da ( Costituzioni Apostoliche, III, n° 9.)

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“In ogni caso la donna serve solo alla propagazione della specie. Tuttavia la donna trascina in basso l’anima dell’uomo dalla sua sublime altezza, portando il suo corpo in una schiavitù più amara di qualsiasi altra.”

( San Tommaso d’Aquino, Summa Teologica )

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“Verso il tuo uomo dovrà andare il tuo anelito ed egli sarà il tuo signore, così dunque discendi alla sua dipendenza, così sii una delle subordinate. Le donne sono destinate principalmente a soddisfare la lussuria degli uomini. La donna è male sopra ogni altro male, serpe e veleno contro il quale nessuna medicina va bene.”

(San Giovanni Crisostomo, cui è particolarmente devoto Herr Joseph Alois Ratzinger, papa Benedetto XVI° )

Riflessioni Personali……la TORTURA in Italia.


immagine presa dal web
Non siamo ancora pronti!!
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Ci sono cose che non si possono ancora raccontare perchè in molti non sono ancora pronti per capire, quindi per ora solo alcuni di noi possono ricordare. La politica ci ha ingannato, lo ha fatto per mantenere intatto il proprio potere, e noi come imbecilli  abbiamo creduto a tutto quello ci veniva detto, abbiamo creduto al pericolo dell’Islamismo, a quello dei clandestini che stuprano le “nostre” donne, abbiamo creduto al fatto che liberalizzare il mercato mondiale ci avrebbe fatto risparmiare senza dirci però, che ci avrebbe reso sempre più poveri, abbiamo creduto all’innalzamento delle aspettative di vita e di conseguenza all’età pensionabile, la Politica ci ha fatto credere di vedere la fine del tunnel mentre in realtà ci troviamo in un pozzo senza fine, ci hanno fatto credere di aver salvato le banche e di conseguenza i nostri soldi, senza però fare i nomi di chi ha rubato. Allo stesso modo ci hanno convinto che “terroristi” erano da eliminare, mentre era proprio la politica di quel periodo a dover essere eliminata.
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La politica come asserito da Locke, dovrebbe servire per migliorare la Vita, per dare maggior libertà ad ognuno di noi, e cosa più importante per la ricerca della felicità. Fare politica nelle intenzioni di un altro grande filosofo del passato come Aristotele, significa mettere in pratica e unire due azioni, l’agire politico e l’agire morale, ma si sa, se non ci siamo riusciti in più di duemila anni è solo colpa nostra, è colpa dell’Uomo e delle tentanzioni a cui viene sottoposto e a cui non ha mai saputo resistere e forse mai ci riuscirà.
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Come Hegel , noi sappiamo di non poter prevedere il futuro e quindi non poter conoscere quali siano i migliori princìpi su cui la società debba regolarsi, conosciamo però quello che in qualche modo potrebbe rendere la Politica una buona Politica, quindi accettata da una Società di individui, ed è quello di dare spazio alle idee di ognuno e allo stesso tempo rispettare la libertà di tutti.
Nico (max weber)
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‘Così torturavamo i brigatisti’

 

Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l’Espresso denunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All’epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: ‘Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie”

Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’un con l’altro, questo dovevamo fare”.
Salvatore Genova è l’uomo il cui nome è da trent’anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l’accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l’acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.

Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto.
“Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. È la squadra messa in campo dal ministero dell’Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier.

Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno.

Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. È Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all’indomani dell’uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.

Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell’Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.

Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.

 

Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli.

Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.

È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier. Il blitz è un successo, prendiamo tutti e cinque i terroristi e li portiamo nella caserma della Celere di Padova. Ciascuno in una stanza, legato alle sedie, bendato, due donne e tre uomini. Tra loro Antonio Savasta che inizierà a parlare quasi subito, e proprio con me, consentendoci di fare centinaia di arresti.

Ma le violenze non finiscono con la liberazione del generale. Il clima è surriscaldato. Tutti sanno come abbiamo fatto parlare Volinia e scatta l’imitazione, il “mano libera per tutti”. Un gruppo di poliziotti della celere, che si autodefinisce Guerrieri della notte, quando noi non ci siamo, va nelle stanze dove sono i cinque brigatisti e li picchia duramente. Un ufficiale della celere, uno di quei giorni, viene da me chiedendomi se può dare una ripassata a “quello stronzo”, riferendosi a Cesare Di Lenardo, l’unico dei cinque che non collabora con noi. Io non gli dico di no e inizia in quell’attimo la vicenda che ha portato al mio arresto. La mia responsabilità esiste ed è precisa, non aver impedito che il tenente Giancarlo Aralla portasse Di Lenardo fuori dalla caserma. La finta fucilazione e quello che accadde fuori dalla caserma lo sappiamo dalla testimonianza di Di Lenardo. Io rividi il detenuto alle docce. Degli agenti stavano improvvisando su di lui un trattamento di acqua e sale. Li feci smettere ma non li denunciai diventando così loro complice.

La voglia di emulare, di menar le mani, di far parlare quegli “stronzi” non si ferma a Padova. Di Mestre so per certo. Al distretto di polizia vengono portati diversi terroristi arrestati dopo le indicazioni di Savasta. I poliziotti si improvvisano torturatori, usano acqua e sale senza essere preparati come Ciocia e i suoi, si fanno vedere da colleghi che parlano e denunciano. Ma l’inchiesta non porterà da nessuna parte.
Quando i giornali cominciano a parlare di torture e scatta l’indagine contro di me e gli altri per il caso Di Lenardo mi faccio vivo con Improta, gli dico che non voglio restare con il cerino in mano, che devono difendermi. Lui promette, dice di non preoccuparmi, ma solo l’elezione al Parlamento propostami dal Partito socialdemocratico mi toglie dal processo. Gli altri quattro arrestati con me vengono condannati in primo grado e, alla fine, amnistiati.

Noi non siamo mai stati in prigione. Io venni portato all’ospedale militare di Padova e lì mi venivano a trovare funzionari di polizia per informarmi delle intenzioni dei magistrati. Tra le mie carte ho ritrovato un appunto dattiloscritto che mi venne consegnato in quei giorni. È una falsa, ma dettagliatissima, ricostruzione dei fatti che dovevamo sostenere per essere scagionati. Suppongo che lo stesso foglio venne dato anche agli altri arrestati perché non ci fossero contraddizioni tra di noi.
Io me ne sono restato buono per tutti questi anni perché non volevo far scoppiare lo scandalo, fare arrestare tutti quanti.

Oggi, guardandomi indietro, vedo con chiarezza che ho sbagliato, che non avrei dovuto commettere quelle cose, né consentirle. Non dovevo farlo né come uomo né come poliziotto. L’esperienza mi ha insegnato che avremmo potuto ottenere gli stessi risultati anche senza le violenze e la squadretta dell’Ave Maria”.

espresso.repubblica.it

Pier Vittorio Buffa